Neanderthal clonati con l’AI: possibile tra 20 anni, ma a che rischio

Neanderthal

Un neonato dotato di un patrimonio genetico interamente neanderthaliano potrebbe venire al mondo entro circa vent’anni. A sostenerlo è Hank Greely, docente di diritto e genetica nonché direttore del Center for Law and the Biosciences della Stanford University. Al momento nessun progetto ufficiale punta in questa direzione. Tuttavia Greely osserva la rapidità con cui procedono editing genomico, sequenziamento e le tecnologie di manipolazione del DNA, ritenendo credibile che entro due decenni gli strumenti disponibili possano rendere fattibile questo scenario.

Si tratta di un limite affascinante: per secoli la conoscenza dei Neanderthal è passata attraverso ossa, manufatti e reperti dentari. Dal 2010 disponiamo anche della loro mappa genetica completa. Oggi iniziamo ad avere gli strumenti per agire direttamente sul nostro codice genetico. Unendo questi due elementi, almeno in teoria, l’ipotesi di far rivivere geneticamente un parente estinto dell’umanità comincia a distaccarsi dalla pura fantasia. La vera sfida riguarda tutto ciò che accadrebbe successivamente.

Il genoma c’è, manca una cellula da riprodurre

Quando nel 2010 la rivista Science pubblicò la prima versione del genoma neanderthaliano, quella scoperta trasformò radicalmente la nostra visione di questi antichi umani. Confrontando il DNA moderno con quello antico emerse che i Neanderthal si erano incrociati con i progenitori di alcune popolazioni di Homo sapiens. Ancora oggi, infatti, una porzione minima di quella eredità genetica sopravvive in milioni di individui viventi. Possedere la sequenza genetica, però, non equivale affatto a disporre di un Neanderthal pronto per la clonazione.

La tecnica usata per creare la pecora Dolly necessita di una cellula da cui estrarre un nucleo intatto. Nessuna cellula neanderthaliana vivente è sopravvissuta fino a oggi: parliamo di popolazioni estinte decine di migliaia di anni fa. Un ritrovamento eccezionale potrebbe in futuro fornire tessuti meglio preservati di quelli attualmente noti, ma per ora questa via resta preclusa.

L’unica alternativa concreta passa dunque per l’editing genetico. Il procedimento partirebbe da cellule umane contemporanee, modificando gradualmente il DNA per avvicinarlo al genoma neanderthaliano ricostruito a partire dai resti fossili. Il divario da colmare, in questo caso, è enorme.

Il sistema CRISPR consente di tagliare e alterare segmenti specifici del DNA; il base editing, invece, permette di sostituire singole basi del codice genetico senza spezzare completamente la doppia elica. Secondo Greely, oggi è già possibile immaginare decine di interventi simultanei. Ricostruire un genoma neanderthaliano completo richiederebbe però un numero di modifiche di gran lunga superiore, con una precisione che attualmente non è ancora raggiungibile. I vent’anni previsti dallo studioso servirebbero proprio a colmare questo divario tecnologico.

I lupi giganti dimostrano la velocità di questo campo di ricerca

Un’anticipazione di questa rapida evoluzione arriva dalla de-estinzione animale. Nel 2025 l’azienda Colossal Biosciences ha presentato tre canidi ottenuti modificando cellule di lupo grigio per riprodurre tratti genetici individuati nel DNA dell’estinto Aenocyon dirus, noto come dire wolf.

Secondo la documentazione diffusa dall’azienda, i ricercatori hanno realizzato 20 interventi mirati su 14 geni diversi, agendo su caratteristiche quali dimensioni corporee, struttura cranica e mantello. Le cellule così modificate sono state impiegate per generare embrioni tramite trasferimento nucleare, poi impiantati in femmine surrogate.

Colossal definisce questo processo “de-estinzione funzionale”: l’obiettivo consiste nel riprodurre tratti essenziali dell’animale estinto sfruttando un parente ancora vivente. Venti modifiche genetiche rappresentano un numero considerevole rispetto a quanto era realizzabile solo pochi anni fa. Se paragonato alla ricostruzione integrale di un essere umano arcaico, però, resta comunque un traguardo limitato.

Anche l’intelligenza artificiale gioca un ruolo in questo processo, soprattutto quando si tratta di analizzare enormi volumi di dati genetici, ricostruire sequenze frammentate e individuare le varianti su cui operare. L’algoritmo può suggerire quali basi modificare. Resta poi il compito di intervenire concretamente su cellule vive, senza che l’esperimento si trasformi in un accumulo di errori genetici.

Servirebbe poi qualcuno disposto a portare avanti la gestazione

Anche disponendo di una cellula con genoma neanderthaliano completo, occorrerebbero comunque un embrione e una gravidanza. Su questo punto abbiamo almeno una certezza tramandata dai nostri antenati: Homo sapiens e Neanderthal erano biologicamente abbastanza simili da poter generare figli insieme. Proprio grazie a quegli incroci il loro patrimonio genetico è giunto fino a noi.

Ciò non implica che tali gravidanze fossero prive di complicazioni o sempre compatibili. Nel 2016 uno studio sul cromosoma Y neanderthaliano individuò differenze in geni legati agli antigeni H-Y, riconoscibili dal sistema immunitario materno. I ricercatori ipotizzarono che alcune incompatibilità biologiche potessero aver contribuito alle difficoltà riproduttive tra le due popolazioni.

Un ulteriore elemento è emerso nel 2021 dall’analisi dei gruppi sanguigni di tre Neanderthal e un Denisoviano. Lo studio pubblicato su PLOS One ha rilevato varianti dei sistemi Rh che, negli esseri umani attuali, possono correlarsi a un rischio elevato di malattia emolitica del feto e del neonato.

Si tratta di frammenti di una storia riproduttiva vecchia di decine di migliaia di anni, che non permettono di prevedere cosa accadrebbe oggi in una gravidanza simile. Bastano però a evidenziare quanto poco sappiamo riguardo all’interazione tra un embrione con quel patrimonio genetico e un utero di Homo sapiens. Con un aspetto tutt’altro che marginale: l’esperimento darebbe origine a una persona reale.

Nascerebbe privo di genitori, nonni o coetanei della propria specie

Qualora tutto andasse a buon fine, quel bambino sarebbe verosimilmente l’unico Neanderthal in vita sulla Terra. Jennifer Raff, antropologa biologica dell’Università del Kansas, ha evidenziato proprio questa criticità: crescerebbe senza una generazione precedente della sua popolazione, senza coetanei della sua specie e senza una cultura neanderthaliana all’interno della quale apprendere a vivere.

Rebecca Wragg Sykes, archeologa specializzata nello studio dei Neanderthal, solleva un’ulteriore complicazione. Un individuo nato nel XXI secolo vivrebbe in un contesto radicalmente diverso rispetto a quello delle popolazioni da cui deriva il suo genoma. Apprenderebbe una lingua moderna, si nutrirebbe di cibi contemporanei, crescerebbe immerso nella cultura Homo sapiens. La sua esistenza potrebbe rivelare qualcosa sulla biologia connessa a quel genoma, ma ben poco sulla vita reale dei Neanderthal vissuti 60 mila anni fa.

Non potrebbe nemmeno rappresentare l’intera popolazione neanderthaliana. Questi esseri umani hanno abitato territori vastissimi per centinaia di migliaia di anni, sviluppando gruppi diversi tra loro. Possedevano tradizioni materiali, abitudini alimentari e probabilmente lingue o sistemi comunicativi differenti. Un singolo esemplare ricreato oggi diventerebbe un caso piuttosto complesso da elevare a rappresentante di un’intera umanità scomparsa.

La tecnologia rischia di superare le normative

Il bioeticista Arthur Caplan della New York University aveva già sollevato la questione nel 2025 in un articolo pubblicato su PLOS Biology. Le tecnologie messe a punto per ripristinare caratteristiche di specie estinte negli animali viventi, scriveva, potrebbero prima o poi trovare applicazione anche sugli antenati umani.

Caplan invocava quindi un controllo internazionale, valutazioni indipendenti dei rischi e un dibattito pubblico da svolgere prima di qualsiasi sperimentazione. La preoccupazione deriva anche dalla natura del settore: molte delle tecnologie più avanzate nella de-estinzione vengono sviluppate da aziende private dotate di risorse sufficienti per spingere rapidamente in avanti la frontiera tecnica.

Colossal, almeno per quanto concerne i Neanderthal, ha già preso posizione contro questa ipotesi. Beth Shapiro, chief science officer dell’azienda e paleogenetista, ha chiarito che i Neanderthal erano esseri umani a tutti gli effetti, e che intervenire su persone richiede un consenso informato impossibile da ottenere da qualcuno che deve ancora essere riportato in vita. Il problema, comunque, va oltre una singola azienda.

L’Organizzazione mondiale della sanità considera l’editing ereditabile del genoma umano un ambito che richiede una governance particolarmente severa. Nel 2021 ha pubblicato un quadro internazionale di raccomandazioni sull’editing del genoma umano che affronta anche il tema della ricerca non registrata, degli esperimenti rischiosi e del possibile trasferimento di attività verso Paesi con controlli meno rigidi. Tra vent’anni gli strumenti tecnologici saranno probabilmente diversi. Le regole giuridiche, però, continueranno verosimilmente a essere molto meno definite.

Un corpo congelato racconterebbe probabilmente di più

Esiste infine un paradosso scientifico piuttosto raffinato. Dopo tutta questa tecnologia, l’aspirazione di molti studiosi dei Neanderthal resta qualcosa di ben più elementare: rinvenire un cadavere.

Ötzi ha custodito per oltre cinquemila anni pelle, tatuaggi, indumenti, contenuto intestinale e persino tracce del suo ultimo pasto. Il corpo dell’Uomo di Tollund, conservato in una torbiera danese per circa 2.400 anni, ha consentito di ricostruire dettagli che nessuno scheletro avrebbe mai potuto svelare. Un Neanderthal eccezionalmente preservato nel permafrost potrebbe restituire tessuti molli, microrganismi, capelli, contenuto dello stomaco e forse una mole di informazioni oggi irrimediabilmente perdute.

Farne nascere uno richiederebbe invece di ricostruire un genoma, generare cellule, produrre un embrione, individuare una gravidanza biologicamente compatibile, superare questioni di sicurezza e affrontare un dilemma giuridico ed etico di enorme portata. Bisognerebbe poi crescere quella persona nel nostro mondo attuale, cercando di comprendere cosa della sua esistenza appartenga davvero ai Neanderthal e cosa invece al XXI secolo. Tra vent’anni la tecnologia potrebbe persino riuscirci. Ma un frammento di Neanderthal congelato da 50 mila anni avrebbe probabilmente ancora molto di più da raccontarci.