Swift, il telescopio NASA è caduto dopo 22 anni: dove sono finiti i resti?

NASA Swift Observatory

Il telescopio spaziale Swift della NASA è rientrato nell’atmosfera mercoledì 4 novembre 2026, alle 13:39 ora italiana, sopra l’isola di Sumatra, in Indonesia. Dopo quasi 22 anni dedicati allo studio delle esplosioni più violente del cosmo, il satellite da circa 1.450 kg si è disgregato in un rientro non controllato. La maggior parte della struttura dovrebbe essersi consumata, ma qualche componente potrebbe aver raggiunto il suolo. Per ora non si sa dove siano finiti gli eventuali resti, né se siano davvero arrivati a terra.

La NASA ha confermato il rientro, individuato dalla US Space Force a circa 3,4 gradi di latitudine nord e 98,6 gradi di longitudine est, nel nord di Sumatra. Questi dati indicano il punto in cui il satellite è entrato nell’atmosfera, non quello in cui potrebbero essere caduti i frammenti. La differenza conta, perché un oggetto grande come una piccola auto viaggia nel cielo a migliaia di chilometri orari.

Frammenti forse giunti a terra, ma senza una posizione nota

Scendendo, Swift ha incontrato strati d’aria sempre più fitti. Il calore estremo ha distrutto buona parte della struttura, mentre alcune parti più compatte e resistenti alle alte temperature potrebbero essere sopravvissute.

L’Aerospace Corporation, tramite il suo centro dedicato ai detriti spaziali, ha seguito la traiettoria fino al rientro sopra Sumatra. Più scie luminose sono state viste anche in Malesia e a Singapore, come riferisce l’Istituto nazionale di astrofisica.

Le immagini mostrano il satellite che si frammenta, ma non chiariscono quali parti siano sopravvissute né dove siano finite. Alcuni pezzi possono essersi dissolti del tutto, altri essere caduti in mare o sulla terraferma. Al 6 novembre non risultano annunci ufficiali di ritrovamenti riconducibili a Swift.

Rischio per le persone: la stima della NASA era di 1 su 2.100

Prima della caduta, l’agenzia americana aveva calcolato una probabilità di circa 1 su 2.100 che i detriti ferissero qualcuno. Il dato riguarda il rischio complessivo per la popolazione mondiale, molto diverso dalla probabilità che una singola persona venga colpita.

L’evento era giudicato improbabile, ma abbastanza concreto da giustificare il monitoraggio fino al rientro. Per l’Italia nessun pericolo diretto: Swift orbitava tra 20,6 gradi di latitudine nord e 20,6 gradi sud, quindi il nostro Paese era fuori dall’area interessata.

Quella fascia comprende soprattutto zone tropicali e ampie distese oceaniche. Finora non sono stati segnalati danni né feriti legati al rientro.

Che fine fanno i materiali di Swift?

La caduta pone anche un tema ambientale. Il telescopio ha lasciato l’orbita e non è più un ostacolo per gli altri satelliti, ma i suoi materiali non sono per forza svaniti con le scie osservate sopra Sumatra.

Secondo l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), i componenti più robusti, per esempio in acciaio o titanio, possono resistere al calore e arrivare al suolo. La NASA aveva messo in conto questa eventualità, senza precisare quali parti avrebbero potuto sopravvivere. Senza ritrovamenti confermati, non è possibile sapere quanti detriti siano rimasti né che effetti abbiano avuto.

Esiste poi un aspetto meno evidente: bruciare in atmosfera non equivale a sparire. Nel rientro i metalli dei satelliti possono vaporizzare e trasformarsi in particelle che restano sospese nell’alta atmosfera.

Uno studio del 2023 su Proceedings of the National Academy of Sciences, a cui hanno partecipato anche ricercatori della NOAA, ha rilevato alluminio e altri metalli, legati al rientro di satelliti e stadi di razzi, in circa il 10% delle particelle di acido solforico stratosferiche più grandi di 120 nanometri.

La ricerca descrive l’accumulo dovuto a tutte le attività spaziali, quindi non consente di attribuire un impatto preciso a Swift. Gli effetti di queste particelle sulla chimica dell’atmosfera sono ancora in fase di studio.

Anche l’ESA, nel rapporto 2026 sull’ambiente spaziale, ha segnalato l’inquinamento atmosferico causato dai rientri, sempre più numerosi. Ridurre i detriti in orbita è essenziale, ma bisogna capire anche cosa succede ai materiali quando si distruggono nell’atmosfera.

Per Swift restano dunque due incognite: quanti pezzi siano arrivati al suolo e quanto materiale si sia disperso durante la combustione. Nessun dato pubblico le ha ancora quantificate.

Il salvataggio tentato dalla NASA e fallito

Il destino di Swift era segnato da tempo. Il telescopio si trovava in orbita bassa e non aveva propulsori in grado di contrastare la perdita di quota. Negli ultimi anni, inoltre, l’intensa attività solare ha scaldato ed espanso gli strati alti dell’atmosfera, aumentando l’attrito sul satellite, che rallentava e scendeva in aria sempre più densa.

La NASA aveva provato una soluzione ambiziosa: mandare un secondo satellite ad agganciare Swift per spingerlo su un’orbita più alta. La Swift Boost Mission era stata affidata all’azienda americana Katalyst Space. Il 3 luglio 2026 è partito LINK, veicolo robotico con tre bracci meccanici e un sistema di propulsione per raggiungere il telescopio.

Il tentativo si è però interrotto prima dell’aggancio. LINK ha avuto problemi al controllo dell’assetto, con guasti a ruote di reazione e propulsori. I tecnici hanno portato avanti alcune manovre, avvicinandolo a circa 12-15 km da Swift, ma senza poter tentare la cattura.

La NASA ha quindi rinunciato. Curiosamente, anche LINK è rientrato nell’atmosfera il 25 settembre 2026. Nel bilancio ufficiale della missione l’agenzia ha ammesso di non aver raggiunto l’obiettivo, precisando che l’esperienza servirà a sviluppare tecnologie per la manutenzione dei satelliti nello spazio.

Swift ha lavorato ancora per qualche settimana, fino al 20 ottobre, quando, sceso a circa 275 km di quota, non è più riuscito a mantenere l’orientamento necessario alle osservazioni. Gli operatori hanno chiuso le attività scientifiche e preparato il veicolo al rientro, avvenuto il 4 novembre.

Ventidue anni di scoperte, con un contributo italiano

Lanciato il 20 novembre 2004, Swift doveva funzionare solo due anni. Ne ha invece trascorsi quasi ventidue a studiare lampi gamma, esplosioni stellari, buchi neri e altri fenomeni. Il suo punto di forza era la rapidità: individuato un lampo gamma, orientava subito gli strumenti verso la sorgente, seguiva l’evoluzione dell’evento e allertava gli altri osservatori. In totale ha osservato oltre 2.000 lampi gamma e più di 1.400 supernove, contribuendo a circa 7.000 pubblicazioni scientifiche.

Alla missione ha partecipato anche l’Italia. Come ricorda l’Agenzia Spaziale Italiana, il nostro Paese ha fornito il modulo degli specchi del telescopio a raggi X, collaborato a calibrazione e software scientifico e messo a disposizione la stazione di Malindi, in Kenya, per la trasmissione dei dati.

Un impegno che per oltre vent’anni ha coinvolto ricercatori italiani, tra cui quelli dell’INAF, e che proseguirà con lo studio del vasto archivio scientifico lasciato dalla missione. Swift ha smesso di osservare l’Universo il 20 ottobre e ha lasciato l’orbita il 4 novembre. Restano migliaia di osservazioni astronomiche; dei suoi eventuali frammenti, invece, non ci sono ancora notizie certe.