Scoperta eccezionale: antica metropoli Maya intatta nella foresta

Minanbé

Ancor prima delle strutture monumentali, a colpire è l’assenza totale di vie d’accesso. Per raggiungere Minanbé, situata nel sud-est messicano, gli studiosi hanno dovuto aprire un sentiero attraverso la vegetazione fitta utilizzando machete per quasi cinque chilometri, proseguendo poi con veicoli fuoristrada e infine camminando, all’interno di una porzione della Riserva della Biosfera di Calakmul dove la foresta ha agito per secoli come una barriera impenetrabile. Nessun vecchio tracciato forestale utilizzabile, nessun percorso preesistente, nessuna via breve lasciata dall’industria del legno. Proprio questo isolamento, così impegnativo durante le ricerche, si è dimostrato l’indicatore più significativo: l’insediamento Maya era rimasto sostanzialmente integro, senza evidenze manifeste di razzie.

L’area si colloca nello Stato di Campeche, al confine settentrionale della vasta zona protetta di Calakmul, una delle regioni più significative per comprendere l’evoluzione delle pianure centrali Maya. I ricercatori l’hanno denominata Minanbé, dal maya yucateco mina’an e be: “senza strada”. Una denominazione essenziale, quasi funzionale, derivata dalle modalità con cui l’insediamento è stato individuato. Per oltre un millennio è rimasta celata sotto la copertura arborea della giungla, con spazi pubblici, costruzioni cerimoniali, residenze nobiliari, terrazzamenti e infrastrutture idriche ancora riconoscibili sotto il manto vegetale.

Un insediamento celato dalla vegetazione

Il ritrovamento si inserisce in un progetto trentennale coordinato dall’archeologo Ivan Šprajc, dedicato all’analisi delle pianure centrali Maya, un territorio che durante il periodo tardo-classico, tra il 600 e il 900 d.C., ospitava tra 9 e 11 milioni di abitanti. Questi dati contribuiscono a superare l’immagine stereotipata della civiltà Maya come insieme di piramidi isolate nella foresta: qui esistevano centri urbani, territori agricoli organizzati, sistemi gerarchici politici, reti commerciali, raccolta e distribuzione delle risorse idriche, una modifica del paesaggio molto più estesa di quanto la vegetazione attuale lasci intuire a prima vista.

Il percorso che ha condotto a Minanbé inizia da Chactún, un altro rilevante centro Maya localizzato nel 2013 dallo stesso team di ricerca. Le scansioni aeree mediante tecnologia LiDAR, un sistema laser in grado di rilevare le conformazioni del suolo attraverso la copertura vegetale, avevano evidenziato poco più a occidente un nucleo urbano di circa 37 acri, poco meno di 15 ettari, equivalente a circa venti campi da calcio. Da quella mappatura composta da rilievi invisibili all’osservazione diretta sono emersi spazi comunitari, edifici residenziali e cultuali, terrazzamenti, aree paludose e sistemi di canalizzazione. Successivamente è iniziata la fase operativa concreta: raggiungere effettivamente quella posizione e verificare se sotto la foresta esistesse realmente una città o soltanto un tracciato promettente sullo schermo.

Sul terreno hanno operato gli archeologi Atasta Flores Esquivel, Israel Chato López, Quintín Hernández Gómez e Vitan Vujanović. L’indagine ha confermato la presenza di un centro urbano significativo, con un tempio piramidale alto oltre 13 metri e un complesso di 14 altari e stele intagliati, alcuni ancora caratterizzati da glifi. La piramide mantiene elementi dello stile Río Bec, una variante dell’architettura Maya identificabile per murature raffinate, facciate articolate, scalinate ripide e modanature elevate, diffusa in un periodo cronologico esteso, tra il VII e il XII secolo d.C. In questo caso la pietra ha conservato abbastanza da consentire agli studiosi di decifrare ancora l’intervento, la struttura, persino una certa intenzionalità scenografica del potere.

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Le cronologie scolpite nella roccia

Tra i monumenti più rilevanti figura la Stele 1, che raffigura una scena di decapitazione. Il particolare più significativo, tuttavia, risiede in un segno calendariale interpretato dall’epigrafista Octavio Esparza Olguín: la data corrisponde all’849 d.C., in pieno Periodo Classico Terminale. Ci troviamo prossimi alla fase in cui numerosi siti della regione furono progressivamente abbandonati, nel corso del X secolo. Una datazione simile, incisa su una superficie consumata dal tempo, vale più di una semplice annotazione: posiziona Minanbé negli ultimi decenni di vita politica intensa dell’area, quando il mondo Maya stava già attraversando trasformazioni profonde.

Anche gli altari narrano una vicenda meno tranquilla di quanto suggerisca l’immagine romantica dell’insediamento assopito nella foresta. Alcuni appaiono modificati deliberatamente. Uno, in particolare, conserva cartigli sui lati e la raffigurazione di un sovrano con un copricapo piumato, pettorale, bracciali e collane. In uno dei testi geroglifici compare parte di una data del Lungo Computo, il sistema calendariale Maya utilizzato per collocare gli eventi su una scala temporale molto estesa. L’interpretazione preliminare rimanda probabilmente alla fine del VII secolo d.C.; se confermata, renderebbe quel monumento una delle iscrizioni più antiche note nell’area.

La possibile alterazione di alcuni monumenti apre un’ulteriore ipotesi: Minanbé potrebbe essere stata raggiunta, dopo l’abbandono, da gruppi provenienti dalla porzione settentrionale della penisola dello Yucatán. In archeologia anche una rottura può comunicare. Una figura danneggiata, un’iscrizione compromessa, un altare riposizionato raccontano conflitti politici, memoria disputata, transizioni di potere. L’insediamento, dunque, riemerge con il suo tempio, i suoi glifi e anche le sue cicatrici.

Minanbé aggiunge un elemento a una mappa Maya che continua a espandersi sotto la foresta. La giungla di Campeche, per secoli, ha celato gradinate, cortili, canali, monumenti e denominazioni. Questa volta ha restituito un insediamento quasi completo. Per raggiungerlo serviva una lama tra le piante. Per comprenderlo, basta lasciare che la pietra racconti.

Fonte: INAH