Le vie commerciali della civiltà Maya non trasportavano soltanto pietre preziose come la giada, l’ossidiana e manufatti in ceramica, ma anche creature viventi. Una ricerca apparsa sul Journal of Archaeological Science documenta come alcune popolazioni stanziate sugli altipiani del Chiapas, nella parte meridionale del Messico, ricevessero cani di piccola taglia dalle zone pianeggianti maya situate a diverse centinaia di chilometri. I percorsi raggiungevamo distanze comprese tra 560 e 640 chilometri circa. All’interno di questa economia circolavano quindi esseri viventi da nutrire, curare e mantenere in salute durante tragitti lunghi e impegnativi, segno di un’organizzazione che ricorda da vicino una vera catena di approvvigionamento.
La ricerca ha esaminato resti ossei e dentali di canidi ed erbivori di grossa taglia rinvenuti in due località degli altipiani del Chiapas, Moxviquil e Tenam Puente, risalenti a un periodo compreso tra il 400 e l’800 d.C. Gli studiosi hanno utilizzato principalmente le tracce chimiche che permangono nei tessuti e consentono di determinare il luogo di crescita di un animale. Per rendere il confronto più accurato, hanno inoltre realizzato una mappatura isotopica locale basata su 45 campioni vegetali prelevati nel Chiapas centrale. Gli stessi autori sottolineano che un sistema di questo tipo presuppone coordinamento, attenzione e una rete di scambi particolarmente consolidata.
Piccoli canidi nutriti con cereali e proteine avevano grande valore
Il gruppo di ricerca ha esaminato anche gli isotopi stabili di carbonio e azoto, utili per ricostruire le abitudini alimentari. Da questa analisi emerge un elemento significativo: questi canidi consumavano cereali come il mais e proteine animali in proporzioni elevate, quindi una dieta abbondante e molto simile a quella delle persone. Secondo gli studiosi, questo rappresenta il segnale di un’alimentazione controllata e pianificata con cura. In alcuni casi potrebbe addirittura trattarsi di varietà selezionate, forse collegate agli antenati dello Xoloitzcuintli, il celebre cane glabro messicano, ipotesi che dovrà essere confermata tramite analisi genetiche.
Nelle rappresentazioni artistiche maya appaiono frequentemente piccoli canidi posizionati sotto l’amaca del sovrano. Questo suggerisce un ruolo di simbolo di prestigio, oggetto di dono politico o bene di alto valore sociale. Proprio in questo punto il quadro si fa più articolato, perché lo stesso animale che affiancava le classi dominanti poteva avere anche un destino differente. L’archeologa Ashley Sharpe, che studia questi reperti da tempo, descrive molti esemplari come cani estremamente piccoli, di dimensioni appena superiori a quelle di un Chihuahua, con caratteristiche che richiamano in parte i cani panciuti raffigurati nelle note statuette di Colima.
Secondo Sharpe, numerosi esemplari venivano cresciuti principalmente per essere consumati come alimento. La ricercatrice rileva che quasi tutti gli individui da lei analizzati avevano un’età compresa tra uno e due anni e che su molte ossa sono visibili tracce di macellazione compatibili con la preparazione della carne. In sintesi, le cure ricevute in vita non escludevano affatto un utilizzo alimentare finale. Anzi, lo rendono ancora più probabile.
Nei luoghi cerimoniali emergono anche incisioni sul collo e sepolture specifiche
Parallelamente all’impiego alimentare rimane aperta anche la dimensione cerimoniale. A Kaminaljuyu, rilevante centro urbano degli altipiani guatemaltechi, alcuni canidi sono stati rinvenuti in una fossa associata a un contesto di grave carenza idrica, in prossimità di un lago in fase di prosciugamento. Numerosi scheletri mostrano incisioni sul collo e una disposizione particolare insieme a frammenti di ceramica, elementi che vari archeologi interpretano come indizi di sacrifici rituali destinati a invocare l’acqua dalle divinità.
L’immagine complessiva dei cani presso i Maya rimane quindi ricca di contraddizioni. Erano animali trasferiti vivi attraverso lunghe distanze, alimentati con cibi pregiati, talvolta associati al potere e al prestigio, talvolta impiegati in cerimonie, talvolta cresciuti per essere consumati. Il nuovo studio contribuisce a collegare questi elementi senza edulcorarli. E dimostra qualcosa di molto chiaro: nelle società antiche il rapporto con gli animali poteva essere al contempo intenso, funzionale, simbolico e crudele.
