Scroll infinito senza interagire: così cresce l’ansia da confronto social

smartphone social e ansia

Scorrere una bacheca senza lasciare like, senza scrivere commenti, senza esprimere nulla. Solo osservare in silenzio. È uno dei comportamenti più diffusi sui social network e anche uno dei più semplici da scambiare per un momento di relax: la recente ricerca Eurispes dedicata a tecnologie digitali e benessere psicologico rivela che il 53,6% delle persone intervistate utilizza dispositivi digitali proprio per staccare la spina. Tuttavia, il 79,8% naviga tra contenuti e post senza mai interagire, e il 78,3% osserva profili e attività di altre persone rimanendo passivo. Circa tre soggetti su dieci lo fanno con regolarità.

Questo fenomeno prende il nome di scrolling passivo: assistiamo silenziosamente al percorso di vita di qualcun altro, la nuova abitazione, il fisico scolpito, l’avanzamento di carriera, la cena elegante, la relazione che appare perfetta. Noi, magari, siamo seduti sul divano in tuta mentre l’elettrodomestico di casa smette improvvisamente di funzionare. Il paragone scatta con estrema naturalezza.

La ricerca, diffusa da Eurispes il 1° settembre 2026, illumina proprio questo aspetto meno visibile del legame che abbiamo con i dispositivi: quel momento in cui apriamo il cellulare per svagarci o calmarci, finendo invece per immergerci in una lunga sequenza di esistenze altrui filtrate e selezionate. I risultati raccontano correlazioni ed esperienze riportate direttamente dai partecipanti; non costituiscono prova che lo scrolling passivo generi da solo ansia o scarsa autostima. Nella relazione riassuntiva, peraltro, mancano dettagli su dimensione del campione e metodologia utilizzata. Il segnale che emerge, comunque, specialmente tra le nuove generazioni, risulta difficile da trascurare.

Navigazione attiva e passiva: due modalità d’uso molto diverse

Condividere uno scatto, scrivere a un amico, lasciare un commento o intervenire in una discussione richiede una partecipazione concreta. Secondo l’indagine Eurispes, il 69,2% condivide talvolta contenuti personali, il 63,4% commenta quelli altrui e il 79% ricorre a chat private o di gruppo.

Lo scrolling passivo segue logiche differenti. Ci si limita ad assorbire ciò che compare sullo schermo senza realmente coinvolgersi nella relazione. E questa modalità risulta diffusa quasi quanto quella partecipativa.

Nella fascia d’età 18-24 anni le proporzioni diventano notevoli: il 96,5% consuma contenuti senza mai interagire e il 98,8% osserva profili altrui restando in disparte. Contemporaneamente, il 97,7% pubblica materiale proprio e usa le messaggistiche private. I giovani, dunque, partecipano intensamente e osservano altrettanto intensamente. Sono immersi nel flusso costante da ogni angolazione.

Eurispes identifica proprio in questa esposizione continuativa alle rappresentazioni della vita altrui un contesto favorevole al confronto sociale, alla sensazione di inadeguatezza e alla perdita di percezione del tempo trascorso. Lo scrolling passivo, considerato isolatamente, non rappresenta automaticamente un comportamento problematico; diventa più preoccupante quando si trasforma in un’azione meccanica, ripetitiva, sempre alla ricerca dello stimolo successivo.

Un giovane su due si percepisce inferiore rispetto alle vite viste online

A questo punto i numeri non descrivono più semplicemente quanto tempo dedichiamo a Instagram, TikTok e piattaforme simili, ma iniziano a rivelare come ci sentiamo effettivamente mentre le utilizziamo.

Considerando l’insieme degli utenti, il confronto con le esistenze altrui viene percepito con maggiore forza dal 19,9%. Nella fascia 18-24 anni, però, il 45,1% ammette di sentirsi inferiore rispetto a quanto mostrato dagli altri.

Questa sensazione si accompagna ad altri indicatori significativi. Il 74,4% dei più giovani perde la percezione del tempo mentre naviga sui social, il 67% diventa nervoso quando non riesce a connettersi, il 59,7% avverte un bisogno costante di farlo e il 58,5% ha la sensazione di sprecare tempo prezioso. Il 46,3% arriva addirittura a sentirsi distaccato dalla realtà concreta.

Esiste tuttavia anche un rovescio della medaglia: il 53,7% dei giovani tra 18 e 24 anni afferma di sentirsi meno isolato grazie ai social network, mentre il 65,8% si sente più libero di esprimere se stesso. La stessa piattaforma, quindi, può regalare compagnia, spazio espressivo e, poco dopo, fornire materiale fresco per sentirsi in ritardo rispetto a tutti gli altri.

La questione si complica ulteriormente perché per i giovani i social spesso servono proprio a gestire le emozioni. Il 70,9% dei giovani tra 18 e 24 anni considera fondamentale usare la tecnologia per distrarsi dai problemi quotidiani, il 56,9% attribuisce importanza al riconoscimento ricevuto online e il 91,9% dichiara di aver sfruttato almeno occasionalmente i social per attenuare emozioni negative.

Apriamo dunque lo smartphone anche nei momenti di fragilità. E ad accoglierci troviamo un flusso continuo di persone che, per loro natura, condividono soltanto una selezione accurata della propria quotidianità. Nessuno pubblica su Instagram i quarantasette minuti spesi a cercare una password smarrita o la foto di una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate.

Il paragone persiste anche quando siamo noi a condividere contenuti

L’ansia sociale legata al digitale non colpisce soltanto chi osserva passivamente. Il 60,4% degli utenti riferisce un certo livello di preoccupazione riguardo al giudizio altrui sui contenuti pubblicati, mentre il 55% teme reazioni negative. Il 63,6% controlla frequentemente i like ricevuti e circa la metà modifica i propri post per timore delle reazioni, oppure si sente a disagio quando le interazioni scarseggiano.

Il meccanismo può così richiudersi su se stesso. Osserviamo gli altri, ci confrontiamo, condividiamo qualcosa di personale, verifichiamo l’accoglienza ricevuta e torniamo nuovamente a osservare.

A rendere questo circolo particolarmente efficace contribuisce anche l’architettura stessa delle piattaforme. Secondo il documento Eurispes, feed senza fine, notifiche continue, suggerimenti personalizzati e sistemi di approvazione favoriscono coinvolgimento prolungato e permanenza. Il 71,7% degli intervistati riconosce che le piattaforme propongono contenuti coerenti con i propri interessi; tra i 18-24enni questa percentuale sale al 91,9%. Il 60,5% dei più giovani ritiene inoltre che questi meccanismi possano condizionare opinioni e stati emotivi.

Un dato in particolare fotografa bene quanto l’automatismo sia ormai radicato nella quotidianità: il 51,3% degli intervistati controlla le notifiche non appena si sveglia, e la stessa percentuale cerca aggiornamenti durante il giorno anche quando il telefono non ha segnalato nulla. Tra i 18-24enni queste percentuali salgono rispettivamente all’86% e all’80,3%.

Contenere lo scrolling automatico funziona, se ci si impegna davvero

La maggior parte delle persone, però, conosce il proprio comportamento molto meno di quanto creda. Soltanto l’11,2% verifica regolarmente il tempo trascorso online tramite funzioni del telefono o app dedicate. Il 52,9% possiede solo una stima approssimativa, mentre il 35,9% non saprebbe proprio quantificarlo.

Le strategie per limitare l’automatismo restano ancora poco diffuse: solamente il 12,7% dichiara di averne adottata almeno una, mentre il 30,4% ammette di non averlo fatto pur riconoscendo che dovrebbe.

Tra chi ci prova, le soluzioni più frequenti sono disattivare le notifiche e impostare timer o limiti temporali alle applicazioni. Seguono pasti e momenti in famiglia senza dispositivi, periodi di digital detox e orari prestabiliti lontano dallo schermo. E qualcosa sembra effettivamente muoversi: il 36,3% afferma di aver raggiunto i propri obiettivi, mentre un altro 44,4% dichiara di esserci riuscito almeno parzialmente.

Forse il segnale più prezioso arriva proprio da qui. Lo scrolling passivo può apparire uno dei gesti più innocui della giornata: il pollice scorre, il video cambia, passano cinque minuti che spesso si trasformano in venti. Nel frattempo abbiamo osservato corpi, viaggi, carriere, storie d’amore e vite accuratamente confezionate per stare dentro uno schermo. Il telefono avrebbe dovuto aiutarci a rilassarci. A volte, semplicemente, continuiamo soltanto a scorrere.

Fonte: Eurispes