Smalto dentale medievale svela le disuguaglianze nelle miniere di piombo

piombo nei denti

Le tracce del piombo estratto nelle miniere medievali sono rimaste impresse nei denti di chi abitava in quelle zone. E sembra che, anche quasi mille anni fa, l’inquinamento non colpisse tutti in egual misura. Nel Peak District, territorio dell’Inghilterra centrale, un gruppo di archeologi ha individuato livelli elevati di piombo nello smalto dentale di 14 persone su 15 appartenenti all’epoca medievale. Tuttavia, in alcuni casi i valori risultavano notevolmente superiori rispetto ad altri. Tali differenze sembrerebbero legate alla classe sociale di appartenenza e, forse, anche al sesso degli individui.

Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Antiquity, guidata da Christopher P. Loveluck dell’Università di Nottingham. Gli studiosi hanno analizzato i resti di 17 individui: 15 appartenenti al periodo medievale e altri due, risalenti all’Età del Ferro, impiegati come termine di paragone. Un campione contenuto, certo, ma comunque capace di far emergere prove di attività estrattive molto più remote rispetto a quanto finora documentato. Il particolare degno di nota è che l’assorbimento del piombo da parte di queste persone era avvenuto durante l’infanzia. I loro denti hanno custodito per secoli le tracce di ciò che respiravano e ingerivano mentre erano ancora in crescita.

Lo smalto come archivio dell’esposizione infantile

Il Peak District, situato nel Derbyshire, ha rappresentato per lungo tempo uno dei poli più importanti d’Europa per l’estrazione del piombo. Si trattava evidentemente di un’attività lucrativa, dato che i materiali ottenuti venivano recuperati e nuovamente fusi, facendo sparire gran parte delle tracce delle lavorazioni più antiche. Per questo motivo gli archeologi hanno dovuto cercare altrove: nello specifico, all’interno della bocca di persone decedute secoli fa.

Lo smalto dentale si sviluppa nel corso dell’infanzia e, terminata la sua formazione, resta pressoché immutato nel tempo. Diversamente dalle ossa, soggette a continuo rinnovamento, esso può custodire le tracce delle sostanze assorbite durante la crescita. Una sorta di diario personale, con il vantaggio di non poter essere alterato successivamente. Gli esperti hanno esaminato molari e premolari, quantificando il piombo tramite analisi chimiche avanzate. Hanno anche studiato specifici isotopi contenuti nei denti, nel tentativo di risalire, ove possibile, alla provenienza geografica degli individui.

I dati raccolti evidenziano differenze significative. Nella necropoli di Wigber Low, datata al VII secolo, i cinque soggetti analizzati mostravano concentrazioni variabili tra 2 e 69,1 parti per milione. A Joule Yard, nei pressi di Castleton, i valori si attestavano invece tra 25,5 e 54,1 parti per milione. Nei reperti più recenti provenienti da Spital Field, sempre nell’area di Castleton, si registravano picchi fino a 68,4.

Come parametro di confronto, gli studiosi considerano le concentrazioni oltre le 10 parti per milione un segnale di esposizione intensa al piombo di origine antropica. Ben 14 dei 15 soggetti medievali esaminati superavano tale soglia. È bene precisare, però, che questi dati riguardano esclusivamente lo smalto dentale e non sono paragonabili direttamente ai livelli di piombo ematico utilizzati attualmente per stimare esposizione e rischi per la salute.

Un’esposizione minore per chi apparteneva ai ceti più elevati

L’elemento più interessante emerge dall’osservazione delle sepolture di Wigber Low. Due uomini, ritenuti originari del territorio e inumati con armi al seguito, presentavano rispettivamente 10,9 e solamente 2 parti per milione di piombo nei denti. Un terzo uomo, sepolto senza corredo funerario e probabilmente cresciuto in un’altra zona, raggiungeva invece quota 29,5. Anche confrontando le due donne esaminate emergevano scostamenti rilevanti: una presentava 13,2 parti per milione, l’altra addirittura 69,1. La prima era stata sepolta con oggetti di un certo pregio, incluso un amuleto dotato di una sfera di cristallo. Cinque vite, cinque vicende diverse, e un possibile filo conduttore.

Secondo gli autori della ricerca, l’esposizione al piombo potrebbe essere stata condizionata dalla classe sociale e dalla suddivisione dei compiti lavorativi. Le famiglie meno abbienti potrebbero essersi occupate delle mansioni più rischiose, come la preparazione e la lavorazione del minerale, mentre chi apparteneva a un ceto superiore avrebbe avuto maggiori opportunità di sottrarsi a tali rischi. Anche le donne, secondo gli studiosi, potrebbero essere state impiegate in attività particolarmente esposte alla contaminazione.

Va comunque precisato che un corredo funerario non equivale a una dichiarazione dei redditi dell’epoca medievale. Fornisce indicazioni sullo status sociale, ma non consente di ricostruire con esattezza l’attività lavorativa quotidiana. E cinque individui rappresentano un campione troppo esiguo per comprendere l’organizzazione di un’intera comunità. Gli indizi raccolti, tuttavia, lasciano pensare che chi traeva profitto dall’attività mineraria riuscisse, in alcuni casi almeno, a tenersi più distante dalle sue conseguenze negative.

Il quadro sembra mutare quando le attività di estrazione si intensificano. A Joule Yard, tra la fine del VII secolo e l’VIII secolo, tutti e cinque i soggetti analizzati superavano le 25 parti per milione. Probabilmente il piombo si era diffuso in misura tale nell’ambiente da raggiungere anche chi non era direttamente impegnato nelle miniere. Quando l’inquinamento raggiunge una certa estensione, dunque, anche tenersi lontani dalle mansioni più pericolose potrebbe non essere sufficiente a proteggersi.

Morti giovani tra le donne: il piombo è solo un tassello del puzzle

Tra i reperti analizzati emerge un ulteriore dato piuttosto allarmante: tutte e tre le donne appartenenti al campione medievale sono decedute tra i 17 e i 25 anni d’età. Due di loro erano state sepolte accanto a neonati. Questa circostanza ha indotto i ricercatori a valutare anche le possibili ripercussioni dell’esposizione al piombo durante la gestazione.

Tale associazione trova fondamento scientifico. Come sottolinea l’Organizzazione mondiale della sanità, il piombo costituisce una sostanza tossica in grado di compromettere diversi organi e apparati, incluso il sistema nervoso e quello riproduttivo. Nel corso della gravidanza, il piombo accumulato nello scheletro materno può essere rilasciato nuovamente nel flusso sanguigno, esponendo di conseguenza anche il feto. Tra le possibili conseguenze figurano un maggior rischio di aborto spontaneo, parto pretermine e difficoltà nello sviluppo del nascituro.

Ciò non significa, tuttavia, che le tre donne medievali siano decedute a causa di un avvelenamento da piombo. Lo studio non permette di affermarlo con certezza, né di quantificare la concentrazione del metallo nel sangue al momento del decesso. Si tratta, quindi, di un’ipotesi che richiederebbe ulteriori approfondimenti, attraverso l’analisi di un numero molto più ampio di sepolture, confrontando uomini, donne e bambini provenienti da differenti gruppi sociali.

Lo smalto dentale come testimone dei periodi di maggiore attività mineraria

La ricerca ha permesso inoltre di delineare un frammento della storia economica britannica. Le analisi suggeriscono che la produzione di piombo nel Peak District fosse già ripresa a partire dalla metà del VII secolo, anticipando le testimonianze documentali disponibili fino a oggi. Successivamente, attorno al 1200, le tracce diventano particolarmente marcate. I due individui di Spital Field con le concentrazioni più elevate risalgono, secondo le datazioni effettuate, a un intervallo temporale compreso tra il 1175 e il 1270. Proprio in quel periodo, tra il 1180 e il 1215 circa, i documenti fiscali inglesi registrano uno dei picchi più alti nella produzione medievale di piombo nella regione.

E non sono le uniche testimonianze disponibili. Le tracce di quell’inquinamento storico si ritrovano anche nei sedimenti di diversi laghi scandinavi e nei ghiacci del Colle Gnifetti, sul Monte Rosa, dove gli strati accumulati nel corso del tempo conservano particelle trasportate dall’atmosfera. Da un lato ci sono i registri fiscali, dall’altro i ghiacciai alpini. Nel mezzo, i denti di persone che difficilmente avrebbero potuto immaginare di contribuire, oltre mille anni dopo, alla ricostruzione della storia economica medievale. Lo studio riguarda ovviamente l’inquinamento del passato e non descrive le condizioni ambientali attuali del Peak District.

C’è comunque un filo conduttore che attraversa l’intera ricerca. Le attività estrattive generavano una risorsa preziosa, impiegata in numerosi ambiti economici, ma l’esposizione alle sostanze nocive poteva variare notevolmente tra le persone che condividevano gli stessi territori.

Oggi la maggior parte delle infrastrutture minerarie di quell’epoca è andata perduta. Le scorie sono state recuperate, rifuse, disperse nel tempo. Di molte lavorazioni rimangono pochissime tracce documentarie. Il piombo assorbito da quei bambini, invece, è rimasto conservato nei loro denti. E potrebbe rivelare anche chi, già allora, pagava il conto più salato.