Al primo sguardo è il tipo di posto che incute un certo timore. Il suolo della Cueva de Mono, una caverna situata nella Repubblica Dominicana, è disseminato di scheletri, frammenti ossei e crani. Da secoli, forse addirittura da millenni, questo accumulo è frutto dell’attività di un rapace notturno ormai scomparso, la Tyto ostologa. Questi grandi gufi cacciavano nella giungla circostante, facevano ritorno nella caverna e rigurgitavano i resti indigesti delle loro prede. Un comportamento ripetuto che, nel corso del tempo, ha trasformato quella cavità rocciosa in un autentico deposito di resti organici.
Ma proprio in quel luogo, circondati da reperti di creature estinte da tempo immemore, alcuni organismi hanno saputo cogliere un’opportunità insolita. Non parliamo di grandi mammiferi né di volatili, bensì di api.
Non le classiche api sociali organizzate in colonie gerarchiche con una regina al vertice, ma esemplari solitari. Quelle specie che scavano piccole gallerie nel suolo per depositare le uova prima di allontanarsi definitivamente. Un particolare che assume grande rilevanza se consideriamo che sull’isola di Hispaniola il terreno morbido è una risorsa rara. Qui prevale il paesaggio calcareo, fatto di grotte e rocce dure. Scavare risulta complicato, e per chi necessita di riprodursi, ogni angolo disponibile diventa prezioso.
Proprio per questo motivo, come rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Royal Society Open Science, api vissute in epoche remote hanno saputo convertire ossa e teschi di mammiferi ormai estinti in autentici nidi protetti.
Un deposito di ossa generato da rapaci scomparsi

La rivelazione è giunta quasi per fortuna. Juan Almonte Milan, responsabile della sezione paleobiologica presso il Museo Nazionale di Storia Naturale della Repubblica Dominicana, aveva individuato questa grotta nel corso di diverse spedizioni esplorative. Addentrandosi sempre più in profondità, attraverso cunicoli e passaggi angusti, sono venuti alla luce numerosi strati di resti fossili: roditori simili alle cavie, bradipi, uccelli, rettili. In totale oltre cinquanta specie differenti, tutte trasportate lì dai rapaci notturni.
Tuttavia, osservando quei resti, alcuni particolari non quadravano. Cavità ricolme di sedimento, dalle superfici lisce, dalla forma regolare e leggermente incavata. Non sembravano frutto della casualità. Lazaro Viñola López, studioso presso il Field Museum di Chicago e autore principale della pubblicazione, racconta di aver provato una sensazione di déjà vu: quelle strutture gli ricordavano i nidi di vespe e api già osservati anni prima durante gli studi universitari.
Da quel momento è iniziata un’indagine dettagliata. Le api non avevano lasciato tracce dirette, come spesso accade con gli insetti dal corpo delicato. Nessun resto corporeo, nessuna traccia di ali. Solamente le impronte lasciate dal loro operato. Eppure era sufficiente un’osservazione attenta. Le celle si presentavano piccole, di forma ellittica, lunghe approssimativamente sei millimetri, con superfici interne straordinariamente levigate. Troppo elaborate per essere opera di vespe, troppo curate per appartenere alle api tagliafoglie, note per utilizzare petali e frammenti di vegetazione.
L’impronta biologica celata tra i resti ossei

Ogni indizio raccolto conduceva verso la famiglia delle Halictidae, comunemente note come api sudoripare. Si tratta di insetti solitari, è vero, ma con una spiccata propensione a vivere in prossimità gli uni degli altri, formando gruppi densi che sfruttano al massimo lo spazio a disposizione. Ed è esattamente questo che è stato riscontrato nella Cueva de Mono: ossa ricolme di celle disposte fianco a fianco, simili a piccoli appartamenti scavati all’interno di crani e mascelle.
Per comprendere meglio quanto accaduto in quel luogo, gli studiosi hanno esaminato le pareti delle celle attraverso la microscopia elettronica. I risultati ottenuti rivelano molto sull’ambiente interno della grotta. Sono emerse tracce di sostanze organiche, microrganismi conservati allo stato fossile, funghi che proliferano su materiale in decomposizione. Un contesto caratterizzato da umidità e abbondanza di residui organici, condizioni ideali per la nidificazione.
Un altro aspetto ha particolarmente colpito i ricercatori: la quasi totale assenza di polline. Potrebbe apparire singolare, considerando che le api normalmente lo accumulano come nutrimento per le larve. In realtà, si tratta di un segnale decisamente positivo. Significa che le larve sono riuscite a svilupparsi, nutrirsi adeguatamente e infine abbandonare il nido. Quelle ossa non rappresentavano tentativi falliti, bensì nidi che hanno funzionato con successo, probabilmente attraverso diverse generazioni successive.
Non abbiamo certezze sul fatto che le api responsabili di questi nidi siano ancora presenti oggi. Numerose specie animali rinvenute nella grotta risultano estinte, tuttavia la varietà di api presenti nei Caraibi rimane ancora largamente inesplorata. Potrebbero essere scomparse anch’esse, oppure continuare a popolare l’isola senza che ce ne siamo mai accorti.
Questa scoperta narra una vicenda semplice ma al tempo stesso significativa. In un contesto ostile, privo apparentemente di risorse sfruttabili, la natura ha individuato una soluzione sorprendente. Laddove esistevano soltanto resti ossei, le api hanno scorto un rifugio. Dove si trovava un cimitero, hanno edificato il proprio avvenire.
Rappresenta inoltre un monito per chi si dedica allo studio del passato: non sono solamente i grandi fossili spettacolari a meritare attenzione. Talvolta sono proprio i segnali minuscoli, impressi da insetti quasi impercettibili, a rivelare con maggiore precisione il funzionamento degli ecosistemi di epoche remote.
Fonte: Royal Society Open Science
