Decifrato il nome di un astronomo Maya: “Volpe dal petto bianco”

astronomo Maya

Per oltre 1.200 anni Sak Tahn Waax è rimasto lì dove qualcuno lo aveva scritto: alla fine di una sequenza di calcoli dipinta su una parete di Xultun, nel nord-est del Guatemala. Prima le cifre, poi due geroglifici finali. “Ecco quanto dichiara”, si legge nel primo segno. “Volpe dal petto bianco”, risponde il secondo. Il nome era già lì, inciso nell’intonaco. Ci sono voluti sedici anni di lavoro, scansioni ad alta risoluzione, riprese all’infrarosso e analisi multispettrali per riuscire finalmente a decifrarlo.

Sak Tahn Waax operò intorno al 781 d.C. e rappresenta il primo studioso di matematica e astronomia del periodo classico Maya a cui sia stato attribuito con certezza un calcolo specifico. Il testo tramandato sulla parete unisce osservazioni su Venere e Marte, l’anno solare e diversi sistemi di misurazione del tempo tipici della cultura Maya.

La scoperta è illustrata nello studio pubblicato sulla rivista Antiquity a firma di Franco D. Rossi, David Stuart e Heather Hurst. In passato erano già emerse alcune firme di pittori, ceramisti e scultori Maya. Chi invece studiava il cielo, incrociando pianeti, calendari e cerimonie regali, era rimasto nell’anonimato. I sovrani Maya riempivano stele, alberi genealogici e pareti intere. Agli astronomi toccava solo lo spazio residuo, sotto le colonne di numeri.

“Ecco quanto dichiara Volpe dal petto bianco”

Il reperto, conosciuto come Testo 19, è di dimensioni ridotte: circa 19 centimetri di altezza e appena otto centimetri nel punto più esteso. Contiene undici blocchi di geroglifici dipinti in nero, disposti a formare una L capovolta.

I primi nove blocchi riportano numeri, date e intervalli di tempo. Gli ultimi due cambiano registro. Il penultimo si pronuncia che-he-na o cheheen, formula traducibile come “ecco quanto dichiara”. Subito dopo appare un nome scritto foneticamente come SAK-TAHN-wa-xi: Sak Tahn Waax, ovvero “Volpe dal petto bianco”.

La formula matematica viene così ricondotta a un individuo realmente esistito. È possibile che Sak Tahn Waax abbia eseguito personalmente i calcoli e tracciato i segni sulla parete. Oppure un altro scriba potrebbe aver aggiunto il suo nome per riconoscergli la paternità del metodo. Il legame esatto tra chi ha materialmente scritto e chi ha ideato il calcolo resta un punto da chiarire, ma l’attribuzione del lavoro è ormai certa.

Anche il nome in sé racconta qualcosa. I re portavano titoli costruiti apposta per impressionare: un sovrano Maya del VI secolo, ricordano gli autori dello studio, si chiamava K’ahk’ujol K’inich, ossia “Focosa è la testa del dio serpente”. Sak Tahn Waax proveniva invece da un altro strato sociale, quello degli specialisti, degli scribi e degli studiosi legati alla corte reale.

I termini “matematico” e “astronomo” appartengono al nostro linguaggio moderno. Nella civiltà Maya queste competenze erano affidate a figure capaci di osservare gli astri, gestire i calendari, elaborare formule complesse e collocare eventi politici e religiosi con precisione all’interno dei cicli temporali.

La stanza scoperta grazie a un tunnel di saccheggiatori

La vicenda riprende nel 2010, quando lo studente universitario Maxwell Chamberlain lavorava a Xultun insieme all’archeologo William Saturno. Durante un’attività di rilevamento, infilò la testa in un cunicolo scavato anni prima da tombaroli all’interno di un rilievo nascosto dalla vegetazione. Dall’altra parte notò tracce di colore.

Il tunnel aveva intercettato una piccola stanza in muratura, larga circa 1,8 metri per lato. Gli antichi abitanti l’avevano riempita di terra, pietre e detriti prima di edificarci sopra una nuova costruzione. Questo riempimento aveva protetto gli intonaci, conservando parte delle pitture e delle iscrizioni originali.

Gli scavi hanno riportato alla luce figure maschili sedute e inginocchiate, raffigurate con età e ranghi differenti. Vicino a loro compare il titolo taaj, che significa “ossidiana”. Sulla parete a nord è raffigurato anche il sovrano di Xultun, Yax We’n Chan K’inich, con gli attributi di una divinità del mais e del vento e una coda a forma di scorpione.

Poi arrivano i numeri. Sopra le figure, negli angoli e su toppe di intonaco applicate in tempi successivi, i ricercatori hanno contato circa 52 microtesti di natura matematica e astronomica. Alcuni sono dipinti, altri incisi. Tra questi spiccano una tavola lunare, ampi intervalli temporali e calcoli pensati per far coincidere calendari diversi con i cicli celesti.

Xultun sorge a circa 40 chilometri a nord-est di Tikal e si estende su un’area di almeno 16 chilometri quadrati. Templi che raggiungono i 35 metri di altezza, piazze, monumenti, quartieri abitativi e bacini per la raccolta d’acqua sono ancora in parte sepolti dalla foresta. Il sito fu segnalato per la prima volta nel 1915, ma le ricerche archeologiche sistematiche sono iniziate solo nel 2008.

La stanza risale alla fase tarda del periodo classico Maya, collocabile indicativamente tra il 250 e il 900 d.C. Fu utilizzata prima delle grandi migrazioni che interessarono le pianure centrali tra il IX e il X secolo, spesso sintetizzate nella nozione di “collasso Maya”. A Xultun, tuttavia, la vita continuò anche dopo il tramonto del potere dinastico, come dimostrano attività rituali documentate nei secoli seguenti.

Una parete trasformata in bozza di lavoro

La stanza era stata concepita originariamente per ospitare pitture di corte. Col tempo divenne uno spazio destinato a scrivere, correggere, provare e riprovare. I calcoli si sovrappongono in parte alle immagini precedenti e si accumulano su nuovi strati di intonaco. Più che testi pensati per essere esposti, sembrano appunti destinati a chi lavorava all’interno di quella stanza.

Nella stanza e negli ambienti adiacenti sono stati rinvenuti anche strumenti collegati alla produzione della carta. Le figure contrassegnate dal titolo taaj, rappresentate con ranghi diversi, suggeriscono un luogo dove gli specialisti più esperti lavoravano fianco a fianco con gli apprendisti. Qui potevano essere insegnati i calcoli calendariali e realizzati i libri Maya su carta di corteccia.

Di questi antichi codici ne sono sopravvissuti soltanto quattro, tutti realizzati oltre cinque secoli dopo le iscrizioni di Xultun. Il più noto è il Codice di Dresda, che conserva almanacchi, tavole astronomiche e calcoli relativi alle eclissi e ai cicli di Venere. Il clima tropicale ha distrutto quasi tutta la carta, le fibre vegetali e il legno dell’epoca. Le pareti della struttura 10K-2 hanno invece conservato la fase precedente alla stesura del libro finale: i tentativi, le correzioni, i numeri allineati mentre qualcuno cercava di farli quadrare.

Anche l’intonaco ha risentito del tempo trascorso sottoterra. Le infiltrazioni d’acqua, le radici e la perdita di pigmento hanno reso alcune iscrizioni quasi illeggibili. Durante gli scavi condotti tra il 2010 e il 2012, le superfici sono state ripulite, consolidate e accuratamente documentate. La stanza è stata poi richiusa per garantirne la protezione.

Per recuperare il Testo 19, gli archeologi hanno combinato disegni in scala, fotografie tradizionali, scansioni a 400 dpi, immagini all’infrarosso e riprese multispettrali. I colori sono stati separati e potenziati digitalmente fino a distinguere con chiarezza gli undici geroglifici sopravvissuti sulla parete.

In 2.920 giorni si nascondono Venere e Marte

La formula copre un arco temporale complessivo di 2.920 giorni. Corrispondono a otto anni solari da 365 giorni, oppure a cinque cicli sinodici di Venere, ciascuno di circa 584 giorni. Il ciclo sinodico indica il tempo necessario a un pianeta per tornare nella medesima posizione apparente rispetto alla Terra e al Sole.

Sak Tahn Waax aveva integrato in questo conteggio sei diverse unità temporali: l’Uinal di 20 giorni, il Tzolkin rituale di 260 giorni, il Tun di 360, l’Haab solare di 365, il ciclo di Venere di 584 e quello di Marte di 780.

Le cinque date individuate sono separate da intervalli precisi. La sequenza parte da un Uinal, prosegue con un Tzolkin, due cicli di Marte e tre anni Haab, fino a raggiungere il totale di cinque cicli di Venere. Ne emerge una progressione 1, 1, 2, 3, 5, che ricorda da vicino la successione di Fibonacci nella matematica occidentale. I segni conservati permettono di riconoscere lo schema, ma il significato che lo studioso Maya vi attribuiva resta un mistero non scritto sulla parete.

La ricostruzione paleografica indica come data d’inizio più probabile il 7 novembre 781 secondo il calendario giuliano, corrispondente all’11 novembre 781 nel calendario gregoriano oggi in uso. Gli studiosi sono arrivati a questa conclusione lavorando a ritroso dai segni meglio conservati e confrontando gli intervalli con le regole della matematica calendariale Maya.

Nei primi nove geroglifici compaiono quasi esclusivamente numeri e date. Nessuna battaglia, nessuna genealogia, nessun sovrano intento a dialogare con le divinità. Qualcuno, semplicemente, stava facendo calcoli su un muro.

Gli astronomi Maya osservavano a occhio nudo i pianeti visibili e utilizzavano sistemi numerici capaci di proiettare le date per migliaia di anni nel futuro. Gli edifici monumentali potevano essere orientati per seguire gli equinozi e altri fenomeni celesti. Il cosiddetto Lungo computo collocava la vita umana all’interno di sequenze temporali immense. Questi calcoli servivano anche a individuare il momento giusto per costruire un tempio, dedicare un edificio o incoronare un sovrano. I risultati finali venivano scolpiti nella pietra, mentre i passaggi intermedi restavano confinati in una stanza di meno di quattro metri quadrati.

Un nome ritrovato in fondo ai calcoli

Altri testi rinvenuti nella stanza presentano caratteristiche grafiche simili. È possibile che Sak Tahn Waax ne abbia realizzati diversi, lasciando la propria firma solo sotto la formula più completa e articolata. Anche questa rimane un’ipotesi: sono stati individuati oltre cinquanta microtesti, ma solo una parte è stata decifrata nel dettaglio.

Nel corso dell’VIII secolo, pittori, scultori e scribi Maya iniziarono a firmare con maggiore frequenza ceramiche e monumenti. Gli specialisti dei calendari, invece, continuavano a restare nascosti dietro i risultati consegnati alla corte. La storia dell’astronomia antica ha tramandato i nomi di studiosi vissuti in India, Mesopotamia, Cina, Grecia ed Europa. Le civiltà americane possedevano osservazioni, formule e calendari altrettanto sofisticati. Questa volta, finalmente, è rimasto anche un nome.

L’archeoastronomo Anthony Aveni, già coinvolto nello studio delle tavole astronomiche di Xultun pubblicate nel 2012 ed estraneo alla ricerca attuale, considera questa identificazione uno dei passaggi più significativi per comprendere la scienza Maya. Per Heather Hurst, quel nome permette a un’intera tradizione intellettuale di riemergere attraverso una singola persona. Sulla parete di Xultun i sovrani occupavano già tutto lo spazio disponibile. A Sak Tahn Waax sono bastati gli ultimi due geroglifici per entrare nella storia.

Fonte: Antiquity