Mancano sei giorni all’udienza presso il Tribunale delle Imprese di Milano che potrebbe segnare un punto di svolta nella protezione dei ragazzi in rete: si tratta della prima azione collettiva inibitoria europea rivolta contro Meta e TikTok. Le piattaforme coinvolte sono Facebook, Instagram e TikTok, accusate di non garantire una reale protezione ai giovani utenti rispetto all’utilizzo precoce e ossessivo dei social media.
L’iniziativa giudiziaria, lanciata dal MOIGE – Movimento Italiano Genitori in collaborazione con lo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino e diverse famiglie, è stata ufficializzata in questi giorni con un obiettivo chiaro: ottenere misure concrete per salvaguardare i più giovani in un ambiente digitale sempre più pervasivo e spesso incontrollato.
Secondo chi ha promosso l’azione legale, circa 3,5 milioni di ragazzi tra i 7 e i 14 anni utilizzano Meta e TikTok, nonostante le normative italiane ed europee vietino la registrazione ai minori di 14 anni. Un divieto che, secondo i promotori, rimane troppo spesso inapplicato, facilmente aggirato attraverso informazioni anagrafiche false o mai sottoposte a verifica.
Verifiche più rigorose sull’età e blocco dei meccanismi manipolativi
La domanda rivolta al Tribunale milanese è chiara: obbligare le piattaforme a implementare sistemi certificati e affidabili per verificare l’età degli utenti. Perché dietro quel limite anagrafico non si nasconde una mera formalità amministrativa, ma una barriera protettiva concepita per tutelare il benessere psicologico ed emotivo dei giovani.
Ma l’aspetto più innovativo e sensibile della causa riguarda il funzionamento intrinseco delle piattaforme social: nel mirino ci sono gli algoritmi che plasmano contenuti e interazioni per mantenere gli utenti incollati allo schermo il più a lungo possibile. Scorrimento infinito, notifiche incessanti, like, contenuti su misura: strategie concepite per catturare l’attenzione e indurre dipendenza.
Secondo chi ha avviato la causa, queste tecnologie sfruttano meccanismi neurologici profondi, collegati al rilascio di dopamina, specialmente nei cervelli ancora in formazione. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la cosiddetta “captologia”, la disciplina della persuasione digitale: sistemi progettati per condizionare comportamenti e abitudini in modo impercettibile, attraverso intelligenza artificiale e raccolta massiccia di informazioni personali.
L’azione giudiziaria chiede quindi di bloccare, almeno per i minori, quei meccanismi ritenuti più invasivi: dalla profilazione comportamentale allo scorrimento infinito, fino ai sistemi di ricompensa compulsiva.
Il terzo aspetto riguarda invece il diritto alla trasparenza. Le famiglie, sostengono i promotori, devono poter accedere a informazioni chiare sui rischi connessi a un utilizzo intensivo dei social, analogamente a quanto avviene per medicinali, alcol o sigarette. Negli ultimi anni, molteplici ricerche scientifiche hanno evidenziato legami sempre più solidi tra esposizione prolungata ai social e problematiche come disturbi del sonno, ansia, depressione, isolamento, disturbi alimentari, calo del rendimento scolastico e comportamenti autolesivi. Senza trascurare le sfide estreme e i contenuti potenzialmente dannosi che troppo spesso raggiungono utenti minorenni.
Per questo motivo la causa chiede che le piattaforme siano tenute a rendere disponibili e comprensibili informazioni esplicite sui possibili effetti negativi dell’uso dei social, una sorta di “foglietto illustrativo digitale” pensato per aiutare genitori e ragazzi a decidere con maggiore consapevolezza.
Nel frattempo, l’iniziativa italiana sta già suscitando interesse anche oltre i confini nazionali. Diverse associazioni aderenti alla European Parents Association avrebbero infatti espresso l’intenzione di replicare azioni analoghe in altri Stati europei. Una battaglia che, da Milano, potrebbe presto estendersi a tutto il continente.
Fonte: MOIGE
