Nell’attuale zona orientale dell’Ungheria, settemila anni fa una donna giunta alla vecchiaia fu seppellita con oggetti che la sua collettività destinava tradizionalmente agli uomini. Niente cintura decorata con perline di conchiglia, nessuno degli ornamenti tipici delle altre defunte femminili di quel luogo. Solamente attrezzi in pietra levigata, solidi e funzionali, pensati per il lavoro manuale. E il suo scheletro, con dita dei piedi deformate da anni trascorsi in una determinata posizione, assomigliava più a quello degli uomini della comunità che a quello delle sue coetanee, confermando così una vita vissuta in linea con quella scelta particolare.
Una ricerca pubblicata sulla rivista American Journal of Biological Anthropology ha preso in esame 125 resti scheletrici provenienti da due antiche necropoli situate nelle pianure ungheresi, e i risultati ottenuti mettono in discussione la visione tradizionale di una preistoria organizzata secondo ruoli maschili e femminili fissi e immutabili.
La scoperta sui ruoli di genere flessibili emersa da due necropoli del neolitico
Il gruppo di studiosi, coordinato dall’antropologo Sébastien Villotte, afferente al Centro Nazionale di Ricerca Scientifica francese, ha condotto analisi su due siti differenti. Il primo, denominato Polgár-Ferenci-hát, è databile tra il 5300 e il 5070 avanti Cristo e presenta uno scenario funerario piuttosto omogeneo, con scarse differenze rilevanti tra le sepolture maschili e quelle femminili. Il secondo sito, chiamato Polgár-Csőszhalom e risalente al periodo compreso tra il 4800 e il 4650 avanti Cristo, ha invece rivelato aspetti decisamente più affascinanti.
I ricercatori hanno individuato sette tombe che si discostano dallo schema abituale: due scheletri appartenenti a uomini e cinque a donne, disposti secondo modalità che smentiscono la consuetudine funeraria osservata nel resto del cimitero. Abitualmente, gli uomini venivano adagiati sul lato destro, con corredo composto da strumenti in pietra levigata collegati ad attività venatorie o lavori manuali. Le donne invece riposavano sul lato sinistro, indossando cinture decorate con perline ricavate da conchiglie. Questi sette individui, tuttavia, raccontano una storia differente.
Gli esperti considerano lo scheletro come una sorta di registro biologico. Le ossa custodiscono infatti le tracce delle abitudini fisiche sviluppate nel corso di un’intera esistenza: negli uomini di questi due siti si riscontrava frequentemente un allungamento marcato del braccio destro, una modificazione ossea paragonabile a quella riscontrabile oggi nei giocatori di tennis professionisti, compatibile con gesti ripetuti di lancio, come quelli compiuti con bastoni o lance da caccia. Nelle donne invece la traccia ricorrente era rappresentata dall’iperestensione delle dita dei piedi, causata da lunghe sessioni trascorse in ginocchio durante la macinazione dei cereali, un’attività fondamentale nell’economia agricola di quel periodo storico.
Donna anziana sepolta con gli strumenti tipicamente maschili
L’esempio più significativo tra le sette sepolture anomale riguarda proprio una donna matura, già avanti negli anni al momento della scomparsa. Al suo fianco erano stati collocati utensili in pietra levigata, elementi solitamente presenti nei corredi funebri maschili. Le sue ossa mostravano un pattern di usura fisica decisamente più simile a quello riscontrato negli uomini della comunità rispetto alle altre donne sepolte nello stesso sito. Le dita dei suoi piedi presentavano infatti la medesima deformazione dovuta alla postura inginocchiata tipica degli scheletri maschili, con modalità e intensità differenti rispetto alle donne contemporanee a lei.
Questa combinazione di indizi suggerisce che quella particolare società ammettesse l’esistenza di percorsi di vita individuali che si discostavano dai modelli predefiniti. Villotte insieme ai suoi collaboratori raccomandano comunque cautela nell’interpretare questi dati, poiché le usanze funerarie rappresentano sempre fenomeni complessi e ricchi di sfumature diverse. Esistono ancora margini interpretativi aperti. Tuttavia, il dato di fatto rimane evidente, scolpito letteralmente nelle ossa e avvalorato dal corredo funebre ritrovato.
Le genti che popolavano queste distese pianeggianti provenivano originariamente dall’Anatolia e avevano trasportato in Europa centrale il modello di esistenza tipico del Neolitico: coltivazione agricola, allevamento del bestiame, villaggi permanenti, produzione di ceramiche, attrezzi in pietra levigata e tecniche per la tessitura. Si trattava di una trasformazione profonda nello stile di vita, capace di generare comunità organizzate secondo ruoli ben definiti. Eppure, proprio all’interno di queste società strutturate, qualche individuo conduceva un’esistenza diversa dalla norma comune, venendo sepolto in maniera coerente con quella particolare esperienza di vita.
Stando a quanto emerso dalla ricerca, la costruzione sociale legata al genere nel primo Neolitico europeo, collocabile tra il 6500 e il 5500 avanti Cristo, presentava variazioni notevoli da una comunità all’altra e da una zona geografica all’altra, dando vita a una molteplicità di usanze che non si lascia incasellare in schemi rigidi. Le categorie di genere esistevano già ed erano culturalmente riconoscibili all’interno di queste società. Tuttavia, lasciavano comunque margine per variazioni a livello individuale, per storie personali che non si conformavano del tutto alla norma condivisa dal gruppo.
Quella donna giunta in età avanzata, con i suoi strumenti ricavati dalla pietra e il suo scheletro segnato da un’attività lavorativa fuori dagli schemi convenzionali, attraversa settemila anni di storia con sorprendente discrezione. E lo fa dimostrandoci come la complessità insita nei ruoli sociali abbia radici ben più profonde e lontane nel tempo rispetto a quanto siamo soliti immaginare.
