Il Sahara appare desolato solo a uno sguardo superficiale. Rocce sparse, piste aride, alvei di corsi d’acqua prosciugati da tempo immemorabile, alture erose dal vento. Ma quando le riprese satellitari vengono esaminate con attenzione, quadrante dopo quadrante, quella desolazione rivela una geometria. Forme circolari. Recinti. Tracce ordinate nel cuore del deserto. Testimonianze di popolazioni che allevavano bestiame, migravano seguendo le fonti d’acqua e inumavano i defunti in costruzioni destinate a resistere oltre la loro epoca.
Nel deserto dell’Atbai, compreso tra il Nilo nubiano e il Mar Rosso, un team internazionale di studiosi ha identificato 260 monumenti funerari colossali mai documentati prima, parte di un complesso più vasto di 280 costruzioni circolari. Denominate Atbai Enclosure Burials, sepolture recintate dell’Atbai, si tratta di imponenti edificazioni in pietra, prevalentemente circolari, contenenti tombe e resti umani e animali. La ricerca, pubblicata su African Archaeological Review, le data principalmente tra il IV e il III millennio a.C., quindi in un’epoca che precede o coincide con la nascita dell’Egitto faraonico unificato, tradizionalmente attribuita a Narmer o Menes intorno al 3100 a.C.
Forme geometriche nel deserto
Alcune di queste costruzioni raggiungono un diametro di circa 80 metri. Presentano un perimetro circolare in pietra, inumazioni al loro interno e, nei casi già indagati, resti di bovini, capre e ovini accanto agli scheletri umani. In determinati recinti la deposizione principale occupa la posizione centrale, circondata da sepolture secondarie. In altri casi la costruzione risulta molto più contenuta, quasi minimalista, con un singolo individuo sepolto al centro. Il quadro che si delinea contrasta con l’immagine convenzionale del deserto come spazio silenzioso: qui esistevano comunità strutturate, in grado di edificare, commemorare, ritornare nei medesimi luoghi.
L’area spiega anche perché tutto questo sia rimasto celato così a lungo. L’Atbai è una regione impervia, isolata, difficilmente raggiungibile, oggi in gran parte all’interno del Sudan orientale, con estensioni verso l’Egitto meridionale e fino alle zone prossime all’Eritrea. Per anni l’archeologia di questo territorio è rimasta marginale rispetto al fascino molto più indagato della valle del Nilo, delle piramidi, dei templi, delle città egizie e nubiane. Eppure proprio quel deserto, apparentemente periferico, custodisce una porzione cruciale della preistoria nordafricana. Gli studiosi spiegano che l’Atbai si colloca all’incrocio tra mondi molto esplorati, Egitto e Nubia, mentre la sua storia archeologica resta ancora da completare.
Il lavoro è stato realizzato nell’ambito dell’Atbai Survey Project, utilizzando riprese satellitari disponibili da piattaforme come Google Earth e Bing. A settembre 2024 il progetto aveva già mappato oltre 90.000 strutture collegate al patrimonio archeologico dell’Atbai: insediamenti nomadi, miniere aurifere, necropoli, aree minacciate. All’interno di questa mole di tracce, i grandi recinti funerari hanno iniziato a comporre una tradizione identificabile, concentrata soprattutto nella zona del Wadi Gabgaba e distribuita lungo quasi mille chilometri di deserto.
Acqua, greggi e memoria collettiva
L’ubicazione dei monumenti racconta una porzione della storia. Molti si collocano in prossimità dei wadi, gli alvei fluviali aridi o intermittenti tipici delle regioni desertiche, oppure in aree che un tempo dovevano offrire pozze, piccoli bacini, sorgenti stagionali, pascoli. Lo studio segnala che, in media, queste sepolture si trovano a meno di 200 metri dagli attuali canali di wadi, un dato prudente perché il paesaggio è mutato e i corsi d’acqua si sono spostati nel tempo. Resta il disegno generale: quei recinti sembrano edificati dove l’acqua rendeva possibile sostare, pascolare, attraversare.
Questa cultura nomade era pastorale. Viveva di greggi, spostamenti, adattamento. I bovini avevano un ruolo centrale, come suggeriscono i resti animali nelle tombe e l’arte rupestre dell’area, dove il bestiame ricorre con forza. Inumare uomini e animali nello stesso spazio indica un rapporto molto stretto: economico, simbolico, forse anche sociale. In un ambiente che si faceva più arido, possedere bovini poteva significare ricchezza, prestigio, capacità di resistere dove altri avrebbero dovuto spostarsi prima.
La cronologia rende tutto ancora più interessante. Le strutture appartengono alla fase finale del Periodo Umido Africano, la lunga stagione in cui parti del Sahara erano molto più verdi di oggi, con precipitazioni più generose, laghi, vegetazione e fauna. Queste fasi umide sono collegate a oscillazioni orbitali che modificano l’intensità dei monsoni africani con ritmi di circa 20.000 anni. L’ultima grande fase del cosiddetto Sahara verde si esaurì gradualmente tra 6.000 e 5.000 anni fa, con differenze regionali, lasciando spazio all’aridità che oggi associamo al deserto.
I monumenti dell’Atbai sembrano collocarsi proprio dentro quella transizione. Le comunità che li edificavano si spostavano mentre il paesaggio mutava, seguendo le zone ancora abitabili, adattando le greggi, passando progressivamente dai bovini ad animali più gestibili in condizioni difficili, come capre e ovini, fino ai cammelli in periodi successivi. La fine di questa tradizione viene collegata a condizioni ambientali più severe e a una pressione crescente sulla vegetazione dopo il ritiro del Sahara verde.
Prima dell’epoca faraonica
La tentazione, davanti a ogni scoperta nel nord-est africano, è ricondurre tutto all’Egitto. Qui il quadro è più ampio. Queste sepolture appartenevano a gruppi nomadi del deserto, legati al mondo sahariano e nubiano, con contatti e somiglianze, certo, ma con una propria grammatica funeraria. Stavano vicino alla grande storia dell’Egitto antico, eppure raccontano un’altra cosa: comunità pastorali capaci di edificare monumenti, organizzare lavoro collettivo, dare forma stabile alla memoria in un territorio mobile.
Alcuni siti aiutano a fissare meglio il tempo. Wadi Khashab risulta frequentato dalla fine del V millennio a.C., mentre Wadi el-Ku è stato usato tra circa il 4000 e il 3230 a.C. All’interno di questi luoghi sono stati rinvenuti resti umani e animali, ceramiche, carbone per le datazioni e altri oggetti. Le sepolture con animali non sono un tratto isolato: ricorrono anche in altre culture pastorali connesse al Sahara e alla valle del Nilo. Qui, però, la scala e la distribuzione dei recinti dell’Atbai danno al fenomeno una compattezza nuova.
C’è anche un altro dato, più fragile e più urgente. Il telerilevamento oggi serve perché il lavoro sul campo in Sudan è reso difficilissimo dal conflitto e dalla vastità dell’area. Serve anche perché molte strutture sono esposte a saccheggi, vandalismi e miniere d’oro non regolamentate. Alcuni monumenti risultano già danneggiati. In certi casi, un recinto sopravvissuto per millenni può sparire in pochi giorni sotto le ruspe.
La scoperta non aggiunge solo un capitolo alla storia del Sahara. Sposta lo sguardo. Prima dei faraoni, prima delle immagini più note della monumentalità egizia, c’erano pastori che edificavano cerchi di pietra accanto all’acqua, inumavano i morti con gli animali, lasciavano tracce sulle piste del deserto. Il vento ha coperto quasi tutto. I satelliti, per una volta, hanno tolto la polvere.
