Terramare: così 3.600 anni fa si gestivano i boschi padani

Età del Bronzo Pianura Padana

Circa 3.600 anni fa, nelle terre della Pianura Padana, querce, carpini e noccioli venivano abbattuti secondo un metodo che permetteva ai boschi di rinnovarsi nel tempo. Le popolazioni che vivevano nei villaggi preistorici conoscevano già una pratica che utilizziamo tuttora: il taglio mirato degli alberi, capace di stimolare la nascita di nuovi getti dalle ceppaie rimaste nel terreno. Una risorsa fondamentale per chi dipendeva dal legno per quasi ogni necessità quotidiana, dalla costruzione delle case al fuoco domestico.

A svelare questa sofisticata gestione forestale è una ricerca pubblicata su Nature Plants, condotta dalle studiose Anna Maria Mercuri e Assunta Florenzano dell’Università di Modena e Reggio Emilia. La scoperta nasce dall’analisi di piccolissimi granelli pollinici conservatisi per millenni nei terreni degli antichi insediamenti della civiltà terramaricola.

Questi granelli hanno consentito agli studiosi di ricostruire un aspetto che gli scavi archeologici, da soli, non avrebbero potuto rivelare completamente: le modalità con cui intere generazioni sfruttavano i boschi circostanti i villaggi, selezionando con attenzione quali piante tagliare e sfruttandone la naturale capacità rigenerativa.

Quando il legname valeva quanto l’oro nero

Tra il 1650 e il 1150 a.C., gran parte dell’odierna Emilia ospitava gli insediamenti delle Terramare, una civiltà che edificava villaggi strutturati, spesso protetti da fossati, terrapieni e palizzate. Il legname era indispensabile per innalzare abitazioni, rafforzare i sistemi difensivi e alimentare i focolari. A Montale, nei pressi di Modena, gli archeologi hanno rinvenuto tronchi bruciati alla base dell’antico insediamento. A Noceto, nel territorio parmense, è emersa addirittura una vasta vasca votiva realizzata completamente in legno, una delle prove più sorprendenti delle abilità tecniche di queste popolazioni.

Il legno, insomma, permeava ogni aspetto della vita quotidiana. Tanto che gli autori dello studio suggeriscono di definire quella società anche come civiltà dell'”Età del Legno”, poiché questa materia prima rivestiva un’importanza economica ed energetica paragonabile a quella del petrolio nel mondo contemporaneo. La vera sfida era procurarsene in quantità sufficiente.

Con l’espansione dei villaggi, cresceva proporzionalmente il fabbisogno di legname. Allo stesso tempo, intorno agli abitati, le foreste dovevano cedere spazio ai campi coltivati e alle aree di pascolo. Proseguire ad abbattere alberi senza attenderne la rigenerazione avrebbe significato dover cercare materiale sempre più lontano. Un problema serio per una comunità che con quella risorsa realizzava praticamente ogni cosa.

Secondo gli studiosi, le popolazioni terramaricole avevano elaborato una strategia efficace: impiegare specifiche specie arboree, permettendo loro di sviluppare nuovi fusti dopo il taglio. In questo modo potevano tornare a raccogliere legname negli stessi appezzamenti boschivi, rispettando cicli di sfruttamento alternati a fasi di rigenerazione.

Il segreto della rigenerazione forestale

La tecnica individuata dai ricercatori richiama il governo a ceduo, una pratica selvicolturale tuttora praticata in Italia. Alcune specie arboree, quando recise vicino alla base, mostrano una peculiarità interessante: dalle ceppaie o dall’apparato radicale possono svilupparsi nuovi germogli, destinati a trasformarsi in ulteriori fusti.

Il nocciolo, ad esempio, genera rapidamente nuovi getti. Anche carpini, frassini e alcune varietà di quercia sono capaci di rigenerarsi, seppure con tempistiche e caratteristiche differenti tra loro. Sfruttando queste proprietà naturali, è possibile ottenere legname a intervalli regolari senza dover attendere ogni volta la crescita completa di un nuovo albero partendo da seme.

Gli abitanti delle Terramare sembrano aver applicato proprio questo principio, combinando il taglio di determinate specie con la rigenerazione di altre. Si trattava probabilmente di una forma primitiva di gestione selettiva, differente dalle tecniche forestali perfezionate nei secoli a venire. Per ricostruirla a distanza di millenni, gli studiosi hanno dovuto individuare indizi ben più sottili di un tronco o di una ceppaia.

Il polline come testimone silenzioso

I ricercatori hanno messo a confronto 218 spettri pollinici, ovvero analisi dei granelli di polline presenti nei depositi archeologici di vari siti terramaricoli, concentrando l’attenzione principalmente sui villaggi di Santa Rosa di Poviglio, in provincia di Reggio Emilia, e Montale, nei dintorni di Modena.

Il polline generato dalle piante può mantenersi intatto nei sedimenti per migliaia di anni. Attraverso la sua analisi, gli studiosi sono in grado di ricostruire quali vegetali crescevano in una certa area e come la loro presenza si modificasse nel corso del tempo. Nei campioni terramaricoli è emerso un andamento particolare: in determinate fasi il polline delle querce diminuiva mentre aumentava quello di carpini e noccioli. Successivamente le proporzioni si invertivano nuovamente.

Questo schema si ripeteva ciclicamente nel corso degli anni ed era perfettamente compatibile con il taglio selettivo degli alberi. Quando una porzione del bosco veniva abbattuta, altre specie potevano sfruttare la maggiore disponibilità luminosa per svilupparsi liberamente. Con il trascorrere del tempo, le querce tornavano a prevalere e la composizione vegetale mutava ancora una volta.

Un singolo granello pollinico, ovviamente, non rivela chi abbia impugnato un’ascia né quando esattamente ciò sia avvenuto. La ricostruzione scaturisce dalla ripetizione sistematica di questi mutamenti in molteplici sequenze archeologiche, confrontate con i resti di legno, carbone e le peculiarità delle diverse specie vegetali. Secondo gli autori, l’insieme degli indizi raccolti rappresenta una prova consistente dell’esistenza di cicli ricorrenti di taglio e ricrescita, identificabili su archi temporali di diversi decenni.

E le foreste non fornivano esclusivamente materiale edile. Nei depositi archeologici sono emerse anche tracce della presenza di nocciole, ghiande, bacche selvatiche e vite. Alcune zone boschive venivano probabilmente preservate anche per continuare a raccogliere queste preziose risorse alimentari. I boschi, dunque, rappresentavano anche una vera e propria dispensa naturale.

Un equilibrio durato cinque secoli, poi la crisi

Questo sistema organizzativo contribuì a sostenere le comunità terramaricole per circa cinque secoli. Le aree boschive venivano sfruttate in parallelo con i campi coltivati, i pascoli e le infrastrutture per la gestione idrica. Anche le coltivazioni seguivano probabilmente schemi di alternanza: cereali, legumi e terreni adibiti al pascolo occupavano spazi differenti nel corso delle stagioni. Le risorse disponibili, tuttavia, non erano infinite. Con la crescita degli insediamenti aumentava proporzionalmente anche la pressione esercitata sul territorio circostante. I dati raccolti evidenziano una riduzione progressiva della copertura arborea nelle zone occupate dai villaggi.

A Montale, per esempio, gli indicatori pollinici relativi alla vegetazione arborea scendono dal 42% nei livelli antecedenti l’insediamento al 12% negli strati risalenti all’età del Bronzo. Una trasformazione notevole, che testimonia quanto profondamente l’attività umana avesse rimodellato il paesaggio circostante le abitazioni. Nel frattempo si espandevano le superfici coltivate insieme alle modificazioni del suolo. Reperire legname sufficiente cominciava a diventare sempre più complicato.

Attorno al 1200 a.C., la Pianura Padana attraversò anche un periodo di crescente aridità climatica. La combinazione tra sfruttamento intensivo delle risorse naturali, impoverimento progressivo dei terreni e difficoltà ambientali potrebbe aver contribuito significativamente alla crisi della civiltà terramaricola, i cui insediamenti vennero gradualmente abbandonati. Negli strati archeologici più recenti di Santa Rosa di Poviglio, gli studiosi hanno notato che le oscillazioni polliniche legate ai cicli di taglio e rigenerazione diventano progressivamente meno regolari, fino quasi a scomparire.

Foreste già plasmate dalla mano dell’uomo

Questa ricerca permette di osservare con prospettiva rinnovata i boschi che conosciamo oggi. Spesso tendiamo a immaginare le foreste del passato come vasti territori naturali, rimasti incontaminati fino all’avvento delle trasformazioni agricole e industriali moderne. In realtà, numerosi paesaggi europei nascondono una storia ben più antica di interventi umani sistematici.

Nella Pianura Padana dell’età del Bronzo, le comunità selezionavano consapevolmente quali alberi sfruttare, favorivano la rigenerazione di specie particolari e preservavano determinate aree boschive per raccogliere frutti e altre risorse preziose. Queste attività contribuivano a modellare la composizione della vegetazione, lasciando effetti destinati a protrarsi ben oltre la durata stessa dei villaggi. La ricerca dimostra quindi come una gestione organizzata e consapevole delle foreste esistesse già migliaia di anni fa, quando le popolazioni terramaricole dipendevano dal legno per buona parte della propria economia.

Per generazioni intere, questi popoli riuscirono a sfruttare gli stessi boschi rispettandone i tempi di rigenerazione naturale. Poi la richiesta di risorse crebbe ulteriormente, le condizioni ambientali peggiorarono progressivamente e quel sistema iniziò a perdere la propria efficacia originaria. Negli ultimi livelli studiati a Poviglio, la regolarità dei cicli di taglio e rigenerazione si affievolisce sensibilmente. Dopo secoli di sfruttamento costante, i boschi non riuscivano più a sostenere le medesime pressioni antropiche.

Fonte: Nature Plants