Una figura di marmo candido, lunga quanto un essere umano, giaceva nella zona meno spettacolare del complesso teatrale: dietro il palcoscenico, sepolta tra le rovine, con lo sguardo verso il basso e senza capo. Nell’antica Laodicea, situata nell’odierna provincia turca di Denizli, questa scultura raffigurante Atena è tornata alla luce il 31 marzo 2026, nel corso degli scavi presso il teatro occidentale della città antica. La notizia è stata diffusa settimane dopo, il 23 aprile, attirando l’interesse su un ritrovamento che comunica molto attraverso ciò che preserva: il drappeggio elaborato, l’egida distintiva, il manto sulle spalle, la posa studiata per integrarsi in un contesto architettonico specifico.
La divinità si trovava nell’area della postscaena, il settore posteriore dell’edificio scenico. In termini più semplici: lo spazio retrostante il palco, dove il teatro cessava di essere soltanto gradinate e performance per trasformarsi in facciata imponente, dichiarazione politica, narrazione scolpita nella pietra. La scultura era adagiata accanto al muro esterno della scena, immersa nei detriti accumulati. Il capo risulta tuttora assente, dettaglio che conferisce all’immagine un carattere più severo, quasi incompiuto. Tuttavia, il resto del corpo è sufficiente per identificare Atena e comprendere quanto la sua collocazione, in quel contesto teatrale, fosse strategicamente significativa.
La divinità riportata alla luce dai resti del complesso occidentale
Laodicea sorgeva nell’Anatolia sud-occidentale, circa sei chilometri a settentrione dell’attuale Denizli, lungo il percorso verso Pamukkale e Hierapolis. Occupava una posizione strategica eccellente: si trovava all’intersezione delle principali arterie commerciali tra l’Anatolia occidentale, centrale e meridionale, su un altopiano circondato dai fiumi Lico, Asopo e Capro. Una simile ubicazione, nel mondo classico, equivaleva a flussi commerciali, transiti continui, scambi culturali, prosperità economica, circolazione di conoscenze.
L’origine ellenistica viene attribuita ad Antioco II, sovrano seleucide del III secolo a.C., che battezzò la città con il nome della consorte Laodice. Successivamente giunse il dominio romano, e Laodicea si sviluppò fino a diventare uno dei centri più prosperi dell’Asia Minore. Il suo apice si situa tra il I e il V secolo d.C.; le vestigia testimoniano ancora quella magnificenza con due teatri, un imponente stadio, agorà, impianti termali, fontane monumentali, vie porticate, basiliche e strutture pubbliche.
Il teatro occidentale, costruito nel II secolo a.C., presentava una facciata scenica articolata su tre ordini, con sedici colonne per ciascun livello. Tra quelle colonne venivano posizionate sculture di divinità, personaggi di rilievo e scene tratte dai poemi omerici. Durante gli scavi del 2024 e del 2025 erano già stati rinvenuti gruppi scultorei legati all’odissea di Ulisse: i Lestrigoni, Polifemo nella caverna, Scilla. La nuova Atena si inserisce nello stesso programma iconografico. In quello spazio, il teatro si configurava come una sorta di enciclopedia pubblica di pietra, comprensibile per una collettività abituata a riconoscere nei miti un codice condiviso.
Atena, d’altronde, nell’epica assume un ruolo da coordinatrice discreta. Orienta, difende, suggerisce, interviene quando l’eroe rischia lo smarrimento. La sua presenza nella facciata scenica di Laodicea unifica dimensione religiosa e narrativa: da un lato la divinità venerata, dall’altro la figura che supporta il percorso di Odisseo. In un teatro dedicato anche alla trasmissione del patrimonio culturale, tale scelta appare logica, quasi necessaria.
Il dorso non rifinito rivela la destinazione originaria
L’aspetto più concreto, quello che suscita immediata curiosità, riguarda la parte posteriore. La scultura mostra una lavorazione accurata sul fronte e una finitura approssimativa sul retro. Questa differenza illustra la sua destinazione meglio di numerose ipotesi: Atena era progettata per una fruizione frontale, verosimilmente collocata tra due colonne della facciata scenica. Gli spettatori osservavano il volto, il corpo, il drappeggio, l’egida. Il dorso rimaneva escluso dalla visuale, integrato nell’architettura.
La base circolare conferma l’inserimento nel sistema decorativo. La scultura era eretta, all’interno di un ordine monumentale progettato per alternare colonne e figure. Il retro grezzo, dunque, ha scarsa relazione con una lavorazione interrotta per urgenza o trascuratezza. Rappresenta una decisione funzionale. Gli scultori antichi conoscevano perfettamente l’angolazione da cui un’opera sarebbe stata ammirata. Lavoravano dove l’occhio arrivava. Risparmiavano dove il marmo doveva semplicemente sostenere la presenza.
L’identità dell’autore rimane ignota. Nessuna firma, nessuna attribuzione individuale, nessun volto da associare alla dea. Le valutazioni degli studiosi indicano però l’intervento di un artigiano esperto, capace di rendere le pieghe del tessuto con qualità elevata e sicurezza tecnica evidente. Il corpo conserva un peplo senza maniche, leggero, aderente, realizzato con pieghe fluide. Attorno al collo compare un mantello, identificato come clamide o hylamis, soluzione insolita per Atena. Sul petto si distingue l’egida con la testa di Medusa e serpenti, il simbolo protettivo della divinità, quello che respinge il pericolo prima ancora di manifestarsi.
La variante del mantello al collo rende l’opera particolarmente rilevante. Le autorità turche la segnalano come tipologia unica tra le rappresentazioni conosciute della dea. Questo elemento, insieme alla qualità esecutiva, colloca la statua oltre la semplice categoria di “bella scoperta”. La trasforma in testimonianza precisa su una modalità locale di raffigurare Atena, forse connessa a un culto cittadino con caratteristiche proprie.
A Laodicea Atena rappresentava anche telai, lana e mestieri
Per comprendere questa Atena occorre uscire momentaneamente dal teatro e osservare la città. Laodicea fu un polo commerciale di grande importanza, specialmente per i tessuti. Le fonti antiche ricordano la sua lana nera, celebre nel mondo romano, e la produzione tessile rimase uno dei pilastri dell’economia locale.
Questo modifica anche la lettura della dea. Atena, nell’immaginario greco-romano, incarna sapienza, strategia, guerra ordinata. A Laodicea emerge con forza anche il suo legame con la tessitura e con i mestieri manuali. Le iscrizioni attestano celebrazioni dedicate alla divinità, e il contesto produttivo della città rende questa venerazione meno astratta: la dea proteggeva mani, tecniche, fili, telai, quella sapienza concreta che trasforma una materia in lavoro e il lavoro in ricchezza.
La scultura, datata all’età augustea, rimanda al primo classicismo del periodo di Augusto, tra il 27 a.C. e il 14 d.C. È un linguaggio che guarda ai modelli greci e li reinterpreta dentro una sensibilità romana più controllata, nitida, idealizzata. Il marmo cerca equilibrio, chiarezza, misura. Niente eccesso, niente movimento scomposto. Il corpo della dea sta immobile e domina lo spazio proprio per questo.
Esiste poi un dato quasi quotidiano, se si può dire parlando di archeologia monumentale. Una città celebre per i tessuti colloca nel proprio teatro una divinità con un drappeggio raffinato, con una veste lavorata in modo da mostrare la perizia dello scultore e, contemporaneamente, il prestigio culturale di una comunità che conosceva il valore del tessuto. Il marmo imita stoffa. La stoffa richiama il lavoro. Il lavoro diventa identità urbana.
Laodicea ha avuto una lunga esistenza e una lunga esposizione alle fratture telluriche. Il sito fu abitato dalla preistoria fino al VII secolo d.C., attraversò terremoti, ricostruzioni, dominio romano, cristianesimo antico, abbandoni e spostamenti della popolazione verso l’area dell’attuale Denizli. Oggi è inserito nella lista propositiva UNESCO, quella che raccoglie i siti candidabili al patrimonio mondiale.
Dentro questa stratificazione, la nuova Atena aggiunge un elemento molto concreto. Dimostra che il teatro occidentale era un luogo di spettacolo, certamente, ma anche un dispositivo di memoria. Dimostra che il culto della dea aveva una radice locale forte. Dimostra che l’economia dei tessuti poteva entrare nel linguaggio religioso e monumentale della città. Dimostra pure che una scultura può restare secoli con il volto nella polvere e continuare a parlare appena qualcuno le toglie i sassi di dosso.
Il capo verrà forse ritrovato, forse resterà da qualche parte sotto altri strati di terra. Intanto il corpo basta. Atena è tornata senza volto, con il retro ruvido e il davanti ancora pieno di mestiere. A Laodicea, per ora, la dea guarda di nuovo il teatro. Anche senza occhi.
Fonte: Kültür ve Turizm Bakanligi
