Sistema galleggiante recupera rifiuti plastici dall’oceano simulando una linea costiera

barriera nell'oceano contro la plastica

Tra le coste californiane e l’arcipelago hawaiano, nell’immensità del Pacifico, i detriti plastici riemergono continuamente in superficie. Frammenti microscopici, contenitori rigidi, funi marine, attrezzature da pesca dimenticate, residui sminuzzati dall’azione combinata di raggi solari e moto ondoso. La vasta zona di concentrazione dei rifiuti nel Pacifico settentrionale si estende per circa 1,6 milioni di chilometri quadrati e raccoglie, secondo i calcoli più accreditati, più di 1,8 trilioni di frammenti plastici per un totale di circa 100.000 tonnellate di materiali galleggianti. Un numero talmente elevato da apparire irreale, finché non lo si converte in oggetti concreti: tappi, attrezzature da pesca, imballaggi, recipienti, residui di vita quotidiana dispersi dove non dovrebbero mai trovarsi.

A recuperarli sta operando un dispositivo galleggiante dalla configurazione a U, progettato per realizzare un’operazione apparentemente elementare ma tecnicamente complessa: utilizzare la dinamica marina anziché inseguire singolarmente ogni detrito. Il concetto di partenza era quasi essenziale nella sua linearità: una lunga struttura galleggiante, una sorta di linea costiera artificiale sospesa sull’acqua, in grado di intercettare i rifiuti plastici trasportati da vento, onde e flussi marini. Il primo dispositivo da 600 metri ha incontrato problemi, aggiustamenti, risultati parziali e tutte le difficoltà tipiche dei prototipi quando passano dalla simulazione alla realtà oceanica. Successivamente è arrivata la fase più concreta: System 002 ha confermato la validità della tecnologia ed estratto 282.787 chili di detriti dal Pacifico.

Una linea costiera artificiale in acque profonde

Il meccanismo operativo ricorda uno schema tecnico comprensibile anche ai non specialisti. La struttura rimane a galla e convoglia i detriti all’interno di un’area di contenimento. I rifiuti plastici vi si accumulano, vengono concentrati, quindi trasferiti a bordo, trasportati verso la terraferma e destinati al riciclo. Le versioni attualmente operative sono diventate più estese, più controllabili, più resistenti: System 03 è stato completamente dispiegato nella grande chiazza del Pacifico nell’agosto 2023 e funziona con una barriera galleggiante, un’area di raccolta e modelli previsionali che aiutano a localizzare i punti critici, ovvero le zone dove i rifiuti plastici si concentrano maggiormente. L’area di raccolta viene svuotata approssimativamente ogni quattro giorni.

L’aspetto rilevante riguarda la dimensione dell’intervento. Il dispositivo è capace di catturare frammenti molto ridotti, anche di pochi millimetri, e contemporaneamente rifiuti voluminosi come le reti fantasma, quelle attrezzature da pesca abbandonate che continuano a intrappolare organismi marini anche dopo essere state disperse. Nella grande chiazza del Pacifico le reti e le funi rappresentano una componente significativa del problema: le attrezzature da pesca costituiscono circa il 46% della massa dell’accumulo. Rimuovere questi materiali dall’acqua significa intervenire su oggetti che causano danni duplici: quando galleggiano integri e quando, col tempo, si frammentano in microplastiche sempre più complicate da recuperare.

L’oceano, tuttavia, ospita ecosistemi, non soltanto detriti. Per questo la componente più critica riguarda la fauna marina. Le nuove configurazioni includono dispositivi dissuasori, sistemi di videosorveglianza, passaggi di fuga, aperture per l’accesso all’aria degli organismi che respirano in superficie, uscite di emergenza e osservatori indipendenti a bordo. I dati di monitoraggio pubblicati finora indicano impatti ambientali minimi nelle operazioni documentate, mentre una valutazione complessiva segnala un beneficio netto della rimozione dei rifiuti plastici rispetto ai danni della loro permanenza in mare.

L’area dove l’oceano concentra i detriti

La grande zona di accumulo del Pacifico viene frequentemente immaginata come un’isola compatta, una sorta di piattaforma solida su cui si potrebbe camminare. La realtà è più complessa. Si tratta di una distesa dispersa, mobile, irregolare, attraversata da correnti che concentrano i detriti in zone più dense e poi li ridistribuiscono nuovamente. Questo rende l’operazione meno visibile e più articolata: occorre sapere dove dirigersi, quando intervenire, quanto materiale aspettarsi, come raccoglierlo con il minore impatto possibile.

Le ricerche effettuate nell’area hanno classificato i rifiuti plastici in quattro categorie: microplastiche tra 0,05 e 0,5 centimetri, mesoplastiche fino a 5 centimetri, macroplastiche fino a 50 centimetri e megaplastiche oltre questa dimensione. Per quantità, le microplastiche predominano. Per massa, invece, pesano soprattutto i detriti più voluminosi. Ed è proprio su questi che la raccolta può risultare più efficace: rimuovere i frammenti grandi prima che si trasformino in particelle quasi impossibili da intercettare.

In questa vicenda c’è anche un chiarimento necessario, perché certe notizie positive rischiano di trasformarsi in semplici rassicurazioni motivazionali. Il dispositivo galleggiante da solo affronta una porzione del problema, quella dei rifiuti plastici già presenti negli accumuli oceanici. L’altra porzione resta a monte: fiumi, litorali, attività di pesca, produzione industriale, gestione dei rifiuti, accordi internazionali, settore manifatturiero. La stessa strategia dichiarata prevede due azioni parallele: raccogliere i rifiuti plastici storici già dispersi e bloccare nuovi apporti prima che raggiungano il mare. L’obiettivo dichiarato è rimuovere il 90% dei rifiuti plastici galleggianti negli oceani entro il 2040.

Fonte: theoceancleanup