TikTok e autodiagnosi di autismo e ADHD: i rischi dei trend virali

diagnosi online

Navigando tra i contenuti online, molti utenti si identificano in determinati atteggiamenti. Il risultato è immediato e la deduzione (spesso prematura) appare scontata: “potrei essere nello spettro autistico”, “probabilmente soffro di ADHD”.

Questo fenomeno si manifesta prevalentemente sulle piattaforme digitali, in particolare su TikTok, dove proliferano filmati di creator e presunti esperti focalizzati sui disturbi dello spettro autistico e sul deficit di attenzione con iperattività, contribuendo a un trend tanto diffuso quanto problematico: la diagnosi fai-da-te.

Le conseguenze? Quando si tratta di benessere psicofisico, specialmente mentale, le piattaforme social rappresentano un territorio estremamente insidioso.

La situazione attuale

Lo spettro autistico rappresenta una realtà articolata, che influenza le modalità comunicative, sociali e relazionali di un individuo. Tuttavia, nel mondo digitale viene frequentemente semplificato in un elenco di caratteristiche identificabili: ipersensibilità agli stimoli, ostacoli nelle interazioni interpersonali, schemi comportamentali ricorrenti. Negli anni recenti, i casi diagnosticati sono cresciuti notevolmente, grazie anche a parametri valutativi più ampi e a una sensibilizzazione crescente.

Se da una parte le piattaforme digitali hanno contribuito positivamente, ampliando la visibilità della neurodiversità e consentendo a numerose persone di identificarsi per la prima volta, dall’altra emerge un pericolo concreto: scambiare esperienze ordinarie per indicatori clinici.

Certamente, le piattaforme social possono ridurre il senso di isolamento, ma non costituiscono mezzi per formulare diagnosi mediche. Questo concetto dovrebbe essere impresso nella mente di tutti: una valutazione clinica richiede l’intervento di uno specialista qualificato e un’analisi approfondita, che consideri la storia individuale, i comportamenti osservati e il contesto di vita.

ADHD: contenuti ingannevoli nella maggioranza dei casi

La questione non coinvolge esclusivamente lo spettro autistico. Anche il disturbo da deficit di attenzione e iperattività è finito sotto osservazione scientifica. Uno studio apparso su PLOS One ha esaminato i filmati più visualizzati su TikTok riguardanti l’ADHD, rivelando un dato preoccupante: più della metà dei contenuti presenta informazioni scientificamente inesatte.

Mediamente, ciascun filmato elencava tre presunti “indicatori”, ma soltanto il 48,7% risultava conforme ai parametri del DSM-5, il riferimento diagnostico principale. Gli altri trattavano frequentemente atteggiamenti comuni, appartenenti alla normale esperienza umana, spacciati invece come manifestazioni patologiche. Il pericolo, quindi, è lampante: più si fruiscono questi materiali, più diminuisce la capacità di discernere tra contenuto informativo e banalizzazione.

A favorire questa tendenza ha contribuito certamente anche l’emergenza pandemica da COVID-19, che ha intensificato isolamento e senso di abbandono, specialmente nelle fasce più giovani. Sul web, in molti hanno ricercato spiegazioni, appartenenza, comprensione. E non soltanto i teenager: anche persone adulte, oggigiorno, si interrogano sulla propria (ipotetica, probabile) neurodivergenza.

I pericoli della “valutazione digitale”

Spettro autistico, ADHD e disturbi d’ansia presentano numerosi aspetti comuni: problemi di concentrazione, complessità relazionali, reattività agli stimoli ambientali. Non sorprende che queste condizioni si intreccino spesso. Ma è proprio questa affinità a rendere indispensabile un’analisi clinica rigorosa. Non è sufficiente manifestare alcune peculiarità per corrispondere a una categoria diagnostica e, soprattutto, non ci si può affidare a una moda passeggera.

Numerosi atteggiamenti, come muovere nervosamente le gambe, perdere facilmente la concentrazione o avere marcate preferenze sensoriali, sono diffusi anche in individui senza alcuna patologia. Il problema non risiede nell’esistenza di questi materiali, ma nell’approccio interpretativo. Le piattaforme social operano attraverso semplificazione, rapidità, immedesimazione. E nella maggior parte dei casi generano confusione.

Identificare questi disturbi significa integrare molteplici fattori e osservarli per un arco temporale prolungato: evoluzione personale, manifestazioni attuali, testimonianze di persone vicine.

La risposta? Non necessariamente interrompere la ricerca di informazioni, ma migliorarne la qualità. Incrementare i contenuti attendibili, valorizzare i professionisti competenti, sviluppare capacità critica. Perché identificarsi in un video può rappresentare uno stimolo iniziale, ma una valutazione medica è tutt’altra faccenda.