Nel cuore di una baia solcata quotidianamente da imbarcazioni di ogni tipo – traghetti, navi da carico, pescherecci e yacht – l’elemento più delicato può essere rappresentato da un breve respiro caldo. Una balena grigia affiora in superficie, inspira, si immerge nuovamente. L’acqua sopra di lei appare quasi immutata. Tuttavia, la baia di San Francisco prosegue il suo ritmo incessante: percorsi programmati, scadenze, trasporti, merci, viaggiatori, attività turistica, movimento marittimo continuo. All’interno di questo sistema, da qualche anno transitano con frequenza crescente creature lunghe fino a 12-15 metri, cetacei migratori che normalmente dovrebbero trovarsi più al largo, lungo la costa del Pacifico.
Per tale ragione, in California è stata adottata l’intelligenza artificiale con un approccio estremamente pratico: non per creare visioni futuristiche, ma per identificare ciò che l’osservazione umana potrebbe non cogliere. Il nuovo dispositivo, realizzato dal Benioff Ocean Science Laboratory dell’Università della California Santa Barbara insieme a collaboratori locali, impiega videocamere termiche e algoritmi di identificazione per localizzare le balene grigie attraverso l’impronta termica lasciata dal loro respiro quando emergono. Quel soffio, caldo rispetto all’aria e all’acqua circostanti più fredde, si trasforma in un indicatore. Il sistema lo capta, gli esperti lo confermano, i naviganti ricevono la notifica.
Il respiro che genera coordinate
L’iniziativa si chiama WhaleSpotter e si basa su un particolare apparentemente semplice: quando una balena respira, rilascia nell’aria una traccia termica. Le videocamere riescono a individuarla anche quando l’animale rimane poco visibile sulla superficie, caratteristica che rende le balene grigie complicate da avvistare, specialmente con nebbia o nel movimento costante della baia. Dopo aver rilevato il segnale, il sistema lo trasmette a una piattaforma digitale connessa a Whale Safe, una mappa utilizzata per diffondere gli avvistamenti tra chi conduce le imbarcazioni e il servizio di controllo del traffico della Guardia Costiera.
Il funzionamento presenta una sua efficacia quasi essenziale: rilevare, posizionare, comunicare. Se un’imbarcazione sta procedendo verso un’area dove è stata localizzata una balena, può diminuire la velocità o modificare il percorso. Nessuna narrazione romantica del mare, nessuna immagine da filmato naturalistico. Semplicemente un animale imponente che rischia di trovarsi nel punto sbagliato mentre un mezzo ancora più grande avanza lungo il suo itinerario.
Il primo dispositivo della rete è stato posizionato ad Angel Island, isola centrale della baia e punto nevralgico tra Alcatraz, Treasure Island e il Bay Bridge. Il secondo sistema è programmato su un traghetto della linea Vallejo-San Francisco, una rotta giornaliera molto trafficata. L’obiettivo è rendere anche i mezzi in navigazione delle sentinelle mobili, perché in una baia così affollata un punto fisso è utile, una rete lo è ancora di più.
Una prova iniziale ha immediatamente evidenziato la portata del fenomeno: dopo l’attivazione del dispositivo sono stati registrati numerosi soffi. Non indicava necessariamente la presenza di molte balene differenti, ma alcuni esemplari molto attivi nella baia. Comunque sufficienti per comprendere che la questione non rappresenta più un dettaglio marginale nelle ricerche dei biologi marini.
Le ragioni dell’ingresso delle balene nella baia
Le balene grigie del Pacifico orientale effettuano una delle grandi migrazioni del regno animale, spostandosi tra le zone di alimentazione artiche e le lagune messicane dove danno alla luce i cuccioli. Tuttavia negli ultimi anni alcuni esemplari hanno iniziato a entrare nella baia di San Francisco con una regolarità anomala. I ricercatori collegano questa presenza a una crisi più estesa: la trasformazione dell’Artico, la diminuzione del ghiaccio marino, la variazione nella disponibilità di cibo, animali più magri, più fragili, obbligati a cercare risorse lungo percorsi meno protetti.
La baia, osservata da una balena affamata, può apparire come una deviazione vantaggiosa. Osservata da una nave, rimane un canale operativo. Il Golden Gate diventa quindi un passaggio stretto in cui transitano tutti: cetacei, traghetti, cargo, barche da diporto. Una geografia splendida e problematica insieme. Le balene grigie emergono in modo poco appariscente, spesso difficilmente visibili, e il traffico marittimo della costa occidentale americana è tra i più densi del Paese. Le collisioni con le navi rappresentano una delle minacce principali per molti grandi cetacei, e per le balene grigie il pericolo aumenta proprio perché migrano e si nutrono lungo zone attraversate da porti e rotte molto frequentate.
I dati spiegano perché questa tecnologia arrivi in un momento critico. Tra il 2018 e il 2025, uno studio sulle balene grigie entrate nella baia ha identificato 114 individui; 21 sono stati successivamente rinvenuti morti nell’area, con un tasso minimo di mortalità del 18%. Nel quadro più generale degli spiaggiamenti locali, oltre il 40% dei decessi analizzati è stato attribuito a traumi da imbarcazioni. Nel 2025 sono state registrate decine di balene morte nell’area, e anche il 2026 è iniziato con nuovi episodi. Alcuni rimangono senza causa definita, perché un esame completo non è sempre realizzabile. Altri raccontano una storia più evidente: impatti, lesioni, collisioni probabili o sospette.
La tecnologia da sola non è sufficiente
L’intelligenza artificiale, in questo contesto, ha un ruolo specifico: diminuire il tempo tra la presenza della balena e la consapevolezza di quella presenza da parte di chi naviga. È un progresso significativo, perché molte strategie di protezione funzionano solo se applicate tempestivamente. Una balena segnalata quando ormai la nave è troppo vicina ha scarsa utilità. Una balena localizzata per tempo può modificare il comportamento umano intorno a lei.
Il sistema termico promette di operare continuamente e di intercettare il soffio fino a diverse miglia nautiche di distanza. Ogni rilevamento, tuttavia, viene verificato da specialisti prima dell’allerta. Questo passaggio è fondamentale: l’intelligenza artificiale velocizza il processo, gli esseri umani mantengono il controllo. In mare, un falso allarme continuo può rendere inefficace anche il sistema migliore. Un allarme accurato, inviato al momento opportuno, può evitare un impatto.
Rimane poi tutto il contesto: percorsi, velocità, coordinamento tra operatori, formazione dei naviganti, protocolli condivisi. In altri mari si stanno testando strumenti differenti, dai satelliti ad alta risoluzione per individuare cetacei in superficie alle boe acustiche che captano i suoni dei capodogli e trasmettono la posizione alle navi. Il principio rimane identico: inserire gli animali dentro le mappe umane prima che sia troppo tardi.
Nella baia di San Francisco, questo principio assume la forma di una videocamera orientata sull’acqua e di una mappa aggiornata quasi in tempo reale. Può sembrare limitato, rispetto alla dimensione del problema. Eppure il traffico marittimo si organizza attraverso segnali, coordinate, corridoi, divieti, radio, orari. Inserire le balene dentro quella grammatica operativa significa smettere di trattarle come apparizioni e iniziare a considerarle presenze da cui dipende una decisione immediata.
I ricercatori comprenderanno nei prossimi mesi se il sistema contribuirà effettivamente a ridurre le morti. Nessuna tecnologia, isolatamente, elimina fame, crisi climatica, rotte commerciali e traffico costiero. Però qui almeno si parte da qualcosa che il mare offre per un istante e poi riprende: un respiro caldo sopra l’acqua fredda. Sufficiente per dire a una nave: rallenta, devia, attendi. A volte salvare una balena inizia così. Con qualcuno che finalmente la vede.
Fonte: WhaleSpotter
