Tempesta solare G3: ecco perché le Alpi si sono colorate di rosso

tempesta geomagnetica G3

Alle 19:58 ora italiana del 10 ottobre, la perturbazione geomagnetica ha toccato il livello G3, “forte”, secondo la classificazione adottata dallo Space Weather Prediction Center della NOAA. Poco più tardi, le webcam puntate sull’arco alpino hanno catturato un tenue bagliore rosso-magenta: sul Plateau Rosà, al di sopra di Cervinia, una striscia colorata è apparsa appena al di sopra della linea dell’orizzonte. Tra le possibili spiegazioni c’è certamente un fenomeno aurorale. Tuttavia l’Istituto Nazionale di Astrofisica suggerisce di non escludere un’ipotesi alternativa: quella di un SAR, acronimo di Stable Auroral Red arc, ovvero un arco rosso stabile collegato alle tempeste geomagnetiche.

La differenza non è affatto marginale. Guardando semplicemente una fotografia del cielo tinto di rosso, risulta impossibile capire se ci si trova davanti a un’autentica aurora oppure a un SAR. Per distinguerli occorrono dati precisi sullo spettro luminoso e sulle particelle coinvolte nel fenomeno. Il cielo, quindi, era effettivamente rosso: quanto all’etichetta corretta da attribuire a quella fotografia, meglio attendere ulteriori rilevazioni scientifiche.

Due eruzioni solari anticipate rispetto alle previsioni

Nelle ore successive è stato possibile ricostruire con maggiore accuratezza l’origine dell’evento. Come riportato dall’aggiornamento INAF, alla base della tempesta ci sono state due espulsioni di massa coronale (CME) generate dal Sole tra il 7 e l’8 ottobre. Gli esperti le attendevano in prossimità del nostro pianeta per l’11 ottobre, ma sono giunte già nel pomeriggio del 10. L’onda d’urto interplanetaria è stata registrata alle 16:34, e nel giro di poche ore l’attività geomagnetica ha toccato il livello G3.

Una CME consiste in una massiccia fuoriuscita di plasma e campo magnetico dalla corona solare. Quando questo materiale arriva sulla Terra con le condizioni giuste, può cedere energia alla magnetosfera terrestre e alterarne l’equilibrio magnetico. Non è sufficiente che il Sole emetta materiale nella nostra direzione: risultano determinanti anche velocità, densità e, soprattutto, l’orientamento del campo magnetico trasportato dal vento solare.

Il 10 ottobre, l’intensità dell’evento è aumentata al punto da spingere gli effetti visivi verso latitudini decisamente inferiori rispetto alle consuete zone aurorali. Ecco spiegato il motivo per cui le Alpi si sono tinte di rosso.

La ragione dietro il colore rosso

Le aurore si formano quando particelle cariche ad alta energia entrano in contatto con atomi e molecole presenti negli strati superiori dell’atmosfera. L’ossigeno, a seconda dell’altitudine e delle condizioni ambientali, può produrre luce verde oppure rossa. Nei momenti di forte attività geomagnetica, l’area interessata dal fenomeno tende ad ampliarsi verso sud, rendendo visibili emissioni luminose che solitamente restano confinate alle regioni polari.

Entra in gioco anche la fotocamera, che in situazioni come questa opera un piccolo “inganno” del tutto legittimo. Un tempo di posa di qualche secondo è in grado di catturare emissioni luminose troppo flebili per essere percepite dall’occhio umano. Ecco perché un cielo che a occhio nudo appare solo leggermente velato può trasformarsi, in fotografia, in una vistosa fascia color magenta.

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Aurora oppure SAR? Un’immagine da sola non chiarisce il dubbio

Il SAR può facilmente essere confuso con un’aurora, tanto che porta persino il termine “auroral” nella sua denominazione, ma il processo fisico sottostante è completamente diverso. Durante una perturbazione geomagnetica, l’energia legata alla corrente ad anello che avvolge il nostro pianeta può provocare il riscaldamento degli elettroni nella ionosfera. Le collisioni che ne derivano eccitano gli atomi di ossigeno, i quali emettono quella tipica luminescenza rossastra. Gli archi SAR si manifestano prevalentemente durante fasi di intensa attività geomagnetica e sono in grado di estendersi su ampie porzioni di cielo. Anche la NASA definisce queste formazioni come emissioni di colore rosso collegate al marcato riscaldamento che si verifica nella magnetosfera interna.

Esistono comunque alcuni indizi visivi utili. Un’aurora può dar vita a raggi luminosi, drappeggi e strutture a tenda che modificano rapidamente forma e intensità; un SAR, al contrario, si presenta generalmente più omogeneo, statico e duraturo nel tempo. Il problema è che la natura non sempre si comporta in modo abbastanza chiaro da permettere una diagnosi affidabile basandosi solo su una foto condivisa sui social.

Per questo motivo, l’INAF mantiene un atteggiamento cauto riguardo alle immagini del 10 ottobre: il bagliore rosso-magenta ripreso dalle webcam alpine è un dato di fatto, così come la tempesta G3. Determinare con certezza quale fenomeno abbia generato quella particolare luminosità richiede però misurazioni più approfondite.

Il significato di una tempesta classificata G3

All’interno della scala NOAA dedicata alle tempeste geomagnetiche, il livello G3 rappresenta una perturbazione definita “forte”, corrispondente a un indice planetario Kp di 7. Si tratta del terzo gradino su cinque complessivi: al di sopra troviamo G4 (severo) e G5 (estremo).

Questa classificazione segnala anche potenziali ripercussioni tecnologiche, senza però garantire che si siano effettivamente verificate. Al livello G3, la NOAA prevede possibili fluttuazioni di tensione nelle reti elettriche, accumuli di carica sulla superficie dei satelliti, un aumento della resistenza atmosferica per i velivoli spaziali in orbita bassa, oltre a interferenze intermittenti nei sistemi di navigazione satellitare e nelle comunicazioni radio ad alta frequenza. Gli impatti più significativi riguardano principalmente le zone a latitudini elevate.

Per quanto riguarda il Nord Italia, l’esito più suggestivo del 10 ottobre resta quello osservato nel cielo sopra le nostre teste. La tempesta è stata ampiamente documentata, così come il bagliore rossastro. Per poterlo definire ufficialmente “aurora boreale”, serve ancora un passaggio decisamente meno spettacolare rispetto alle immagini condivise: misurare con precisione quale fosse realmente la fonte di quella luce.