Francia: ritrovate più di cento uova fossili di dinosauro

uova di dinosauro

A Mèze, il passato giace appena sotto la superficie, incastrato nell’argilla, tra le radici e i segni di un territorio che oggi appare tranquillo ma che settanta milioni di anni or sono doveva presentarsi in modo radicalmente diverso. Ci troviamo nell’Hérault, un dipartimento dell’Occitania nel meridione francese, a breve distanza da Montpellier. In questa località, all’interno del Musée-Parc des Dinosaures, una recente campagna di scavi ha fatto emergere oltre cento uova di dinosauro, custodite in una zona del giacimento rimasta finora poco indagata. Le stime temporali le posizionano nel Cretaceo superiore finale, in un intervallo compreso approssimativamente tra 74 e 65 milioni di anni fa, con numerosi riferimenti locali che indicano circa 72 milioni di anni.

Il ritrovamento è avvenuto nell’arco di alcuni mesi, in seguito all’inizio di nuove indagini durante l’autunno precedente. A coordinare le operazioni sono stati il geologo e paleontologo Alain Cabot insieme a sua figlia Marina, in un deposito che Cabot studia da decenni e che nel tempo ha già restituito uova, frammenti di gusci, resti ossei e impronte di diverse specie. Questa volta, tuttavia, la concentrazione ha assunto proporzioni inedite: uova ravvicinate, organizzate in nidi, in una quantità che eccede notevolmente i ritrovamenti abituali del sito, dove i nidi già documentati contenevano generalmente poche unità, spesso quattro, sei, raramente oltre la decina.

Il fango ha preservato tutto

Le uova presentano dimensioni notevoli, forma sferica, paragonate per grandezza a un pallone. L’ipotesi più dibattuta riconduce ai titanosauri, sauropodi erbivori quadrupedi, creature imponenti dal collo allungato, capaci di dominare il paesaggio con una presenza che oggi risulta difficile immaginare senza ricorrere alle rappresentazioni cinematografiche. A Mèze la cautela rimane d’obbligo: il 95% delle uova risulta già dischiuso e l’assenza di embrioni fossilizzati impedisce un’attribuzione definitiva alla specie che le depositò. La forma sferica, le dimensioni e il confronto con altri giacimenti, specialmente sudamericani, rendono tuttavia plausibile l’ipotesi dei sauropodi erbivori.

L’aspetto più rilevante, per chi esamina questi fossili, risiede nel guscio. Spessore, microstruttura, porosità, cristalli, decorazioni esterne: ogni particolare funziona come una piccola firma. Le analisi effettuate sulle uova e sui frammenti rinvenuti nel meridione francese consentono di distinguere differenti tipologie di uova fossili e di collegarle, con prudenza, a gruppi di rettili, uccelli e dinosauri. Nel giacimento di Mèze sono stati descritti gusci molto particolari, incluso un tipo spesso e decorato, e nel bacino di Villeveyrac-Mèze è nota anche una piccola oo-specie, Prismatoolithus caboti, associata a forme carnivore.

Il paesaggio che ha conservato quelle uova era profondamente diverso dall’Occitania odierna. Nel Cretaceo finale, l’Europa meridionale costituiva un arcipelago situato a latitudini inferiori, con la regione di Mèze descritta come un’estesa pianura tropicale solcata da corsi d’acqua. I dinosauri dovevano raggiungere regolarmente queste zone per nidificare, sfruttando isolotti, sedimenti e ambienti umidi capaci successivamente di sigillare nel terreno ciò che rimaneva dei nidi.

Un’area di nidificazione affollata

Il giacimento era già conosciuto dal 1996, quando Cabot individuò uno dei maggiori depositi francesi di uova di dinosauro. L’anno successivo nacque il parco-museo, anche per proteggere l’area dai saccheggiatori e dai collezionisti improvvisati, un problema molto reale quando i fossili affiorano in superficie e cominciano a circolare voci. Oggi il percorso consente ai visitatori di camminare sopra un autentico giacimento in fase di studio, con uova e ossa fossili, e il museo dichiara che una porzione molto ampia dei reperti esposti è originale.

All’interno di questa nuova sezione di scavo, la quantità conta quanto la disposizione. Un centinaio di uova concentrate nella stessa area suggerisce una zona di deposizione ripetuta, forse un’autentica area di nidificazione collettiva. Gli studiosi osservano Mèze anche perché il giacimento si sviluppa su una superficie molto estesa, circa 50 chilometri quadrati, e collega idealmente altri grandi siti europei, provenzali e pirenaici. Il museo lo presenta tra i depositi di uova fossili più rilevanti conosciuti, mentre alcuni paleontologi invitano a bilanciare entusiasmo e misura: nel Sud della Francia le uova di dinosauro sono relativamente frequenti, e la svolta scientifica decisiva arriverebbe dal ritrovamento di un embrione.

Questa cautela modifica poco la forza della scena. Un conto è rinvenire frammenti sparsi, gusci frantumati, tracce isolate. Ben altro è imbattersi in una concentrazione così compatta, dove ogni uovo aggiunge un dettaglio sul comportamento riproduttivo, sulla biodiversità locale, sui movimenti degli animali e sull’ambiente che li ospitava. Il Cretaceo di Mèze appare meno come un’immagine di mostri giganteschi e più come un luogo vissuto, attraversato, utilizzato per deporre, abbandonato, poi coperto dal tempo.

Prima dell’impatto dell’asteroide

Esiste anche un aspetto più ampio, quasi scomodo, in questa storia. Le uova fossili del Cretaceo superiore aiutano a osservare gli ultimi milioni di anni prima della grande estinzione di 66 milioni di anni fa, quella collegata all’impatto dell’asteroide e alle trasformazioni ambientali successive. Nel giacimento di Mèze, le analisi stratigrafiche e lo studio della successione dei gusci indicano cambiamenti nella diversità delle uova e quindi, indirettamente, nella diversità dei dinosauri presenti nel territorio.

Cabot interpreta la diminuzione progressiva delle specie che deponevano nell’area come un possibile segnale di declino già avviato prima dell’impatto. È una lettura da maneggiare con attenzione, perché il dibattito sull’estinzione dei dinosauri resta complesso e intreccia clima, vulcanismo, ecosistemi, geografia e catastrofe finale. Però il valore di un giacimento come Mèze sta proprio qui: permette di guardare gli ultimi capitoli del mondo dei dinosauri attraverso un archivio meno spettacolare delle ossa enormi, eppure molto più intimo. I nidi raccontano presenza, ripetizione, abitudine. Raccontano vita prima della scomparsa.

Quelle uova, quasi tutte vuote, hanno già fatto il loro lavoro una volta. Ora ne fanno un altro, molto più lento: costringono il presente a chinarsi sulla terra e a guardare con pazienza. Il resto lo diranno i gusci.

Fonte: International Geology Review