I display delle stazioni di servizio cambiano volto in pochi giorni, e con essi si trasforma anche la percezione che gli europei hanno del proprio veicolo. Da quando il conflitto con l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz e riportato il greggio al centro dell’attenzione globale, il prezzo del rifornimento è tornato a preoccupare nuclei familiari, parchi aziendali e istituzioni. In questo contesto, quasi senza clamore, i veicoli elettrici hanno ripreso quota. Reuters collega l’impennata delle vendite all’aumento dei carburanti conseguente alla crisi. Il collegamento appare solido sul piano contestuale, meno su quello della causalità diretta: una porzione di quelle registrazioni era probabilmente già inserita in un percorso commerciale avviato prima dell’ultima escalation del greggio. Il tema centrale, dunque, non è ridurre tutto a una risposta istantanea del mercato, ma osservare come la crisi energetica abbia riportato sotto i riflettori di istituzioni, imprese e cittadini la vulnerabilità della dipendenza dai combustibili fossili.
La crisi colpisce un punto debole del continente. Nel 2024 l’Unione europea ha soddisfatto con importazioni nette il 57% del proprio fabbisogno energetico. Nello stesso anno il petrolio e i suoi derivati hanno rappresentato il 38% del mix energetico disponibile, mentre i trasporti hanno assorbito il 31% dei consumi finali di energia, con il traffico su strada che copre quasi interamente questa quota. Quando il prezzo del greggio sale, l’Europa ne risente immediatamente.
L’impennata delle registrazioni coincide con il ritorno del petrolio al centro della scena continentale
Marzo ha già registrato cifre significative. Nelle 15 aree europee UE+EFTA monitorate da New Automotive ed E-Mobility Europe, le registrazioni di veicoli elettrici puri sono aumentate del 51% rispetto all’anno precedente. Le nuove vetture elettriche immatricolate nel solo mese hanno oltrepassato quota 224 mila, con una quota del 22% nei mercati tracciati e una stima del 21,2% su scala UE. Nel primo trimestre gli Stati membri dell’Unione hanno registrato oltre 500 mila nuove vetture elettriche, con una crescita del 33,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Secondo i due enti, questo incremento vale già un taglio potenziale di circa 2 milioni di barili di petrolio l’anno.
Il ritorno dei veicoli a batteria si riflette anche nella distribuzione geografica del mercato. I cinque Paesi che stanno trainando il gruppo – Germania, Francia, Spagna, Italia e Polonia – registrano tutti una crescita superiore al 40% da inizio anno. L’Italia, ferma attorno al 5% di quota a fine 2025, è salita all’8,6% in marzo con registrazioni BEV in aumento del 65% da gennaio. La Germania procede con circa un veicolo su quattro immatricolato a marzo già completamente elettrico e un progresso del 42% nel trimestre. La Francia rimane il grande mercato più avanzato, con una quota del 28% a marzo e una crescita vicina al 50%. Nei Paesi nordici il quadro corre ancora più veloce: 76,6% in Danimarca, quasi 50% in Finlandia, 98,4% in Norvegia.
Dietro quelle registrazioni non ci sono solo statistiche. Ci sono nuclei familiari che ricalcolano i budget, imprese che valutano i costi operativi e produttori che cercano di capire se marzo sia stato uno slancio o un segnale. Questo rimbalzo arriva dopo mesi incerti, e si comprende meglio guardando il percorso compiuto.
Nel 2025 i veicoli elettrici avevano chiuso al 17,4% del mercato UE, in ripresa dal 13,6% del 2024, mentre tra gennaio e febbraio 2026 erano già al 18,8%. Il mercato, però, restava pieno di incertezze. Le ibride continuavano a occupare la prima posizione con il 38,7% delle registrazioni tra gennaio e febbraio 2026, e soprattutto Bruxelles aveva già mostrato tutta la sua ambivalenza: ai produttori sono stati concessi tre anni, invece di uno, per centrare i nuovi obiettivi di CO2 senza sanzioni, e a dicembre 2025 la Commissione ha perfino proposto una revisione che alleggerisce l’effettivo divieto ai motori termici dal 2035, abbassando l’obiettivo a una riduzione del 90% delle emissioni allo scarico rispetto al 2021. L’Europa vuole proteggersi dal prossimo shock energetico, però continua a rallentare proprio sul terreno che dovrebbe renderla meno dipendente dal greggio.
Bruxelles cerca di prepararsi al prossimo aumento
A Bruxelles, intanto, si sta cercando di anticipare il prossimo colpo. La Commissione prepara un pacchetto che mira a tassare l’elettricità meno dei combustibili fossili, favorire l’adozione di veicoli elettrici e pompe di calore, spingere reti intelligenti e fissare prima dell’estate un obiettivo europeo di elettrificazione. Reuters riferisce che la logica del piano è semplice: ridurre l’esposizione a future impennate di petrolio e gas, perché restare legati ai fossili costa sempre di più al continente.
Per anni la transizione è rimasta sospesa a parole importanti: clima, industria, strategia. Adesso si presenta in una forma molto più concreta: il rifornimento, la bolletta, il trasporto merci, la vulnerabilità geopolitica e il greggio che torna a farsi sentire ovunque. Quando i trasporti valgono quasi un terzo dei consumi finali europei e il petrolio resta l’elemento più pesante del mix energetico, ogni veicolo elettrico venduto riduce un po’ lo spazio del greggio nella vita quotidiana europea.
La transizione non ha ancora l’aspetto di una marcia trionfale: i produttori continuano a chiedere flessibilità, Bruxelles continua a oscillare tra accelerazione e concessioni, la competizione internazionale resta feroce. Però marzo ha lasciato intendere che quando il greggio torna a mordere, l’Europa corre verso la presa di corrente. Il cartello del distributore resta lì, acceso. E lì sopra si vede ancora chi tiene in mano il guinzaglio.
