Il primo esemplare neonato di T. rex identificato dagli scienziati aveva le dimensioni di un gattino. La scoperta è stata possibile grazie a un piccolissimo osso del piede, custodito in una raccolta museale del Canada: apparteneva a un esemplare di età inferiore all’anno, con un peso stimato di circa 2,5 chilogrammi al decesso, probabilmente ancora inferiore subito dopo la schiusa. Il sovrano dei dinosauri, dunque, iniziava la propria esistenza in versione tascabile. Zampe già allungate e denti che avevano già svolto il loro lavoro.
Il fossile, accompagnato da un frammento di mandibola e alcuni denti isolati, ha consentito a un team internazionale di scienziati di delineare per la prima volta, con un certo livello di dettaglio, gli albori della vita del Tyrannosaurus rex. La ricerca, pubblicata sulla rivista Biology, illustra inoltre i resti di un piccolo esemplare di Gorgosaurus libratus, un parente più antico del T. rex: si tratterebbe dei primissimi fossili noti di tirannosauridi appena usciti dal guscio.
Un frammento osseo che raccontava già molto
Il reperto chiave è un metatarso rinvenuto nella formazione geologica di Frenchman, in Saskatchewan, conservato presso il Royal Saskatchewan Museum. È stato individuato da Nicholas Longrich, paleontologo dell’Università di Bath e autore principale della ricerca, tra numerosi altri fossili appartenenti alla collezione del T. rex Discovery Centre.
Le dimensioni del reperto raccontano un esemplare estremamente piccolo se confrontato con le diverse tonnellate raggiunte in età adulta. Le proporzioni ossee suggeriscono un peso di circa 2,5 chilogrammi al momento della morte; analizzando le trasformazioni avvenute durante lo sviluppo, gli studiosi ipotizzano che alla nascita il piccolo potesse pesare intorno a 1,6 chilogrammi.
Si tratta comunque di una stima approssimativa. All’interno del tessuto osseo, i ricercatori non hanno individuato una linea di schiusa netta, ovvero quel segno che in certi animali separa la fase embrionale da quella successiva alla nascita. Hanno quindi dovuto ricostruire tale passaggio osservando le variazioni nella densità ossea.

Grazie alla microtomografia effettuata con luce di sincrotrone, è emersa una fittissima rete di vasi sanguigni, compatibile con uno sviluppo estremamente veloce. Erano assenti gli anelli di crescita annuali, elemento che conferma un’età inferiore ai dodici mesi per l’animale. Il particolare più significativo, tuttavia, riguardava i minuscoli tunnel generati dal rimodellamento osseo, quel processo attraverso cui il tessuto viene scomposto e ricostruito in risposta a sollecitazioni continue.
Un embrione ancora all’interno dell’uovo difficilmente avrebbe potuto sottoporre il piede a simili sforzi. Questo dato, unito a una superficie articolare già formata, suggerisce che il piccolo avesse iniziato precocemente a camminare, e probabilmente anche a correre, come chiarito da Eric Snively, anatomista dell’Oklahoma State University e coautore della ricerca:
Abbiamo individuato dei canali nell’osso che dimostrano come questi esemplari lasciassero rapidamente il nido, iniziando subito a muoversi.
Denti già logorati, mentre la caccia resta un’ipotesi
Completano il quadro alcuni dentini piccoli, robusti e taglienti, molto simili nella conformazione a quelli degli esemplari adulti. Le punte mostrano evidenti segni di usura: qualunque fosse la loro alimentazione, questi giovani tirannosauri avevano già iniziato a utilizzare seriamente la propria bocca.
La ricerca ritiene che tale usura sia compatibile con una dieta basata su vertebrati di dimensioni considerevoli. Snively va oltre, ipotizzando che i cuccioli mordessero anche le ossa delle prede, occupando già una nicchia di predatori proporzionata alla loro taglia. I fossili, tuttavia, non consentono di ricostruire con certezza il tipo di pasto. I piccoli potrebbero aver catturato prede vive, sfruttato carcasse già disponibili, oppure essersi nutriti di cibo procurato dagli adulti.
L’ipotesi di piccoli T. rex già coinvolti in attività di caccia nasce dalla combinazione di diversi elementi: piedi sottoposti a sforzo, articolazioni pienamente funzionali e denti usurati. Si tratta di una ricostruzione verosimile, decisamente più cauta rispetto all’immagine di un branco di felini carnivori scatenati nella foresta del Cretaceo.
Le evidenze raccolte indicano comunque animali piuttosto precoci, in grado di spostarsi poco dopo la nascita e forse di raggiungere velocemente un certo grado di indipendenza.
Una femmina di T. rex potrebbe aver deposto numerose uova
Al momento non sono stati rinvenuti nidi o uova di T. rex confermati con certezza. Per stimare la dimensione delle covate, gli scienziati hanno quindi proceduto a ritroso, partendo dal peso stimato dei neonati.
Negli uccelli e nei coccodrilli appena schiusi, il piccolo costituisce generalmente circa due terzi della massa dell’uovo originario. Applicando questa proporzione al T. rex, la ricerca stima uova di circa 2,5 chilogrammi ciascuna. Gli autori hanno successivamente calcolato quanta massa corporea potesse essere destinata alla riproduzione da una femmina adulta.
Una femmina di T. rex di circa 6 tonnellate avrebbe potuto deporre approssimativamente venti uova; negli esemplari di dimensioni maggiori, la covata sarebbe potuta arrivare a circa trenta uova. Alcuni modelli ipotizzano numeri ancora più elevati, fino a cinquanta o addirittura cento. Si tratta di calcoli basati su confronti con animali attualmente viventi e su dimensioni corporee ricostruite, quindi non equivalgono al ritrovamento diretto di trenta gusci disposti ordinatamente in un nido.
Secondo i ricercatori, la tendenza generale suggerisce una strategia riproduttiva basata sulla produzione di molti piccoli relativamente leggeri. Da questo deriva l’ipotesi di cure parentali meno intense rispetto a quelle offerte da diversi uccelli contemporanei. Un investimento limitato, tuttavia, non implica un abbandono totale: gli adulti potrebbero comunque aver vigilato sul nido e accompagnato i piccoli per un certo periodo, similmente a quanto fanno oggi i coccodrilli e alcuni grandi uccelli terricoli.
Questa scoperta colma una delle lacune più persistenti nella storia evolutiva del T. rex. Conosciamo bene gli scheletri adulti di dimensioni imponenti, i crani capaci di riempire un’intera vetrina museale e i denti lunghi quanto banane; l’inizio della sua esistenza, invece, era rimasto affidato a pochissimi frammenti, difficili persino da riconoscere con certezza.
Il reperto decisivo, del resto, non proviene da uno scheletro appena estratto dalla roccia. Si trovava già all’interno di un museo, abbastanza piccolo da passare per lungo tempo inosservato. Persino il temibile T. rex, evidentemente, ha dovuto attendere pazientemente il proprio turno all’interno di una collezione scientifica.
Fonte: Biology – Oklahoma State University
