Anello aureo dell’epoca imperiale emerge dopo 17 secoli

anello di epoca romana

Il suolo britannico continua a rivelare tracce dell’antica dominazione romana. Nei pressi di Ilminster, cittadina del Somerset situata nel sud-ovest dell’Inghilterra, è riaffiorato un prezioso anello aureo di epoca romana, rimasto celato per circa diciassette secoli insieme a un deposito di monete, frammenti di piombo e vasellame.

Il ritrovamento risale al 2018 ed è opera di Kevin Minto, appassionato di ricerche con metal detector che operava con il consenso del titolare del fondo. Inizialmente il segnale suggeriva la presenza di una moneta o di una fibbia. Invece dalla terra è emersa una forma ben definita, dal peso inaspettato per un comune reperto da campo. Il monile è oggi conosciuto come Ilminster Ring ed è stato acquisito dal South West Heritage Trust, l’organismo che amministra anche il Museum of Somerset.

L’elemento che cattura l’attenzione degli studiosi è la massa: 48 grammi. Per un anello dell’età imperiale rappresenta un valore eccezionale. Quasi cinquanta grammi di oro racchiusi in un ornamento da indossare, dotato di una struttura complessa e di una gemma lavorata. Siamo distanti dall’immagine del ritrovamento ordinario, logorato, riaffiorato casualmente come frammento di quotidianità antica. Qui parliamo di un gioiello di grande valore, verosimilmente appartenuto a un individuo facoltoso, inserito in un contesto sociale dove il rango doveva manifestarsi anche attraverso gli accessori.

La divinità alata sul cocchio

Al centro del monile si trova una gemma nicolo, una tipologia di onice stratificata caratterizzata da tonalità blu intense e grigio pallido. Sulla superficie è scolpita la dea Vittoria, incarnazione romana del successo, rappresentata alata mentre conduce una biga tirata da due destrieri. Impugna le briglie con una mano, il flagello con l’altra. La composizione è ridotta, confinata nello spazio di una pietra, eppure comunica molto.

Vittoria costituiva un’icona significativa nel mondo imperiale. Appariva sulle monete, nei bassorilievi, negli oggetti d’uso personale, specialmente quando occorreva evocare vittoria, autorevolezza, forza militare. In una provincia come la Britannia, situata ai confini settentrionali dell’Impero, esibire al dito un simbolo del genere equivaleva a muoversi all’interno di un codice comunicativo molto definito. La ricchezza materiale già esprimeva un messaggio. La divinità incisa completava il discorso.

L’aspetto rilevante è che il monile unisce due dimensioni differenti. La gemma è elaborata, tuttavia la scena rimane essenziale. L’oro, al contrario, ha presenza e visibilità. Questo dualismo rende il pezzo ancora più singolare: una pietra incisa con perizia inserita in una montatura che sembra voler affermare la propria consistenza. Il risultato è un oggetto poco compatibile con l’utilizzo quotidiano disinvolto. Più verosimile immaginarlo in contesti formali, forse rituali, magari connessi a una funzione pubblica, militare o burocratica. L’identità del possessore è andata perduta. Il suo rango sociale, invece, è rimasto impresso nell’oro.

Un deposito occultato in fretta

Il monile era associato a un ripostiglio contenente 297 monete romane. Questo elemento modifica la narrazione. Un anello disperso nel terreno può narrare uno smarrimento, una giornata sfortunata, un gesto involontario. Un anello sepolto insieme a centinaia di monete narra un’altra vicenda: qualcuno ha occultato beni di valore con l’intenzione di recuperarli.

La cronologia rimanda circa al 297 d.C., immediatamente dopo anni turbolenti per la Britannia romana. Tra il 286 e il 296 l’isola attraversò una fase di forte instabilità istituzionale. Carausio, ufficiale romano, assunse il controllo della Britannia e costituì un’entità autonoma da Roma; successivamente giunse Alletto, poi la riconquista imperiale. Una successione di colpi di stato, avvicendamenti al potere, tensioni armate. Sufficiente per indurre una persona agiata a raccogliere oro e monete e interrarli, in attesa di circostanze più favorevoli.

Quel recupero, evidentemente, non si verificò mai. Ed è questo l’aspetto più tangibile della vicenda: il reperto non documenta soltanto il lusso romano in Inghilterra, documenta anche il timore. Qualcuno possedeva abbastanza da temere di perderlo e sufficiente urgenza da occultarlo. La storia antica spesso si tramanda così, attraverso un’azione pratica che poi diventa archeologia. Una fossa, alcuni oggetti ricoperti rapidamente, un proprietario che scompare dalla narrazione. Diciassette secoli più tardi, arriva un metal detector.

Roma distante dal cuore dell’impero

Per noi italiani il termine “romano” evoca immediatamente altro: Fori, acquedotti, vie consolari, ville, terme, mosaici. In Inghilterra il discorso assume una diversa sfumatura. La Britannia era una provincia remota, conquistata, militarizzata, percorsa da insediamenti urbani, scambi commerciali, presidi e comunità locali ormai romanizzate. Non costituiva il nucleo dell’Impero, ma nemmeno una periferia silenziosa.

Un monile come questo serve proprio a complicare l’immagine eccessivamente schematica della provincia distante. Nel Somerset romano circolavano manufatti di pregio, materiali nobili, simboli imperiali e individui capaci di acquisirli. Rimane da chiarire se il gioiello sia stato realizzato in Britannia oppure importato dal continente. La risposta direbbe qualcosa in più sul livello dell’artigianato locale, sulle direttrici commerciali e su quanto fosse prospera l’esistenza delle élite in questa porzione dell’Impero.

Il South West Heritage Trust ha raccolto 78.010 sterline per acquisire l’anello e il ripostiglio, grazie al contributo di fondi museali, istituzioni e sostenitori locali. Dopo l’intervento di conservazione, l’Ilminster Ring entrerà nelle collezioni romane del Museum of Somerset, a Taunton. Prima passerà anche dalle scuole primarie della zona, dove un oggetto grande quanto un dito potrà raccontare ai bambini una storia di imperi, ricchezza, paura e terra smossa.

Fonte: South West Heritage Trust statement