Confronto sui social: perché i giovani si sentono inferiori

giovani e social

Osservare i profili altrui è ormai un’abitudine diffusa quasi universalmente. Nella fascia d’età compresa tra 18 e 24 anni, il 98,8% naviga tra i contenuti e le attività pubblicate da altri senza mai interagire, mentre il 96,5% si limita a scorrere il feed passivamente. In mezzo a quel flusso continuo di viaggi, fisici scolpiti, festeggiamenti, coppie felici e vite esposte come in una vetrina, scatta inevitabilmente il paragone: il 45,1% dei giovani adulti ammette di percepirsi inferiore rispetto all’esistenza patinata che vede scorrere sugli schermi.

È uno dei risultati più significativi emersi dall’indagine Eurispes dedicata al rapporto tra tecnologie digitali e benessere psicologico, resa pubblica il 1° settembre 2026. La ricerca esamina come gli italiani si relazionano con dispositivi elettronici, piattaforme social, meccanismi automatici, salute mentale e capacità di controllo di sé. Proprio nella fascia anagrafica più giovane presa in esame, quella dei 18-24enni, numerose percentuali raggiungono livelli particolarmente elevati.

Va fatta subito una precisazione importante: Eurispes non ha coinvolto nel proprio campione soggetti minorenni. Utilizzare genericamente il termine “ragazzi” comporterebbe il rischio di estendere i risultati oltre la popolazione effettivamente studiata. I numeri raccontano la realtà dei giovani adulti e possono comunque offrire riflessioni utili a chi si occupa di educazione, ma non certificano che percentuali identiche riguardino anche quattordicenni o sedicenni.

Quando la piattaforma diventa specchio dell’identità

Per i giovani tra 18 e 24 anni, l’ambiente digitale rappresenta molto di più di un semplice passatempo. Il 67,5% attribuisce importanza all’uso dei social per manifestare la propria identità personale, il 56,9% li utilizza per ottenere consensi o riscontri positivi e il 74,4% per allacciare nuove conoscenze. Il 70,9% vi ricorre anche per allontanare pensieri negativi legati a problemi quotidiani.

Un dato in particolare fotografa bene la componente emotiva di questo legame: il 91,9% dei giovani tra 18 e 24 anni dichiara di aver sfruttato almeno occasionalmente i social per attenuare emozioni sgradevoli. Paradossalmente, quello stesso spazio dove si cerca sollievo diventa contemporaneamente il luogo dove ci si confronta costantemente con gli altri.

E il giudizio altrui pesa concretamente. Considerando l’intero campione intervistato, il 60,4% manifesta una certa preoccupazione riguardo a cosa penseranno gli altri dopo aver pubblicato contenuti; il 55% teme reazioni negative e il 63,6% controlla con regolarità il numero di apprezzamenti ricevuti.

Per quanto riguarda i più giovani, il tempo trascorso davanti allo schermo risulta considerevole. Oltre la metà dei 18-24enni, precisamente il 52,4%, dedica allo smartphone per svago più di tre ore nei giorni lavorativi. Nel weekend questa percentuale sale al 60,5%. Non sorprende quindi che pubblicazione personale e osservazione altrui coesistano senza contraddizioni: il 97,7% condivide contenuti sui social, ma il 98,8% guarda anche quello che fanno gli altri senza mai commentare o mettere like. Si mostra e si osserva. Continuamente.

Quasi la metà si percepisce inferiore rispetto alle vite osservate online

Il paragone sociale genera sentimenti contrastanti tra loro. Ed è probabilmente questa la sfumatura più scomoda emersa dallo studio. Tra i 18-24enni il 53,7% afferma di sentirsi meno isolato grazie ai social e il 65,8% si sente più libero di esprimere opinioni e interagire con gli altri. Nello stesso gruppo, tuttavia, il 74,4% perde la percezione del tempo trascorso online, il 67% mostra segni di irritabilità quando non può collegarsi, il 59,7% avverte un’esigenza costante di rimanere connesso e il 46,3% racconta di sentirsi distaccato dalla realtà concreta. Poi c’è quel 45,1% che si percepisce inferiore rispetto alle esistenze mostrate dagli altri utenti.

Eurispes non stabilisce un nesso causale diretto tra utilizzo dei social e insorgenza di questo sentimento. L’indagine raccoglie comportamenti dichiarati, percezioni personali ed esperienze vissute dagli intervistati, evidenziando come, soprattutto tra i giovani adulti, senso di appartenenza, paragone sociale, bisogno di riconoscimento e utilizzo delle piattaforme risultino strettamente intrecciati tra loro.

D’altronde, i social offrono una forma di compagnia piuttosto singolare: possono farci sentire meno soli mentre contemporaneamente ci espongono senza sosta a persone che sembrano vivere esperienze più appaganti delle nostre. Questi due aspetti apparentemente contraddittori convivono perfettamente all’interno dei dati raccolti da Eurispes.

Quel 60,5% che avverte l’influenza delle piattaforme sull’umore

Entra poi in gioco il tema della personalizzazione dei contenuti. Nel campione complessivo, il 71,7% riconosce che le piattaforme propongono materiali coerenti con i propri interessi personali, mentre il 56,3% ritiene che vengano suggeriti anche contenuti nuovi capaci di stimolare la curiosità.

Tra i giovani di 18-24 anni, queste percentuali salgono rispettivamente al 91,9% e al 73,3%. Ma il dato più delicato riguarda un altro aspetto: il 60,5% dei giovani riconosce alle piattaforme un’influenza sulle proprie opinioni o sul proprio stato emotivo, contro il 29,7% rilevato nell’intero campione.

Qui è necessario scegliere le parole con estrema precisione. Eurispes non dimostra scientificamente che “l’algoritmo manipoli” le emozioni dei giovani, né misura sperimentalmente l’effetto specifico di un determinato sistema di raccomandazione. Registra però una percezione particolarmente marcata: sei giovani su dieci riconoscono che i contenuti proposti dalle piattaforme possono influenzare opinioni personali o stati d’animo.

Nelle conclusioni della ricerca, lo stesso Eurispes richiama l’attenzione sull’architettura stessa delle piattaforme: feed infiniti, notifiche continue, raccomandazioni personalizzate, sistemi di misurazione dell’approvazione sociale e meccanismi di rinforzo intermittente sono progettati appositamente per massimizzare coinvolgimento e tempo di permanenza. Per questo motivo, secondo l’Istituto, la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente alla capacità individuale di autoregolarsi.

Quali strategie adottare per genitori ed educatori, partendo dai dati Eurispes

La ricerca non costituisce un manuale operativo per genitori né valuta l’efficacia di specifici interventi educativi rivolti ai minorenni. Fornisce tuttavia un’indicazione piuttosto netta sulla direzione da seguire: la dimestichezza tecnologica non coincide automaticamente con la capacità di gestirla consapevolmente.

I giovani tra 18 e 24 anni rappresentano proprio il gruppo che si ritiene più competente sul fronte digitale: il 61,6% giudica buone o ottime le proprie abilità in questo ambito. Allo stesso tempo, l’86% controlla immediatamente le notifiche appena sveglio, l’80,3% cerca aggiornamenti anche quando il telefono non ha segnalato nulla di nuovo e il 58,1% interrompe altre attività per verificare eventuali novità. Essere estremamente abili nell’utilizzo di uno smartphone, quindi, non implica automaticamente essere altrettanto capaci di scegliere quando ignorarlo.

Alcune indicazioni concrete emergono dalle strategie di autoregolazione già messe in pratica dagli intervistati. Tra chi ha tentato di ridurre o gestire meglio il proprio utilizzo digitale, il 27,9% ha disattivato le notifiche, il 27% ricorre a timer o limiti temporali per le applicazioni e il 16,7% ha stabilito momenti o spazi liberi da dispositivi, come durante i pasti o il tempo dedicato alla famiglia.

E chi ha sperimentato queste strategie ne fornisce una valutazione prevalentemente positiva: il 36,3% dichiara di aver raggiunto gli obiettivi prefissati e un ulteriore 44,4% afferma di esserci riuscito almeno parzialmente. Non si tratta di una sperimentazione clinica rigorosa e non permette di stabilire quale approccio funzioni meglio in assoluto, ma racconta qualcosa di molto concreto: rendere visibili tempi di utilizzo, automatismi comportamentali e interruzioni può contribuire a recuperare almeno parte del controllo personale.

Tuttavia, la semplice consapevolezza sembra non essere sufficiente da sola. Il 91,9% dei giovani riconosce la personalizzazione dei contenuti proposti, il 60,5% percepisce un’influenza sulle proprie opinioni o sull’umore, e oltre il 40% dei giovani tra 18 e 34 anni ha già tentato di ridurre l’utilizzo del telefono senza riuscirci completamente.

Eurispes conclude auspicando maggiore trasparenza da parte degli algoritmi, limiti concreti alle pratiche persuasive, tutele rafforzate per minori e soggetti vulnerabili, oltre a strumenti di controllo facilmente accessibili. Ma affida parte della soluzione anche all’educazione: servono competenze cognitive, emotive e relazionali per vivere il digitale senza esserne travolti.

Perché quel 45,1% che osserva la vita altrui e si sente inferiore ha già intuito qualcosa di fondamentale: lo schermo non si limita semplicemente a mostrare contenuti. A volte lascia tracce dentro di noi anche dopo averlo spento.

Fonte: Eurispes