Nell’antica Roma esistevano già palazzi e locazioni, ma con rischi di crollo

Antica Roma

Nella capitale dell’impero, il concetto di abitazione collettiva nacque ben prima delle assemblee condominiali interminabili, dei corridoi angusti e dei canoni che mandano in crisi il bilancio familiare. L’urbe imperiale aveva intuito un principio elementare: di fronte all’afflusso costante di popolazione e all’impossibilità di espandere il territorio, l’unica direzione possibile era verso l’alto. Si sovrapponevano locali, attività commerciali, nuclei familiari, profumi, suoni, utensili, ansie. Un’esistenza stratificata sull’altra, con la speranza che le strutture resistessero.

La visione raffinata dell’urbe antica, caratterizzata da residenze patrizie, porticati, giardini interni e ambienti nobili abbelliti dall’immaginazione, riguardava soltanto un’élite. La stragrande maggioranza della popolazione risiedeva in strutture condivise, frequentemente sovraffollate, caotiche, progettate per unire funzione abitativa e commerciale nello stesso isolato urbano. Le insulae dell’epoca romana rappresentarono esattamente questo: una soluzione intelligente alla crescita demografica e, al tempo stesso, un meccanismo quotidiano fatto di sforzo, speculazione e pericolo.

Il termine stesso è rivelatore. In latino insula indica “isola”: costruzioni che occupavano blocchi interi, delimitate dalle vie come porzioni di terra circondate dal flusso umano. Al livello stradale si trovavano esercizi commerciali, depositi, bancarelle, piccole imprese. Sopra iniziavano le unità abitative in locazione. Gradini, pianerottoli, ambienti. Più si guadagnava quota, più l’esistenza diventava disagevole.

Abitazioni sopra i negozi

La gerarchia dei livelli era invertita rispetto all’attuale. Oggi l’elevazione garantisce panorama, luminosità, spazi esterni, distanza dal caos stradale. Nell’urbe romana, in assenza di montacarichi, l’altezza comportava fatica per le gambe, necessità di trasportare l’acqua in alto, fumi ascendenti, evacuazione complicata durante gli incendi. I livelli inferiori avevano maggior valore perché erano accessibili, pratici, più protetti. I livelli superiori spettavano a chi disponeva di risorse limitate.

Numerosi locatari abitavano in spazi ridottissimi, le cellae, dove un’intera famiglia poteva concentrare riposo, suppellettili, pasti e conversazioni. In altri casi, specialmente a Ostia, esistevano abitazioni più spaziose, dotate di cortili, pavimenti decorati e stanze di rappresentanza. Il vocabolo insula abbraccia quindi situazioni molto eterogenee: abituri verticali, complessi misti con negozi e alloggi, palazzi urbani occupati da classi più agiate.

La portata del fenomeno rimane notevole. Secondo il Catalogo regionale del quarto secolo, nell’urbe si registravano 44.850 insulae e 1.781 domus. Le cifre vanno interpretate con prudenza, perché gli esperti dibattono ancora sul significato esatto delle categorie, tuttavia la proporzione è significativa: la città comune viveva prevalentemente dentro palazzi in affitto.

L’urbe in ascesa

La capitale attirava individui da ogni angolo dell’impero. Operai, mercanti, artigiani, liberti, clienti dei potenti, indigenti alla ricerca di opportunità, persone desiderose di stare vicine al potere e alle distribuzioni alimentari. La Cura annonae, il sistema pubblico di rifornimento e distribuzione cerealicola, rese la metropoli ancora più attraente. La città raggiunse dimensioni che l’Europa avrebbe rivisto molti secoli più tardi.

Tutto ciò avveniva senza acciaio, ferrovie, montacarichi, pompe moderne per spingere l’acqua verso i livelli superiori. Il problema era elementare e crudo: molta popolazione, suolo limitato, spostamenti lenti. Vitruvio lo chiarì nel De architectura: di fronte all’importanza della metropoli e alla quantità enorme di residenti, occorreva moltiplicare le abitazioni e trovare soluzione costruendo palazzi elevati.

A sostenere quella crescita verticale c’era anche il calcestruzzo romano: calce, acqua, frammenti lapidei e cenere vulcanica, principalmente dall’area flegrea e dal golfo campano. Un impasto resistentissimo, impiegato per porti, complessi termali, anfiteatri, cupole, murature e palazzi multipiano. La competenza tecnica esisteva. Il modo in cui veniva applicata dipendeva dal denaro, dall’urgenza, dalla manutenzione e dalla moralità del proprietario.

Locazione e incendi

Dove esiste necessità abitativa, compare la speculazione. Nell’urbe romana si manifestò con un volto molto riconoscibile. Marco Licinio Crasso, tra gli uomini più facoltosi della storia romana, comprese che gli incendi potevano trasformarsi in occasione di profitto. Secondo Plutarco, acquistò schiavi formati come architetti e costruttori, poi comprò abitazioni bruciate o prossime agli incendi quando i proprietari, terrorizzati, cedevano a prezzi irrisori. Ricostruiva, accumulava, lucrava.

Anche Cicerone traeva reddito dagli immobili. In una corrispondenza ad Attico riferisce che due sue botteghe erano crollate e le restanti presentavano crepe; gli inquilini erano fuggiti, perfino i roditori avevano abbandonato il posto. La frase compare nelle Lettere ad Attico e diverte solo restando dalla prospettiva del locatore. Per chi ci abitava, le fessure avevano un altro significato.

Il mercato locativo offriva agli inquilini poveri tutele minime. Si sopravviveva mese per mese, si subaffittava una camera, ci si adattava in spazi sempre più compressi. Se qualcosa precipitava da una finestra e feriva un passante, il diritto romano cercava almeno di regolare il disastro. L’actio de effusis vel deiectis serviva per i danni causati da oggetti o liquidi lanciati da un edificio sulla via: la responsabilità ricadeva su chi occupava l’alloggio, anche quando a gettare era stato un ospite o uno schiavo.

Fessure e gradini

Gli scrittori romani conoscevano bene l’aspetto materiale di quell’esistenza. Giovenale, nella Satira III, descrive un’urbe sostenuta da puntelli, con palazzi rattoppati e proprietari pronti a mascherare le fessure mentre rassicurano gli inquilini invitandoli a riposare sereni. Il registro è satirico, il timore era reale.

Il cedimento degli edifici costituiva una minaccia concreta. A questo si sommava il fuoco. Le insulae potevano contenere legno, scale interne, travi, solai fragili, lampade a olio, bracieri, cucine improvvisate, stanze affollate, vie strette. Vitruvio detestava le strutture in graticcio e argilla perché veloci ed economiche, però facilmente infiammabili. L’economia, in un quartiere denso, poteva trasformarsi in cenere per tutti.

Augusto istituì i vigiles, incaricati anche del contrasto agli incendi e della vigilanza notturna. Dopo il grande rogo del 64 d.C., Nerone impose nuove norme edilizie. Svetonio riferisce che davanti a case e appartamenti furono previsti portici con terrazze da cui combattere le fiamme. Per chi risiedeva in alto, però, ogni incendio partito dal basso restava una fuga disperata: fumo sulle scale, uscita angusta, soffitta lontana dalla salvezza.

Senza riservatezza

L’esistenza nelle insulae aveva scarsa intimità. Le finestre erano spesso semplici aperture chiuse da imposte o tende. Il vetro costava e apparteneva principalmente alle residenze ricche. La luce entrava insieme al rumore, agli odori, agli sguardi. Un muro sottile divideva le famiglie, una scala comune mescolava tutti.

Ai livelli superiori mancava spesso l’acqua corrente. Come ricorda anche Britannica, gli abitanti dei piani alti dipendevano da fontane pubbliche e servizi comuni. L’acqua andava caricata, trasportata, pagata a portatori quando possibile. Ogni gesto domestico aveva un peso fisico.

Cucinare in casa poteva essere scomodo e rischioso. Molti acquistavano cibo pronto nei thermopolia, locali di strada con banconi e contenitori incassati, dove si servivano pietanze calde. Le terme servivano per lavarsi, le fulloniche per il bucato, le taverne per mangiare e bere, la strada per incontrarsi. La casa era una base minima. La città fungeva da cucina, corridoio, cortile.

Poi c’era l’insalubrità. I vasi da notte si usavano in casa. Alcuni li svuotavano scendendo le scale. Altri preferivano la finestra. Giovenale insiste su cocci, contenitori, liquidi e oggetti che precipitano dall’alto. La legge arrivava dopo, quando qualcosa o qualcuno era già caduto.

Il costo della metropoli

Ostia mostra la versione più ordinata del modello: nella Casa di Diana, costruita in età adrianea, c’erano botteghe sulla strada, cortile porticato, mosaici geometrici e appartamenti articolati. Gli edifici meglio conservati, però, raccontano soprattutto le ossa robuste del passato. Le strutture peggiori sono scomparse prima.

L’urbe costruì in verticale perché era necessario. Una popolazione enorme premeva su un terreno limitato. I lavoratori dovevano stare vicini al lavoro, le botteghe ai clienti, lo Stato a una folla da nutrire, contare, sorvegliare. Le insulae romane permisero alla città di funzionare e permisero a qualcuno di arricchirsi enormemente. La stessa altezza che rendeva l’urbe possibile rendeva certe vite più fragili.

Su una lapide fuori città, l’ex schiavo Ancarenus Nothus lasciò un epitaffio diventato celebre come lamento dell’inquilino:

Da morto, finalmente, niente fame, niente deposito per l’affitto, solo un alloggio eterno e gratuito.

 

Le insulae furono una risposta antica a un problema ancora attuale: abitare vicino alle opportunità costa. Allora si pagava salendo scale, respirando fumo, schivando cocci, dormendo sotto crepe rattoppate. Oggi abbiamo altri materiali, altri contratti, altri piani alti. L’affitto, invece, ha sempre avuto memoria lunga.