Odissea: i segreti scientifici nascosti tra i versi di Omero

Odissea

Un’imbarcazione salpa senza bisogno di un timoniere. Priva di barra, non richiede alcuna guida e conosce già in anticipo città, terre coltivate e persino i pensieri degli uomini che porta a bordo. Si tratta di una nave dei Feaci, descritta nel libro VIII dell’Odissea, che letta con occhi contemporanei ricorda incredibilmente un veicolo autonomo pilotato da un’intelligenza artificiale. Omero, va detto, non stava certo registrando un brevetto tecnologico.

Con l’uscita nelle sale italiane, il 16 luglio 2026, dell’Odissea firmata da Christopher Nolan, il celebre poema è tornato al centro dell’attenzione anche fuori dai banchi di scuola. Dietro Ciclopi, sortilegi e divinità permalose si nasconde un universo estremamente concreto: officine artigiane, itinerari commerciali, erbe curative, osservazioni astronomiche e uomini che tentano faticosamente di ricostruirsi una vita dopo il conflitto.

L’Odissea resta prima di tutto un’opera letteraria, frutto di secoli di tramandazione orale e composta da stratificazioni successive. Sarebbe un errore considerarla un vero e proprio manuale tecnico della civiltà micenea. Può tuttavia custodire immagini nate dall’osservazione diretta di strumenti, abitudini e fenomeni ben noti al poeta e al suo uditorio. Il confine tra ricordo autentico e pura invenzione resta sfumato. D’altronde, stiamo parlando del poema in cui un uomo impiega un’intera decade solo per fare ritorno a casa.

Le imbarcazioni feacie sanno già dove dirigersi

Nel racconto tramandato da Alcinoo, re dei Feaci, le navi non necessitano né di nocchieri né di timoni, a differenza di quelle appartenenti agli altri popoli. Sono capaci di leggere autonomamente le intenzioni degli uomini, conoscono ogni singola città e solcano il mare persino tra la nebbia più fitta, senza mai rischiare di naufragare.

Il brano contenuto nel libro VIII rappresenta una delle testimonianze letterarie più antiche di una macchina capace di recepire un desiderio umano, individuare una meta e raggiungerla senza intervento esterno. Definirla intelligenza artificiale ante litteram sarebbe fuori luogo dal punto di vista storico: l’imbarcazione appartiene chiaramente alla dimensione del prodigioso e conserva comunque un equipaggio umano. Resta però innegabile una certa immaginazione tecnologica ante tempo. Il mezzo conosce il percorso meglio di chi vi sale sopra, particolare piuttosto familiare a chiunque abbia mai discusso con il proprio navigatore satellitare.

Il poema fornisce anche dettagli meno fantasiosi riguardo alla navigazione dell’epoca. Le imbarcazioni di Ulisse risultano allungate, sottili, spinte da un folto numero di rematori e progettate appositamente per la velocità. Pur non corrispondendo perfettamente alle piccole navi mercantili individuate dagli archeologi, raccontano comunque un Mediterraneo già solcato da uomini, merci e conoscenze molto prima delle rotte commerciali classiche studiate sui manuali scolastici.

L’occhio di Polifemo diventa un’immagine da fucina

Nel momento in cui Ulisse e i suoi compagni accecano Polifemo utilizzando un palo d’ulivo arroventato, Omero paragona il rumore prodotto al sibilo di una lama incandescente immersa nell’acqua fredda. Nel libro IX dell’Odissea, il fabbro raffredda velocemente un’ascia o uno strumento simile per aumentarne la resistenza.

Ci troviamo davanti a una descrizione precocissima della tempra, il trattamento termico impiegato per indurire l’acciaio. Questa similitudine non prova che ogni bottega del mondo omerico padroneggiasse procedimenti standardizzati, né consente di datare con precisione la tecnica all’epoca della guerra troiana. Dimostra però quantomeno che la scena del metallo immerso nell’acqua, con il suo caratteristico sibilo improvviso, fosse abbastanza familiare da trasformare un occhio trafitto in un’immagine comprensibile a chiunque. Elegante non lo è affatto. Efficace, purtroppo, decisamente sì.

Anche gli scavi condotti attorno al Palazzo di Nestore, nei pressi di Pilo, hanno restituito reperti che dialogano perfettamente con il poema. Nella tomba nota come del Guerriero del Grifone, risalente alla metà del XV secolo avanti Cristo, gli archeologi dell’Università di Cincinnati hanno rinvenuto armi, corazze, gioielli e recipienti realizzati in bronzo, argento e oro. Alcune raffigurazioni micenee mostrano inoltre asce fenestrate, dotate di aperture particolari che potrebbero aiutare a interpretare la celebre gara narrata nel libro XXI: Ulisse deve far passare una freccia attraverso dodici asce allineate. La ricostruzione resta oggetto di dibattito, dal momento che Omero non ha certo allegato uno schema di montaggio.

Il relitto che conferma le rotte dell’età del bronzo

Per lungo tempo le enormi distanze percorse dagli eroi omerici sono sembrate principalmente materia narrativa e poco altro. Poi, nel 1982, un pescatore di spugne individuò al largo di Uluburun, sulla costa turca, quelli che descrisse come dei biscotti metallici dotati di orecchie. Si trattava in realtà di lingotti.

Il relitto, inabissatosi intorno al 1320 avanti Cristo e portato alla luce dall’Institute of Nautical Archaeology, trasportava rame e stagno nelle esatte proporzioni necessarie per ottenere il bronzo, insieme a vetro grezzo, avorio, gioielli, ceramiche, uova di struzzo e legno d’ebano. Materiali e oggetti provenivano da zone estremamente lontane tra loro; l’imbarcazione, costruita in cedro del Libano, sembra avere avuto un equipaggio siro-cananeo e passeggeri legati alla Grecia continentale.

Il carico non dimostra certo che i viaggi di Ulisse siano realmente avvenuti. Conferma però un dato meno spettacolare ma decisamente più solido: nella tarda età del bronzo esistevano già reti marittime capaci di collegare Levante, Egeo, Anatolia, Egitto e territori ancora più remoti. Analisi isotopiche pubblicate negli ultimi anni hanno ricondotto parte dello stagno addirittura all’Asia centrale. Il Mediterraneo omerico non era affatto un insieme di villaggi immobili in attesa del prossimo cantore. Era attraversato da una catena commerciale complessa, con tutti i rischi che questo comportava. Uluburun ne conserva ancora oggi la testimonianza sul fondale marino.

Il moly potrebbe nascondere il ricordo di un antidoto reale

Circe prepara una pozione, gli uomini di Ulisse dimenticano la propria patria e vengono trasformati in maiali. Interviene allora Hermes, consegnando all’eroe il moly, una pianta dalla radice scura e dal fiore candido come il latte, capace di offrirgli protezione.

Da decenni medici e botanici si interrogano su questa sequenza, chiedendosi se possa conservare il ricordo di un avvelenamento causato da piante con proprietà anticolinergiche, come giusquiamo e mandragora. Queste sostanze possono provocare confusione mentale, amnesia, delirio e allucinazioni vere e proprie. La trasformazione in suini appartiene certamente alla magia; perdere però l’orientamento, l’identità e il controllo del proprio comportamento richiede molta meno fantasia.

Uno studio pubblicato nel 2024 sul Journal of Ethnobiology and Ethnomedicine avanza l’ipotesi che il moly non indicasse un’unica specie botanica. Potrebbe invece essere stato il nome attribuito a un gruppo di piante mediterranee imparentate tra loro, riconoscibili per i fiori bianchi, i bulbi ricoperti da scaglie scure e la capacità di inibire l’acetilcolinesterasi. Tra le candidate che potrebbero avere ispirato questa descrizione figurano i gigli di mare del genere Pancratium.

Si tratta a tutti gli effetti di una ricostruzione etnobotanica, fondata su morfologia, distribuzione geografica, filogenesi e proprietà note delle piante. Non sono stati rinvenuti residui della pozione di Circe, né tantomeno un’etichetta con la scritta “moly” su un bulbo miceneo. Gli stessi autori dello studio definiscono l’ipotesi puramente speculativa. Resta comunque una possibilità affascinante: una tradizione orale potrebbe avere fuso diverse specie medicinali in un’unica pianta mitica, lasciando nel poema il ricordo sfocato di un antidoto realmente esistito.

Il mare color del vino e il sole che si eclissa

Omero descrive il mare come “colore del vino”, parla di arcobaleni purpurei e utilizza un vocabolario cromatico estremamente distante dal nostro. Nell’Ottocento qualcuno arrivò persino a ipotizzare che gli antichi Greci possedessero una vista meno sviluppata, incapaci di distinguere correttamente i colori.

Gli studi successivi hanno spostato la questione dagli occhi al linguaggio. Nel mondo greco antico il concetto di colore poteva comprendere luminosità, consistenza, riflessi, movimento e qualità materiali dell’oggetto osservato. Il mare “color vino” poteva quindi richiamare profondità, oscurità e instabilità, più che una precisa casella della moderna scala cromatica. I Greci vedevano perfettamente il blu; semplicemente non organizzavano e nominavano l’esperienza visiva come facciamo noi oggi.

Più controversa risulta l’ipotesi astronomica. Nel libro XX, poco prima della strage dei pretendenti, l’indovino Teoclimeno descrive il Sole scomparso dal cielo e una tenebra calata sul mondo intero. Nel 2008 Constantino Baikouzis e Marcelo Magnasco hanno confrontato altri riferimenti astronomici presenti nel poema — la Luna nuova, Venere, le Pleiadi e Boote — con le configurazioni celesti registrate tra il 1250 e il 1115 avanti Cristo.

Secondo il loro studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, questa combinazione risulterebbe compatibile con l’eclissi totale di Sole visibile dalle isole Ionie il 16 aprile 1178 avanti Cristo. Gli stessi autori precisano che tutto dipende dall’identificazione dei versi con fenomeni astronomici realmente accaduti. Altri studiosi hanno contestato questa lettura, sostenendo che la profezia potrebbe essere semplicemente una metafora di morte e rovina. La data quindi non certifica affatto il ritorno storico di Ulisse né permette di collocare l’eclissi nel calendario della guerra di Troia. Offre però una coincidenza astronomica estremamente precisa, all’interno di un testo che potrebbe avere conservato osservazioni ben più antiche della sua stesura definitiva.

Ulisse ritorna a casa, ma il viaggio resta impresso dentro di lui

La conoscenza custodita nel poema riguarda anche la sfera della mente umana. Ulisse trascorre anni interi in isolamento, piange disperato sulla riva dell’isola di Calipso, perde ogni singolo compagno e rientra infine in una casa che deve riconquistare fingendosi qualcun altro. Prima di essere finalmente riconosciuto, racconta la propria storia ai Feaci. Le parole diventano lo strumento attraverso cui riordina eventi, perdite e la propria identità frantumata.

Studiosi di letteratura classica ed esperti della mente umana hanno accostato questi passaggi alle ricerche contemporanee su trauma, lutto complesso, isolamento e reinserimento sociale dei reduci di guerra. Il volume Human Minds and Homer’s Odyssey analizza proprio il ruolo del racconto, della memoria e dell’azione nel processo di recupero del protagonista. Diagnosticare a Ulisse un disturbo post-traumatico da stress rappresenterebbe però una lettura eccessivamente retrospettiva: le categorie antiche riguardanti mente, emozione e responsabilità erano profondamente diverse dalle nostre attuali. Il poema offre quindi paralleli suggestivi, non una cartella clinica vecchia di tremila anni.

La nave dei Feaci conosce già la propria destinazione. Gli studiosi, a distanza di quasi tremila anni, stanno ancora ricostruendo pazientemente da quali officine, piante e cieli sia nata quella rotta misteriosa.