Immaginate di lanciare 10.000 piccolissimi satelliti in mezzo agli anelli di Saturno, consapevoli fin da subito che diversi di questi non sopravvivranno al viaggio. È questa l’idea, tanto audace quanto affascinante, proposta da Michael Rubenstein della Northwestern University e ora finanziata dalla NASA per un primo studio di fattibilità. Il concetto prevede uno sciame di piccoli dispositivi capace di raccogliere dati direttamente all’interno della fascia di ghiaccio e polvere che circonda il pianeta, un ambiente troppo pericoloso per una sonda tradizionale di grandi dimensioni. Al momento esiste solo un progetto sulla carta e nove mesi di tempo per verificarne la validità tecnica: l’effettivo lancio verso Saturno resta ancora un traguardo lontano.
L’iniziativa è stata inserita tra quelle sostenute dal programma NASA Innovative Advanced Concepts (NIAC), che si occupa di finanziare concetti ancora agli albori dello sviluppo. Il titolo ufficiale del progetto è quasi lungo quanto la distanza da percorrere: Actively Steerable Femtosat Constellations for In-situ Exploration of Saturn’s Rings, Atmosphere, and Magnetosphere. In parole più semplici, lo scopo è analizzare da vicino gli anelli, l’atmosfera e la magnetosfera di Saturno.
Perché la scelta ricade su diecimila piccoli dispositivi

Nelle immagini gli anelli di Saturno appaiono come superfici quasi levigate. La realtà, osservata da vicino, è molto diversa: si tratta di un’immensa quantità di frammenti, principalmente ghiacciati, in grado di danneggiare seriamente un veicolo spaziale.
Per una sonda di grandi dimensioni, un impatto rilevante potrebbe tradursi nella perdita di strumentazione preziosa o, nello scenario peggiore, nel fallimento dell’intera missione. Distribuendo il rischio su uno sciame composto da circa 10.000 piccoli satelliti, invece, la situazione cambia completamente: alcuni esemplari potrebbero andare distrutti, ma gli altri continuerebbero comunque il lavoro di raccolta dati.
È qui che risiede l’elemento più originale della proposta: la possibile perdita di parte dello sciame viene già considerata e accettata in partenza. La NASA fa un paragone diretto con la missione Cassini, che ha esplorato Saturno per lungo tempo. Inviare un singolo veicolo del genere all’interno delle zone più affollate degli anelli avrebbe rappresentato un azzardo eccessivo. Al contrario, migliaia di unità semplici possono permettersi di perderne alcune lungo il tragitto.
Questi dispositivi vengono chiamati femtosat, termine che indica satelliti di dimensioni estremamente ridotte. La documentazione diffusa finora dalla NASA, tuttavia, non specifica ancora il peso esatto né fornisce dettagli su strumentazione, alimentazione energetica e sistemi di comunicazione. Sono proprio questi gli aspetti che la fase di studio dovrà chiarire.
Un finanziamento per la ricerca, non per la costruzione
È importante mantenere le giuste proporzioni, almeno fino a quando i satelliti non avranno una collocazione concreta. Il progetto ideato da Rubenstein rientra tra i 18 concetti selezionati dal NIAC per il 2026. In totale la NASA ha stanziato 3,2 milioni di dollari, con ogni progetto di Phase I che può ricevere fino a 175.000 dollari distribuiti su nove mesi di lavoro.
L’agenzia spaziale sottolinea che i concetti selezionati dal NIAC non corrispondono a missioni già approvate. In questa fase iniziale si analizzano principalmente la realizzabilità tecnica, le criticità e le possibili soluzioni. Nessuno sta quindi assemblando concretamente 10.000 satelliti, e non esiste ancora alcuna data prevista per la partenza verso Saturno.
Gli ostacoli da superare, d’altronde, sono numerosi. Uno sciame di queste dimensioni dovrebbe essere trasportato fino a Saturno, rilasciato nello spazio, gestito a distanza e reso capace di effettuare rilevazioni scientificamente valide. Successivamente, tutti i dati raccolti dovrebbero essere trasmessi fino alla Terra. Il tutto utilizzando dispositivi sufficientemente compatti da poter essere prodotti e impiegati su larga scala, nell’ordine delle migliaia di unità.
Due progetti differenti puntano sugli anelli planetari
Tra le proposte selezionate dal NIAC 2026 figura anche un’altra iniziativa dedicata agli anelli planetari. Si tratta di PRAXIS, progetto coordinato da Marco Quadrelli del Jet Propulsion Laboratory della NASA. Anche in questo caso l’obiettivo è raggiungere direttamente le particelle che compongono gli anelli, ma attraverso un sistema robotico pensato per prelevarne campioni fisici.
La presenza di due proposte distinte nello stesso ciclo di selezione dimostra quanto gli anelli di Saturno custodiscano ancora numerose informazioni preziose per la comunità scientifica, in particolare nel passaggio dalle osservazioni a distanza alle misurazioni dirette sul campo.
Per lo sciame ideato da Rubenstein, la fase successiva sarà decisamente meno spettacolare: bisognerà verificare i calcoli. Se il concetto supererà con successo i nove mesi di analisi, potrà proseguire il suo sviluppo. Nel frattempo, i 10.000 satelliti dovranno attendere ancora un po’: Saturno, del resto, non si muove da lì.
