Quel telefono abbandonato in un cassetto da anni potrebbe nascondere potenzialità insospettabili. Un gruppo di scienziati del Robotics and Mechanisms Laboratory dell’UCLA ha sviluppato PhoneBot, un piccolo umanoide che sfrutta un comune smartphone Android come fotocamera, sensore di movimento, interfaccia utente e unità di elaborazione principale. Il dispositivo è in grado di camminare, tenere lo sguardo fisso su una persona che si muove e perfino rialzarsi da solo quando cade in avanti.
Il progetto, descritto in un preprint caricato su arXiv a firma di Ruochen Hou, Quanyou Wang, Daniel Koh e Dennis W. Hong, nasce da un’osservazione tanto semplice quanto efficace: un telefono cellulare racchiude già molti componenti che un piccolo robot dovrebbe altrimenti procurarsi e assemblare singolarmente. Fotocamera, giroscopio, accelerometro, chip di elaborazione, modulo wireless, display: PhoneBot punta a riciclare l’intero pacchetto anziché ricrearlo da zero. Lo studio è stato pubblicato il 6 ottobre 2026 e resta, per ora, un preprint, cioè un lavoro non ancora sottoposto a peer review.
Il telefono fa davvero da cervello, ma non lavora in totale autonomia
Con i suoi 48,3 centimetri d’altezza e 1,8 chilogrammi di peso (batteria e smartphone compresi), PhoneBot dispone di 13 giunti motorizzati: sei per ogni gamba, più uno aggiuntivo che consente al busto di ruotare autonomamente. È proprio questa rotazione del tronco a permettere alla fotocamera del telefono di tenere sotto osservazione una persona senza dover muovere l’intero corpo del robot.
Lo smartphone è montato sul torace. La sua unità di misura inerziale – l’insieme di sensori che registra orientamento e spostamenti – aiuta il robot a percepire la propria inclinazione; la fotocamera gli permette di riconoscere l’ambiente circostante e le persone; il processore gestisce la rete neurale responsabile della camminata. Lo schermo touch, invece, mostra lo stato del sistema, le immagini catturate e i comandi disponibili. Non si tratta quindi di un semplice accessorio estetico: il telefono svolge un lavoro effettivo e corposo.
Va però chiarita una sfumatura rilevante. Lo smartphone non pilota direttamente i servomotori via cavo, bensì dialoga tramite Wi-Fi con un piccolo computer di bordo che si occupa di trasmettere i comandi alle articolazioni. Inoltre, per la conversazione vocale il prototipo si appoggia ancora a un laptop esterno, dove girano riconoscimento vocale e modello linguistico. Movimento, visione e varie funzioni percettive vengono invece gestiti direttamente dal telefono. Definirlo “cervello” ha senso, a patto di ammettere che ha bisogno di qualche aiutante.
Prima la camminata è stata appresa in un ambiente virtuale
Far muovere subito un robot economico nella realtà del laboratorio, con il rischio costante di cadute, non sarebbe stata una scelta saggia. Per questo motivo i ricercatori hanno addestrato le strategie di camminata all’interno di una simulazione, tramite tecniche di reinforcement learning, insegnando al sistema a muoversi considerando anche i limiti concreti dei piccoli motori impiegati.
Particolare attenzione è stata dedicata alla simmetria del passo. Senza un meccanismo di “mirroring” specifico, l’algoritmo tendeva talvolta a distribuire il peso in modo sbilanciato su una sola gamba. Replicando i movimenti in versione speculare durante la fase di addestramento, l’andatura è risultata molto più armoniosa e il processo di apprendimento più stabile. Le prove condotte sul robot reale hanno mostrato con successo la camminata bipede, il tracciamento visivo di una persona e la capacità di rialzarsi autonomamente da terra.
Al momento, però, il terreno sotto quei piedi resta piuttosto favorevole. Le strategie di movimento sono state messe a punto esclusivamente su superfici piane, PhoneBot non è dotato di braccia e i servomotori a basso costo limitano sia il peso trasportabile sia i movimenti più complessi. Gli autori indicano come prossimi passi lo sviluppo su terreni irregolari, l’aggiunta di arti superiori leggeri e una maggiore indipendenza anche per le capacità linguistiche.
Operativo pure con uno smartphone del 2017
L’aspetto forse più sorprendente per chi custodisce telefoni ormai dimenticati riguarda i test sull’hardware. L’applicazione di PhoneBot è stata verificata su quattro dispositivi Android diversi, tra cui un Honor 9 risalente al 2017. Oltre a questo vecchio top di gamma, sono stati utilizzati tre modelli economici: Moto G 2025, Samsung Galaxy A16 5G e Moto G 2024, acquistati negli Stati Uniti a prezzi oscillanti indicativamente fra 50 e 90 dollari.
Tutti e quattro i telefoni sono riusciti a gestire con successo sensori, comunicazione con i motori, rete neurale per il movimento, elaborazione video e interazione con l’essere umano. L’unico limite riscontrato sull’Honor 9 riguardava la funzione SLAM basata su ARCore – il sistema che permette al robot di localizzarsi e costruire una mappa dello spazio circostante – non disponibile a causa dell’assenza dei servizi Google su quel modello. Otto o nove anni rappresentano quasi un’epoca intera nel mondo degli smartphone. Per PhoneBot, evidentemente, sono ancora sufficienti.
Un umanoide realizzato con circa 400 dollari
L’impiego del telefono risponde soprattutto all’esigenza di abbattere uno degli ostacoli più significativi nella robotica didattica e sperimentale: il costo. Secondo quanto riportato dagli stessi autori dello studio, i componenti hardware di PhoneBot costano circa 400 dollari, escluso lo smartphone. Nella tabella comparativa dello studio, altre piattaforme umanoidi di piccole dimensioni destinate alla ricerca partono da circa 3.500 dollari e arrivano fino ai 13.800 dollari del ROBOTIS OP3.
Si tratta di sistemi differenti per struttura e funzionalità, dunque il paragone non implica che PhoneBot possa realmente sostituirli; tuttavia, mette chiaramente in luce quanto possa pesare il riutilizzo di componenti già posseduti da milioni di persone. Hardware e software sono stati concepiti come open source, con l’obiettivo dichiarato di mettere a disposizione una piattaforma replicabile per università, istituti scolastici e laboratori che difficilmente potrebbero investire in umanoidi molto più costosi.
PhoneBot, dunque, non risolverà da solo l’enorme problema globale dei rifiuti elettronici trasformandoli in eserciti di piccoli robot. Lo studio non valuta l’impatto ambientale dell’iniziativa né stima quanti telefoni potrebbero realmente essere recuperati con questo approccio. Dimostra però qualcosa di molto più tangibile: un dispositivo considerato ormai superato può ancora possedere fotocamere, sensori e capacità di calcolo sufficienti per far camminare un robot umanoide. Prima di relegarlo definitivamente nel cassetto dei cavi “che prima o poi potrebbero tornare utili”, almeno in questo caso quel vecchio smartphone ha trovato una giustificazione concreta.
