Una tavoletta d’argilla frantumata, poche righe incise in caratteri cuneiformi e una norma sorprendentemente dettagliata: chiunque fuggisse da un territorio all’altro doveva essere consegnato nuovamente alle autorità di origine, ma l’abitazione e i familiari non potevano subire ritorsioni. Il reperto rinvenuto a Hattusa, l’antica capitale dell’Impero ittita situata nella Turchia odierna, fa parte di una delle copie del celebre Trattato di Kadesh, considerato tra gli accordi di pace internazionali più risalenti nella storia documentata. Una scoperta che aggiunge un ulteriore dettaglio a una vicenda diplomatica risalente a oltre 3.200 anni fa.
L’annuncio del ritrovamento è arrivato dal Ministero della Cultura e del Turismo turco, proprio in concomitanza con la Giornata internazionale della pace. Il pezzo era stato portato alla luce durante le campagne di scavo condotte a Büyükkale, la fortezza reale di Hattusa, in prossimità del cosiddetto Edificio E. Il team di ricerca ha impiegato circa dodici mesi per riconoscerne la natura: si tratta di un frammento appartenente a una versione redatta in lingua accadica con scrittura cuneiforme dell’intesa siglata nel XIII secolo a.C. fra il faraone Ramses II e il monarca ittita Hattusili III.
Rimpatrio obbligatorio, ma con limiti alla vendetta
Questo frammento fa parte della sezione del documento che disciplinava la sorte di chi abbandonava l’Egitto per rifugiarsi in territorio ittita, o viceversa. Il principio cardine era piuttosto lineare: chi fuggiva doveva essere riconsegnato. Detto senza mezzi termini, questo concetto è agli antipodi rispetto all’odierna nozione di diritto d’asilo. Subito dopo, tuttavia, il testo pone dei confini precisi a ciò che poteva accadere a chi veniva riportato sotto il controllo del proprio sovrano.
Nelle versioni del trattato già conosciute, rese pubbliche anche dalla Direzione provinciale della Cultura e del Turismo di Çorum, figura una disposizione molto chiara: chi veniva rimandato indietro non doveva subire mutilazioni a occhi, bocca, piedi né ad altre parti del corpo; allo stesso modo, moglie, figli e abitazione dovevano rimanere intatti.
Il nuovo frammento identificato è parziale e non riporta l’intera formulazione. Tuttavia, il Ministero turco evidenzia come tra le porzioni leggibili compaiano proprio i riferimenti a chi fuggiva da Egitto e Hatti, oltre alla tutela delle abitazioni dalla distruzione. Duemila anni prima delle moderne convenzioni internazionali, dunque, due grandi potenze avevano già avvertito l’esigenza di stabilire dei limiti precisi alle rappresaglie. Il rimpatrio forzato era ammesso. Distruggere casa e famiglia, invece, richiedeva evidentemente una clausola specifica nel regolamento.
La tregua giunse molti anni dopo lo scontro di Kadesh
La denominazione del trattato rimanda direttamente alla nota battaglia di Kadesh, combattuta attorno al 1274 a.C. nella regione dell’attuale Siria, che vide contrapposti l’esercito egiziano di Ramses II e le truppe ittite comandate da Muwatalli II. Lo scontro non produsse un vincitore netto. Egiziani e Ittiti continuarono a contendersi quel territorio per anni ancora, finché la via diplomatica riuscì laddove le armi avevano fallito: stabilire confini definiti e cercare di rispettarli.
L’accordo venne finalizzato sotto il regno di Hattusili III, che succedette a Muwatalli, e coincise con il ventunesimo anno di governo di Ramses II, collocato solitamente intorno al 1259 a.C.. Le due potenze si impegnavano reciprocamente a non aggredirsi, a sostenersi in caso di attacchi esterni o sollevazioni interne e, come detto, a restituirsi i fuggitivi. Più che un proclama universale di fratellanza tra popoli, si trattava di un vero e proprio contratto tra due imperi che avevano compreso quanto fosse dispendioso proseguire lo scontro militare.
Le tavolette d’argento sono svanite, resta solo l’argilla
Gli esemplari originali del trattato sarebbero stati incisi su lastre d’argento, andate perdute nel tempo. Il testo ha però conosciuto una sorte archeologica ben più fortunata. In territorio egiziano, alcune versioni furono scolpite in geroglifici sulle pareti templari. A Hattusa, invece, sono emerse nel corso degli anni molteplici copie e frammenti su tavolette d’argilla scritte in accadico, che all’epoca fungeva da lingua diplomatica internazionale.
I primi reperti ittiti furono rinvenuti durante le spedizioni archeologiche avviate agli inizi del Novecento. Alcuni di essi sono attualmente custoditi presso i musei archeologici di Istanbul, il Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara, oltre che a Berlino e all’Ermitage di San Pietroburgo. Il trattato ha raggiunto persino una certa notorietà diplomatica: una copia in rame donata dalla Turchia nel 1970 è tuttora esposta presso la sede delle Nazioni Unite a New York, nei pressi della sala del Consiglio di Sicurezza.
Hattusa continua a restituire tasselli dello stesso archivio
Il frammento appena scoperto proviene da Büyükkale, cuore politico e amministrativo dell’antica capitale ittita, sede del complesso reale. Le ricerche archeologiche in quest’area sono riprese negli ultimi anni e rientrano nel più ampio progetto di studio su Boğazköy-Hattusa, documentato anche dal Deutsches Archäologisches Institut.
Gli studiosi confidano ora di individuare ulteriori frammenti appartenenti alle copie ittite del trattato. Non si tratterebbe di un particolare trascurabile: ogni singolo pezzo può contribuire a ricostruire con maggiore precisione il testo originale, la diffusione delle diverse copie e le modalità con cui uno degli imperi più potenti dell’Età del Bronzo custodiva i propri documenti diplomatici.
Anche stavolta, dall’argilla è riaffiorata una regola estremamente concreta. Chi fuggiva veniva riportato indietro, ma la sua casa doveva rimanere in piedi. Per l’Età del Bronzo, non era certo un dettaglio trascurabile.
