Una sporgenza scolpita nel volto di una statua si può danneggiare facilmente, questo è vero. Ma come si spiega, allora, che anche i nasi scolpiti in bassorilievo, quasi incassati nella parete e dunque molto più protetti, presentino lo stesso identico danno? Il volto resta intatto, il naso invece scompare, colpito con precisione. Su moltissime statue dell’antico Egitto prive di naso, dunque, il passare dei secoli non basta a spiegare tutto. Qualcuno, scalpello alla mano, ha colpito deliberatamente quel punto preciso.
La spiegazione arriva dall’analisi dei pattern di distruzione rilevati su numerose opere egizie, raccolti e presentati nel 2019 nella mostra Striking Power: Iconoclasm in Ancient Egypt, allestita dalla Pulitzer Arts Foundation in collaborazione con il Brooklyn Museum, a cura di Edward Bleiberg e Stephanie Weissberg. Circa quaranta reperti, alcuni deturpati e altri giunti fino a noi integri, furono confrontati per far emergere una pratica tutt’altro che casuale: rovinare un’immagine equivaleva a neutralizzarne il potere.
Il naso come bersaglio, anche in senso simbolico
Per la civiltà egizia una statua andava ben oltre il semplice ritratto scolpito nella roccia. Le raffigurazioni di divinità e defunti potevano diventare veri e propri veicoli attraverso cui una presenza spirituale continuava a manifestarsi nel mondo. Come chiarisce ancora oggi il Brooklyn Museum, secondo queste credenze anime e spiriti potevano penetrare nelle sculture attraverso gli occhi e il naso. Distruggere il naso equivaleva quindi, simbolicamente, a togliere il respiro alla figura raffigurata.
Questo concetto risulta più chiaro se si osserva un altro rituale tipicamente egizio, quello della “apertura della bocca”. Gli oggetti custoditi al Metropolitan Museum of Art venivano impiegati in una cerimonia che restituiva, almeno sul piano rituale, la capacità di respirare, vedere, udire, mangiare e bere al defunto o alla statua stessa. La pietra acquisiva così una sorta di esistenza cerimoniale. Colpire gli organi legati a queste funzioni rappresentava, di fatto, l’operazione contraria.
Non sono solo i nasi a mancare, del resto. Occhi, orecchie, mani, barbe rituali, iscrizioni e teste intere presentano danni concentrati esattamente nei punti che permettevano alla figura di agire o di essere riconosciuta. Su una stele dedicata al nobile Setju, ad esempio, furono danneggiati sia il volto sia la mano usata per ricevere il cibo necessario nell’aldilà, mentre il suo nome fu completamente abraso. Secondo la mostra, i responsabili potrebbero essere stati saccheggiatori di tombe o avversari intenzionati a rendere innocuo il defunto prima di profanarne la sepoltura.
Quando distruggere una statua era un atto politico
Lo scalpello poteva anche diventare uno strumento di controllo della memoria collettiva. Tra gli esempi esposti in Striking Power spiccava una testa di granito raffigurante Hatshepsut, la faraona vissuta nel XV secolo a.C. L’opera mostrava una sequenza di danni particolarmente significativa: il cobra reale sulla fronte distrutto, la barba simbolo del potere regale rimossa, il naso frantumato e infine la testa separata dal corpo.
Secondo l’interpretazione dei curatori, questi interventi facevano parte della campagna avviata dopo la scomparsa della sovrana per cancellare il suo status di faraone e legittimare una diversa linea dinastica. Non era sufficiente eliminare il volto: venivano colpiti, uno dopo l’altro, tutti gli elementi che ne testimoniavano potere, identità e capacità di agire nel mondo. Una vera e propria damnatio memoriae, condotta con strumenti ben più concreti di un semplice comunicato ufficiale.
Qualche generazione dopo fu il turno di Akhenaton, il faraone che introdusse il culto di Aten a scapito delle altre divinità tradizionali. In diversi rilievi, i riferimenti al dio Amon vennero deliberatamente cancellati. Ma dopo la sua morte, con il ritorno ai culti precedenti, il verso dello scalpello si invertì: furono colpite le immagini dello stesso Akhenaton e del dio Aten.
Un rilievo conservato al Brooklyn Museum mostra Akhenaton insieme alla figlia mentre offre un mazzo di fiori al disco solare. Il volto e la corona del sovrano sono stati distrutti, i cartigli che ne riportavano il nome sono stati cancellati e la figura di Aten è stata completamente rimossa. In questo caso il danno appare quasi un messaggio scolpito nella pietra: eliminare nome, volto e divinità significava privare la scena di ogni legittimità.
La vicenda prosegue nei secoli seguenti. Nella tarda antichità, come documentato dalla mostra, alcuni gruppi cristiani presero di mira immagini e templi legati ai culti precedenti, ritenuti portatori di forze spirituali pericolose. In epoca islamica, invece, diverse opere furono smontate soprattutto per recuperare la pietra come materiale edilizio. Lo strumento era sempre lo stesso, ma le ragioni cambiavano radicalmente: i segni lasciati sulle opere permettono oggi di distinguere le diverse fasi.
Uno scalpello, due tagli di capelli e secoli di differenza
Un dettaglio della mostra rende bene l’idea di quanto fossero calcolati certi interventi. Due statue in calcare raffiguravano gli scribi Amenhotep e Djehuti. Il primo conserva ancora la testa, ma il naso risulta scalpellato via. Il secondo, invece, è stato completamente decapitato.
La spiegazione potrebbe risiedere, banalmente, nell’acconciatura. I capelli di Amenhotep scendono fino alle spalle, rinforzando il blocco di pietra intorno al collo: staccargli la testa avrebbe richiesto uno sforzo notevole. Djehuti, invece, ha i capelli corti e un collo molto più esile e facile da spezzare. Per uno è bastato togliere il respiro, per l’altro si è scelto di eliminare direttamente la testa. Persino chi distruggeva le immagini, a quanto pare, cercava di risparmiare fatica.
Il tempo ha certamente eroso, spezzato e fatto crollare un numero enorme di manufatti egizi, perciò non ogni naso mancante racconta necessariamente la stessa vicenda. Tuttavia, la ricorrenza di danni selettivi su statue, sarcofagi e in particolare bassorilievi dimostra che molte mutilazioni furono frutto di scelte precise. La pietra era resistente. Ma le idee che quelle immagini incarnavano dovevano apparire, agli occhi di chi le colpì, ancora più difficili da scalfire.
