Stonehenge: scoperto come arrivò la pietra scozzese dopo 700 km

pietra stonehenge

Un monolito di arenaria lungo quasi cinque metri e dal peso di sei tonnellate giace oggi al centro di Stonehenge. Osservato da lontano, appare come un normale componente del celebre sito preistorico europeo. Avvicinandosi, però, si trasforma in un enigma: in che modo un blocco roccioso proveniente dal nord-est scozzese è giunto nella pianura di Salisbury, nell’Inghilterra meridionale? Ricerche precedenti avevano già dimostrato che la Pietra dell’Altare non proviene dal Galles, bensì dalla Scozia, distante circa 700 chilometri dal Wiltshire. Adesso una nuova indagine pubblicata sul Journal of Quaternary Science approfondisce la questione tentando di tracciare il percorso compiuto.

Settecento chilometri tra Scozia e Inghilterra meridionale

Gli studiosi hanno unito tecniche di datazione dei minerali con modelli delle antiche coperture glaciali per esaminare un’ipotesi dibattuta da tempo: la possibilità che i ghiacciai dell’ultima glaciazione abbiano spostato la roccia verso meridione. I risultati mostrano uno scenario articolato. Le masse glaciali potrebbero aver trascinato materiale roccioso per un segmento del tragitto, probabilmente fino alla zona di Dogger Bank nel Mare del Nord, un’area oggi sommersa che anticamente collegava la Gran Bretagna al continente europeo. Tuttavia il percorso rimanente fino a Stonehenge sarebbe stato coperto dall’intervento umano.

I limiti della teoria glaciale

Per decenni, di fronte ai megaliti di Stonehenge, l’ipotesi del trasporto glaciale ha esercitato un certo fascino. Semplice ed elegante: la natura muove i massi, gli uomini li trovano più vicini e li utilizzano. I dati geologici stanno però ridimensionando fortemente questa teoria. Uno studio precedente pubblicato su Nature aveva identificato l’origine della Pietra dell’Altare nell’Old Red Sandstone dell’Orcadian Basin, vasta regione geologica della Scozia nord-orientale, attraverso l’analisi di zirconi, apatiti e rutili contenuti nei frammenti rocciosi. Questi minerali hanno funzionato come un’impronta digitale geologica.

La ricerca attuale integra ulteriori elementi sulla modalità di trasporto. Le simulazioni delle calotte glaciali mostrano l’assenza di percorsi glaciali plausibili che collegassero direttamente l’area di provenienza con Stonehenge. I ghiacci potevano spostare materiale verso determinate zone del Mare del Nord, accorciando eventualmente parte della distanza. Rimanevano comunque centinaia di chilometri da percorrere mediante mani, funi, slitte, rulli, imbarcazioni o qualsiasi combinazione di tecniche che oggi possiamo solo ipotizzare.

Questo rende la vicenda meno misteriosa e decisamente più straordinaria. Il monolito potrebbe essere stato mosso in fasi successive, alternando tratti terrestri a passaggi lungo corsi d’acqua o linee costiere, dove il trasporto via mare avrebbe semplificato almeno in parte l’operazione. Un itinerario preciso rimane ancora da definire. Il dato certo, tuttavia, è già significativo: la Pietra dell’Altare richiese pianificazione, tempo, conoscenza territoriale e cooperazione tra diverse comunità.

Caratteristiche e rilevanza della Pietra dell’Altare

Stonehenge, situato nella contea inglese del Wiltshire, viene frequentemente descritto come un circolo di pietre isolato nella campagna. In realtà fa parte di un paesaggio molto più esteso, comprendente tumuli, percorsi cerimoniali, tracce di insediamenti e monumenti neolitici. Secondo English Heritage, la prima struttura importante del sito risale approssimativamente al 3000 a.C., mentre i grandi blocchi centrali furono posizionati intorno al 2500 a.C. Nel monumento coesistono pietre differenti: i grandi sarsen, principalmente provenienti dall’area del Wiltshire, e le più piccole “bluestones”, tradizionalmente associate al Galles. La Pietra dell’Altare appartiene a queste pietre particolari, e per lungo tempo si era ritenuto provenisse proprio da una zona gallese.

La provenienza scozzese ha modificato completamente il quadro. Si tratta di un collegamento che attraversa quasi tutta la Gran Bretagna, da settentrione a meridione, in un’epoca priva di strade moderne, senza animali da traino utilizzati successivamente su vasta scala, senza ruote impiegate nel modo che conosciamo oggi. Se il blocco giunse effettivamente dal nord-est scozzese fino a Salisbury Plain per volontà umana, allora Stonehenge cessa di essere solamente un capolavoro locale e diventa la testimonianza materiale di una rete molto più estesa.

Il termine “rete” va inteso senza immaginazione contemporanea. Indica persone che conoscevano territori distanti, che potevano trasmettere informazioni, decidere un’impresa collettiva, sostenere un progetto nel tempo. Significa anche attribuire a quel monolito un valore tale da giustificare uno sforzo enorme. Nessuno trascina sei tonnellate per centinaia di chilometri senza una ragione profonda.

Una narrazione di impresa umana, non di enigmi

Stonehenge
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Lo studio evita interpretazioni sensazionalistiche. Gli autori descrivono uno spostamento intenzionale, probabilmente organizzato in tappe multiple. La formulazione appare sobria, quasi tecnica, eppure racchiude una scena imponente: gruppi di individui che accompagnano una pietra attraverso paesaggi che oggi in parte sopravvivono e in parte sono scomparsi sotto le acque, attraversando zone dove clima, terreno e distanze potevano rendere ogni segmento una sfida.

Dogger Bank, oggi banco sabbioso sommerso nel Mare del Nord, aiuta a comprendere quanto il paesaggio fosse differente. Durante e dopo l’ultima glaciazione, le linee costiere mutarono, il livello marino salì, territori abitabili furono sommersi. All’interno di quella geografia mutevole, una pietra poteva essere spostata inizialmente dalla natura e successivamente dall’uomo. Il risultato, comunque, rimane invariato: per raggiungere l’Inghilterra meridionale, fu necessario un intervento umano determinante.

All’indagine hanno collaborato ricercatori di università australiane e britanniche, insieme a specialisti di archeologia e geologia. Il prossimo obiettivo sarà identificare con maggiore precisione il punto di origine della pietra in Scozia e tentare di ricostruire percorsi compatibili con il paesaggio preistorico. Per il momento, la ricerca non fornisce una mappa definitiva. Restringe però il margine delle ipotesi e ridimensiona il ruolo della spiegazione glaciale come soluzione esclusiva.

La Pietra dell’Altare di Stonehenge rimane lì, quasi silente, sotto il peso degli altri blocchi caduti e di millenni di interpretazioni. Questa volta racconta meno mistero e più fatica. Meno leggenda, più mani. Una lastra da sei tonnellate, partita dal settentrione e giunta al cuore di un monumento che ancora oggi impone rispetto.

Fonte: Journal of Quaternary Science