Per decenni si è ritenuto che determinate patologie infettive fossero giunte nel continente americano con i colonizzatori europei. Una singola testimonianza archeologica, proveniente da un museo boliviano, ha però ribaltato questa convinzione consolidata. L’analisi di un elemento dentale appartenuto a un giovane vissuto sull’altopiano andino tra il XIII e il XIV secolo ha permesso agli scienziati di ricostruire quasi interamente il patrimonio genetico di Streptococcus pyogenes, il microrganismo oggi collegato a diverse patologie tra cui faringiti, forme invasive e, in determinate varianti, la scarlattina. Questa evidenza anticipa di diversi secoli la documentazione della sua presenza nel Nuovo Mondo.
Il materiale proviene dal MUNARQ, l’istituzione museale nazionale dedicata all’archeologia situata a La Paz. L’individuo esaminato presentava origini native americane, attestate dall’analisi del dna mitocondriale, mentre le condizioni ambientali fredde e aride dell’altopiano hanno favorito un’eccezionale conservazione dei resti. Questi elementi sono fondamentali perché chiariscono come sia stato possibile estrarre materiale genetico sufficientemente integro per una ricostruzione tanto accurata.
Ricostruzione genetica del patogeno precolombiano
La ricerca, apparsa su Nature Communications, ha utilizzato il sequenziamento metagenomico shotgun combinato con una metodologia denominata assemblaggio de novo, che ricompone un genoma partendo da numerosi frammenti di dna senza fare riferimento a mappe genomiche contemporanee. Questo approccio è significativo perché evita di forzare i dati archeologici entro schemi costruiti su evidenze attuali. L’analisi ha identificato un ceppo antico affine a linee moderne di S. pyogenes associate principalmente a infezioni faringee.
Occorre però precisione nell’interpretazione. Affermare che questa scoperta “rivoluziona la storia della scarlattina” è efficace dal punto di vista comunicativo, ma lo studio presenta una sfumatura più articolata. I ricercatori evidenziano che il genoma antico conserva geni di virulenza fondamentali, mentre i profagi ricostruiti non contengono le esotossine pirogene streptococciche. Il CDC specifica che la scarlattina è provocata da ceppi di Streptococcus pyogenes che producono tali esotossine. La conclusione più robusta riguarda dunque la presenza precolombiana del batterio nelle Americhe. Il collegamento diretto con un caso antico di scarlattina rimane più sfumato, più tecnico, più circospetto.
Ciò non sminuisce l’importanza della scoperta. Ne modifica la prospettiva, che è ben diverso. La mummia boliviana non fornisce una diagnosi clinica dell’individuo né rivela la causa del decesso. Offre però una testimonianza genetica inequivocabile: S. pyogenes era presente tra le popolazioni indigene sudamericane prima dell’arrivo degli europei. A questo punto l’ipotesi di una semplice “introduzione” post-1492 perde consistenza.
Rilevanza contemporanea della ricerca
Il microrganismo non è affatto un argomento relegato ai manuali storici. L’OMS lo classifica come patogeno di rilevanza globale, mentre l’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità aveva già evidenziato nel 2022 un incremento di infezioni invasive da streptococco di gruppo A e, in alcune nazioni, anche di episodi di scarlattina, particolarmente tra i più piccoli. Negli Stati Uniti il CDC prosegue il monitoraggio delle manifestazioni cliniche più significative associate a S. pyogenes. Investigare così profondamente nel passato contribuisce quindi a comprendere meglio una problematica che nel presente rimane dinamica.
Lo studio fornisce inoltre un contributo evolutivo rilevante. Le analisi filogenetiche posizionano il ceppo boliviano alla radice della diversità moderna di Streptococcus pyogenes, mentre le ricostruzioni cronologiche suggeriscono che la maggioranza dei lignaggi attuali si è differenziata globalmente negli ultimi circa 5.500 anni. I ricercatori correlano questa espansione a comunità umane progressivamente più stanziali e concentrate, dove la prossimità fisica ha creato condizioni ideali per la diffusione e la diversificazione del patogeno.
Esiste anche un aspetto che rende questa vicenda particolarmente affascinante. I ricercatori non stavano cercando specificamente quel batterio. Stavano esaminando il materiale genetico presente nei resti con un approccio esplorativo, e da lì è emerso uno dei risultati più significativi degli ultimi anni sulla storia antica di questo microrganismo. Talvolta la ricerca procede così: non apre improvvisamente una porta, ma sposta delicatamente una tessera. Soltanto che quella tessera modifica l’intero mosaico.
Fonte: Nature
