Talvolta è sufficiente un frammento dentale, nemmeno completo, per scardinare certezze consolidate nel tempo. Per quanto riguarda Homo naledi, l’antico parente estinto dell’essere umano contemporaneo scoperto nelle cavità di Rising Star in Sudafrica, i frammenti dentali sono diventati ventitré. Si tratta di ventitré porzioni di smalto, riferibili ad almeno venti soggetti, esaminate mediante una metodologia in grado di identificare proteine millenarie preservando reperti di inestimabile valore scientifico. L’esito, reso pubblico su Cell il 24 giugno 2026, possiede quella caratteristica tipica delle scoperte rilevanti: spalanca una prospettiva e immediatamente ne rivela molte altre ancora inesplorate. Nei campioni esaminati gli studiosi hanno identificato proteine associate al cromosoma X, mentre non è stata rilevata Amelogenin-Y, il marcatore proteico solitamente collegato al cromosoma Y maschile. In termini più diretti: tutti i soggetti analizzati potrebbero essere biologicamente di sesso femminile.
Una cavità angusta, troppi resti simili
Rising Star si colloca nella Cradle of Humankind, la “culla dell’umanità”, una regione sudafricana riconosciuta patrimonio Unesco situata nei pressi di Johannesburg. In questo sito, nel 2013, l’équipe di ricerca del progetto Rising Star ha recuperato una quantità straordinaria di resti: oltre 1.500 fossili e circa 150 denti attribuibili a Homo naledi, specie vissuta approssimativamente tra 335mila e 241mila anni or sono. L’ingresso alla camera principale, denominata Dinaledi Chamber, richiede l’attraversamento di passaggi estremamente stretti e tratti verticali che sembrano progettati per scoraggiare chiunque abbia anche solo un rapporto minimo con gli spazi confinati.

Homo naledi, già di per sé, sembrava costruito per confondere le classificazioni tradizionali. Possedeva un cranio di dimensioni ridotte, appena superiore a quello di uno scimpanzé, eppure un corpo ricco di contraddizioni: spalle e caratteristiche arcaiche, arti inferiori idonei alla deambulazione bipede, mani e piedi con peculiarità più affini alle nostre. Un assemblaggio, in sostanza. Una di quelle creature che rammentano quanto l’evoluzione proceda frequentemente per prove, correzioni, eredità mantenute insieme con una coerenza che retrospettivamente appare organizzata solo perché osservata da distanza eccessiva.
Già precedentemente a questa indagine, un aspetto inquietava i paleoantropologi: gli scheletri adulti di Homo naledi rinvenuti nella Dinaledi Chamber mostravano una somiglianza marcata tra loro. Eccessivamente marcata. In numerose specie di ominini una porzione della differenza tra soggetti adulti dipende dal dimorfismo sessuale, ovvero dalle variazioni fisiche tra maschi e femmine. Qui, invece, dimensioni, morfologie e caratteristiche anatomiche evidenziavano una uniformità anomala. Per anni alcuni esemplari di statura maggiore erano stati considerati maschi. Adesso anche quei reperti rientrano nell’incertezza, compreso “Neo”, uno degli scheletri di dimensioni maggiori, e altri soggetti che sembravano ampliare il divario tra i sessi.
I frammenti dentali recuperati
Il DNA antico rappresenta lo strumento più immediato per stabilire il sesso biologico di un soggetto, quando si conserva. Il problema risiede proprio in quel “quando”. Il DNA si deteriora, specialmente in contesti caldi, umidi, complessi. Lo smalto dentale, al contrario, costituisce un archivio più resistente. È il tessuto più rigido del corpo umano e può custodire frammenti proteici per periodi estremamente lunghi, anche quando il DNA ha già cessato di esistere. Per questa ragione la paleoproteomica, ovvero l’indagine delle proteine antiche, sta diventando una sorta di luce nuova in ambiti dove prima si avanzava quasi al buio.
La metodologia applicata su Homo naledi è stata definita minimamente invasiva: un’incisione acida sullo smalto per estrarre peptidi, piccole porzioni di proteine, successivamente esaminate con spettrometria di massa. In pratica, il dente viene interrogato senza essere distrutto. La proteina ricercata era l’amelogenina, presente nello smalto dentale in varianti differenti: AMELX, associata al cromosoma X, e AMELY, associata al cromosoma Y. Quando emerge AMELY, la presenza di un soggetto biologicamente maschio diventa molto probabile. Nei ventitré denti esaminati, tuttavia, quel segnale maschile è assente.

L’anomalia statistica è considerevole. Campionare venti soggetti e trovarli tutti del medesimo sesso, in un contesto casuale, presenta una probabilità estremamente bassa. Il gruppo di ricerca ha evidenziato anche questo elemento per rafforzare l’ipotesi che a Rising Star sia accaduto qualcosa di selettivo: una scelta, una prassi, una norma, forse una modalità di deposizione dei defunti legata al sesso. Qui, tuttavia, occorre procedere con cautela. Perché affermare che i resti potrebbero essere tutti femminili è corretto. Affermare che abbiamo già di fronte un cimitero femminile intenzionale chiude troppo rapidamente una vicenda che per ora richiede ulteriori conferme.
Il passaggio più arduo: dalla biologia al rituale
L’ipotesi più affascinante è anche quella più insidiosa: Homo naledi potrebbe aver separato i defunti in base al sesso, forse al genere, molto prima di quanto siamo soliti immaginare per comportamenti di questo genere. Sarebbe un avanzamento enorme, perché le pratiche funerarie intenzionali vengono frequentemente associate a specie con crani più voluminosi, come Homo sapiens e Neanderthal. Homo naledi, con il suo cranio ridotto e il suo corpo ricco di contraddizioni evolutive, impone invece un interrogativo più scomodo: quanta complessità culturale abbiamo attribuito troppo frettolosamente alla sola dimensione del cranio.
Il sito, del resto, era già al centro di dibattiti accesi. Negli ultimi anni il gruppo di Rising Star ha sostenuto di aver individuato indizi di sepolture intenzionali, possibile utilizzo del fuoco e incisioni sulle pareti della cavità. Sono interpretazioni significative, molto dibattute, proprio perché sposterebbero indietro comportamenti considerati a lungo tipici di esseri umani con capacità cognitive più vicine alle nostre. Le nuove proteine dentali aggiungono un elemento potente, anche se non eliminano le cautele: una concentrazione di soggetti senza marcatori maschili può avvicinare l’idea di un comportamento selettivo, però non è sufficiente da sola a raccontare il gesto, la norma, il motivo.
Esiste poi l’alternativa biologica, meno suggestiva e proprio per questo essenziale. L’assenza di Amelogenin-Y potrebbe dipendere da una cancellazione o mutazione del gene AMELY nella popolazione di Homo naledi. In alcune popolazioni umane attuali sono stati osservati casi rari di perdita del segnale AMELY; qualcosa di analogo è stato individuato anche in un maschio neanderthaliano. In quel caso, un maschio potrebbe apparire “femminile” all’analisi dello smalto, perché il marcatore cercato semplicemente non esiste. Gli stessi ricercatori considerano questa possibilità poco probabile su un gruppo intero di venti soggetti, ma la mantengono in considerazione. Ed è opportuno che rimanga lì, visibile, senza essere scartata dal fascino della scoperta.
Dentro questa prudenza sta la parte migliore della vicenda. Se davvero Rising Star conserva solo femmine, o quasi solo femmine, allora bisognerà comprendere dove fossero i maschi, perché quei corpi siano finiti lì e secondo quale dinamica. Se invece Homo naledi avesse avuto una particolarità genetica capace di nascondere il segnale AMELY, la scoperta sarebbe comunque enorme: modificherebbe il modo in cui leggiamo il sesso biologico nei fossili e costringerebbe a rivedere metodi che oggi sembrano abbastanza robusti. In entrambi i casi, il mistero permane. Cambia solo l’ambiente in cui cercare la risposta.
Una scoperta che pesa oltre Homo naledi
L’aspetto più concreto, al momento, riguarda il metodo. La possibilità di estrarre proteine antiche dallo smalto dentale con danni minimi può diventare una svolta per lo studio degli ominini africani, spesso conservati in ambienti poco favorevoli al DNA antico. Molti reperti fossili sono denti, frammenti di mandibola, porzioni minuscole che per decenni hanno lasciato aperte discussioni su sesso, parentela, variabilità interna, perfino appartenenza a una specie o a un’altra. La paleoproteomica promette di entrare proprio lì, in quella zona grigia dove l’osservazione vede forme e misure, mentre la chimica può aggiungere una seconda voce.
Questo vale anche per fossili celebri, quelli che il pubblico conosce quasi come personaggi: Lucy, Mr./Mrs. Ples, gli antichi Paranthropus sudafricani, gli ominini dell’Africa orientale. Sapere se un soggetto fosse maschio o femmina può modificare molto più di una didascalia. Può cambiare l’idea di quanto fosse grande una specie, di quanto variassero i corpi, di come si organizzassero i gruppi, di quali soggetti venissero preservati in certi luoghi e quali invece sparissero dal record fossile. La differenza tra biologia e cultura, nella preistoria, spesso è una fessura sottile. Qui diventa una crepa larga abbastanza da guardarci dentro.
Permane anche un dettaglio quasi narrativo, difficile da ignorare senza trasformarlo in una cartolina. I primi scavi profondi a Rising Star furono affidati a un gruppo di scienziate e speleologhe, le cosiddette “underground astronauts”, scelte anche perché riuscivano a passare nei cunicoli strettissimi del sistema di grotte. Ora quei fossili, recuperati da donne in uno spazio che respingeva molti corpi maschili moderni, potrebbero appartenere a una comunità fossile composta solo da femmine. La scienza di solito diffida delle simmetrie troppo belle. Fa bene. Però alcune coincidenze restano lì, con il loro rumore secco.
Per ora Homo naledi continua a fare quello che ha sempre fatto: complicare le categorie. Piccolo cranio, comportamenti forse complessi. Corpo antico, piedi quasi familiari. Fossili numerosi, eppure ancora insufficienti. Una grotta piena di resti e una domanda elementare che pesa più di molte risposte: dove sono i maschi. Finché la roccia non restituirà un soggetto inequivocabile, Rising Star resterà così, stretta, buia, ostinata. Una stanza piena di denti che hanno appena cominciato a parlare.
