Il salvataggio di 30mila reperti siriani in fuga dall’ISIS

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Correva l’anno 2014 quando l’ISIS iniziò ad avanzare verso Deir ez-Zor, e proprio in quel momento migliaia di manufatti cominciarono a lasciare il museo cittadino, nascosti dentro casse dirette verso Damasco. L’operazione si sarebbe ripetuta l’anno successivo. Al termine di questa corsa contro il tempo, quasi 30mila oggetti archeologici erano stati messi in salvo, strappati a un conflitto che in Siria e Iraq stava già divorando musei, siti di scavo e frammenti interi della storia umana.

A raccontare questa vicenda è Maamoun Abdulkarim, all’epoca a capo della Direzione generale delle Antichità e dei Musei siriana, oggi docente di Archeologia e Storia presso l’Università di Sharjah. Nella sua ricerca pubblicata su Museum Management and Curatorship descrive nel dettaglio l’organizzazione del trasferimento delle collezioni, ma soprattutto come si arrivi a scegliere quando attendere condizioni più favorevoli rischia di significare arrivare con troppo ritardo.

Il museo di Deir ez-Zor ospitava reperti provenienti da siti fondamentali dell’antica Mesopotamia, tra cui Halaf, Dura-Europos, Mari e Tell Terqa. Fra gli oggetti catalogati figura anche una collana composta da perle d’agata, risalente al secondo millennio prima di Cristo. Migliaia di anni di civiltà racchiusi in casse di legno, mentre all’esterno infuriava una guerra decisamente moderna.

Due operazioni di evacuazione in una città sotto assedio

Deir ez-Zor si affaccia sull’Eufrate, nella parte orientale della Siria, in un territorio ricco di risorse petrolifere e gas naturale che durante il conflitto civile divenne una delle zone più contese dell’intero Paese. Con l’avanzata dell’ISIS a partire dal 2014, la situazione peggiorò drasticamente.

La struttura museale era già stata chiusa al pubblico dopo lo scoppio delle ostilità, e le opere in mostra erano state spostate nelle aree più protette dell’edificio. Fin dal 2013, alcune zone della città erano passate sotto il controllo dell’ISIS. Il progetto della Freie Universität Berlin dedicato alla digitalizzazione dell’inventario del museo segnala che la linea di confine con le truppe siriane distava appena 200 metri dall’edificio museale.

Anche il collegamento verso l’aeroporto militare attraversava un tratto stretto e pericoloso. Portare in salvo migliaia di reperti significava quindi spostarsi attraverso una città sotto attacco, con vie di comunicazione precarie e condizioni di sicurezza in grado di mutare da un momento all’altro.

Nonostante tutto, si mossero. La prima operazione di evacuazione risale al 2014, la seconda al 2015. Le collezioni vennero imballate, catalogate e trasportate fino a Damasco, mentre le autorità siriane responsabili delle antichità continuavano ad aggiustare percorsi e metodologie in base a quanto accadeva sul campo.

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Un’antica statua proveniente dal sito di Mari, risalente al secondo millennio a.C. @Yaarob Abdullah

Trentamila reperti, migliaia di anni di storia

Quei mesi coincisero con alcune delle immagini più drammatiche legate alla distruzione del patrimonio culturale mediorientale. Nel 2014 l’ISIS conquistò Mosul, in territorio iracheno; nei mesi immediatamente successivi arrivarono saccheggi e distruzioni di reperti e siti collegati a Ninive e alla civiltà assira. Per chi si occupava della tutela dei musei siriani, il periodo delle precauzioni puramente teoriche era ormai concluso.

Deir ez-Zor custodiva collezioni frutto di decenni di missioni archeologiche, sia siriane che internazionali. Il museo, inaugurato nel 1974 e trasferito in una nuova sede agli inizi degli anni Novanta, rappresentava un punto di riferimento essenziale per i ritrovamenti nella Siria orientale.

Salvare circa 30mila reperti equivaleva a proteggere tavolette, ceramiche, gioielli e oggetti appartenuti a civiltà che avevano vissuto lungo l’Eufrate migliaia di anni prima della nascita dei confini nazionali moderni.

Abdulkarim, che ha diretto la Direzione generale delle Antichità e dei Musei fino al 2017, racconta che durante il suo incarico furono trasferiti in luoghi ritenuti più sicuri circa 300mila oggetti provenienti dai musei siriani. Quelli di Deir ez-Zor costituivano una porzione enorme di questa operazione complessiva:

Non abbiamo messo in salvo 30mila oggetti semplicemente per preservare 30mila pezzi da esposizione museale.

L’obiettivo, secondo le sue parole, era proteggere millenni di memoria collettiva che il conflitto rischiava di cancellare per sempre.

Quando attendere diventava il pericolo più grande

Lo studio di Abdulkarim mette in luce anche un aspetto meno visibile di queste complesse operazioni. Per mettere in salvo un museo durante un conflitto servono certamente casse, mezzi di trasporto e rifugi sicuri. Ma prima ancora occorrono inventari accurati, documentazione dettagliata e persone capaci di capire quando le procedure ordinarie hanno smesso di avere senso.

È proprio questa la ragione per cui, nel 2014, la direzione siriana e la Freie Universität Berlin diedero avvio a un progetto per digitalizzare l’inventario del museo di Deir ez-Zor. Fotografie, schede tecniche e numeri di registrazione potevano così essere conservati in diverse sedi, diventando strumenti utili per identificare oggetti eventualmente dispersi, rubati o andati distrutti.

L’iniziativa tedesca partiva da 21.867 reperti ufficialmente registrati con un numero d’inventario, ai quali si aggiungevano altri oggetti custoditi nel museo ma ancora da inserire nel database. In un conflitto dove persino gli archivi rischiavano di scomparire insieme alle collezioni, possedere una copia della memoria del museo diventava importante quasi quanto conservare il museo stesso.

Abdulkarim ritorna più volte su un’altra risorsa fondamentale, decisamente meno tecnologica: la fiducia reciproca. Durante un conflitto, spiega, le decisioni vanno prese rapidamente da persone in grado di collaborare anche quando le informazioni sono incomplete e la situazione muta di ora in ora. Attendere di avere certezze assolute, in circostanze simili, può rivelarsi la scelta più rischiosa in assoluto.

A Deir ez-Zor non attesero oltre. Tra il 2014 e il 2015 le casse partirono, i reperti giunsero a Damasco e circa 30mila frammenti della storia dell’Eufrate lasciarono una città che stava per essere inghiottita dalla guerra. Talvolta, salvare un museo significa proprio sapere riconoscere il momento giusto per svuotarlo.