Ritrovato a Salerno il teatro dell’antica Roma: nascosto sotto San Benedetto

monastero di San Benedetto Salerno

Nel cuore di Salerno, la storia continua a riservare sorprese celate nel sottosuolo. Nei livelli più profondi della Chiesa di San Benedetto, situata nel nucleo antico della città, gli archeologi hanno finalmente individuato le vestigia dell’antico teatro romano. Una struttura cercata per decenni dagli studiosi, ipotizzata in diverse ricostruzioni ma mai localizzata con precisione fino ad oggi.

Il ritrovamento proviene dagli ambienti ipogei del complesso benedettino, dove alcune costruzioni murarie dalla forma semicircolare erano state considerate per lungo tempo come resti di un antico battistero. Le recenti ricerche, coordinate da un team dell’Università degli Studi di Salerno, hanno invece rivelato che quelle strutture costituiscono in realtà la cavea, ovvero la sezione dove si disponevano gli spettatori dell’antico edificio scenico. Il progetto è stato diretto dall’archeologa Rosa Fiorillo, affiancata dalle architette Simona Talenti e Sara Antinozzi, che hanno realizzato la documentazione tridimensionale del complesso monumentale.

Le gradinate sepolte

Le strutture curve conservate nei sotterranei della chiesa custodivano informazioni ben diverse da quelle ipotizzate in precedenza. L’impiego dei rilievi 3D, combinato con l’esame stratigrafico accurato, ha reso possibile identificare le diverse fasi edilizie, separare gli interventi successivi e riconoscere la planimetria originaria del complesso teatrale. Nel corso dei secoli, come frequentemente avviene nei siti con una lunga continuità d’uso, vennero aggiunti sistemi di canalizzazione e tubature in ceramica che hanno reso più complessa l’interpretazione delle evidenze archeologiche.

Questa scoperta riveste un’importanza notevole. L’identificazione della cavea restituisce a Salerno un tassello fondamentale della sua configurazione urbanistica di epoca romana, poiché un teatro antico fornisce sempre indicazioni preziose sull’organizzazione dello spazio urbano, sui collegamenti viari, sulle aree destinate alla collettività e sul dialogo tra costruzioni e tessuto sociale. In questo caso specifico, il valore è ancora maggiore perché il ritrovamento si colloca in una delle zone più complesse della città, dove le stratificazioni romana, longobarda e medievale si sono accumulate nel tempo senza soluzione di continuità.

Un complesso dalla storia complessa

Il monastero di San Benedetto possiede una vicenda articolata e ricca di trasformazioni. È localizzato nell’area del vecchio Orto Magno, in una posizione cruciale della città, collegata anche alle infrastrutture idriche. La fondazione della chiesa viene collocata tra il VII e il IX secolo, con probabili ampliamenti nell’XI secolo, quando Alfano, che era abate del monastero, assunse la carica di arcivescovo di Salerno nel 1057. L’atrio monastico e Castel Terracena si appoggiano alle fortificazioni longobarde volute da Arechi II nella seconda metà dell’VIII secolo.

Nel corso dei secoli successivi, gli spazi hanno continuato a mutare destinazione d’uso secondo le necessità storiche. Nel 1807 il monastero venne chiuso e convertito in struttura militare. Poco dopo la chiesa fu trasformata in teatro San Gioacchino e successivamente, tra il 1815 e il 1845, divenne il Real Teatro di San Matteo. L’ironia della storia appare evidente: un edificio sacro riconvertito in teatro nell’Ottocento che oggi svela, nelle sue fondamenta, le tracce di un teatro di epoca romana molto più remoto.

Le ricerche più recenti hanno aperto ulteriori prospettive di indagine. Nei livelli sotterranei sono stati individuati ambienti ancora da esplorare completamente, un lungo passaggio che corre dietro l’abside, frammenti di decorazioni pittoriche conservate su alcune pareti e porzioni di pavimentazione realizzata con piastrelle in terracotta. Tutti questi elementi testimoniano una successione ininterrotta di riutilizzi, modifiche e adattamenti. Il teatro romano di Salerno riaffiora dunque all’interno di una stratificazione complessa, costituita da murature che hanno continuato ad assolvere funzioni differenti, anche quando il loro significato originario era ormai stato dimenticato.

Rileggere la città antica

Per l’archeologia delle aree urbane, ritrovamenti di questa natura possiedono un significato particolare. Raramente offrono una situazione nitida e facilmente interpretabile. Più frequentemente costringono a riconsiderare la comprensione complessiva di una città, a comprendere in che modo un edificio antico sia stato incorporato, modificato, riutilizzato o frainteso. A Salerno si verifica esattamente questo: l’identificazione della cavea fornisce un nuovo strumento interpretativo per comprendere l’assetto romano e le modalità con cui le epoche seguenti hanno edificato sopra, accanto o all’interno delle strutture preesistenti.

L’utilizzo delle tecnologie di documentazione tridimensionale si è rivelato determinante perché ha consentito di esaminare con maggiore accuratezza l’andamento delle murature e le relazioni tra i diversi livelli stratigrafici. La tecnologia, in questa circostanza, ha svolto un compito molto pratico: ha permesso di riconoscere una forma architettonica per ciò che realmente rappresentava, di distinguere un’aggiunta posteriore da una struttura più antica, di trasformare un’ipotesi interpretativa in una lettura archeologica più fondata.

Rimane ora il lavoro più impegnativo e meno spettacolare: approfondire le ricerche, tutelare le evidenze, renderle accessibili alla comprensione pubblica. Il teatro romano di Salerno riemerge sotto una chiesa che già di per sé rappresenta secoli di mutamenti. La città, nel frattempo, scopre che una porzione significativa della sua scena più antica era ancora lì, sotto il livello stradale, silenziosa e deformata come sanno essere le testimonianze rimaste nell’ombra per troppo tempo.

Fonte: UNISAComune di Salerno