Ai piedi della sedia di un alto funzionario egizio vissuto circa tremilacinquecento anni fa, è raffigurato un cane dal pelo chiaro, con tanto di collare e curiose venature rossastre lungo il corpo. L’artista che lo dipinse si premurò persino di scrivere il suo nome accanto al muso. Per più di cent’anni, tuttavia, quell’iscrizione era rimasta invisibile agli occhi degli esperti. Oggi finalmente conosciamo quel nome: “Colui che appartiene all’aldilà”. Un’identità piuttosto solenne per un semplice animale da compagnia, perfino per gli standard dell’Egitto faraonico.
La scoperta si deve a Chelsea Kaufman, studiosa della Johns Hopkins University, che ha illustrato i suoi risultati sulle pagine del Journal of Egyptian Archaeology. L’animale fa parte delle decorazioni della tomba TT21, appartenuta a User, scriba e funzionario al servizio del sovrano Thutmose I, situata nella necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna, non lontano dall’odierna Luxor. Il sepolcro risale alla XVIII dinastia, anche se gli specialisti continuano a discutere sulla datazione esatta.
Tre fedeli compagni, ma uno nascondeva un segreto
All’interno della tomba di User compaiono almeno tre scene che mostrano un cane accucciato sotto il sedile del defunto. Ciascun animale indossa un collare e presenta i tratti tipici dei levrieri così come venivano ritratti durante il Nuovo Regno: corpo affusolato, orecchie cadenti e coda arcuata. Due dei nomi erano già stati documentati nel 1913 dall’egittologo Norman de Garis Davies: “Il Robusto” e “Il Leale”, appellativi che non stonerebbero su una targhetta canina dei giorni nostri. Il terzo cane, raffigurato sulla parete orientale della stanza interna, sembrava invece privo di qualsiasi iscrizione. Almeno fino a oggi.
Analizzando con attenzione le fotografie dei dipinti murali, Kaufman ha notato alcune tracce quasi impercettibili di segni geroglifici dietro la testa dell’animale. Per approfondire, ha impiegato DStretch, un software che amplifica il contrasto cromatico delle immagini, rendendo visibili pigmenti altrimenti invisibili all’occhio umano. È così emersa, sul fondo giallastro dell’affresco, la scritta: dwȝ.ty, che si può tradurre come “Colui che appartiene all’aldilà”, un titolo strettamente collegato ad Anubi, la divinità dalla testa canina associata ai riti funebri e alla tutela dei defunti.
Secondo la ricercatrice, questo legame religioso appare piuttosto convincente. Esisterebbe anche un’interpretazione alternativa, che tradurrebbe il nome come “discepolo”, ma Kaufman la ritiene meno probabile. Resta comunque un mistero il motivo per cui User abbia deciso di attribuire proprio questo nome al suo animale.
Un manto particolare e un simbolo su misura
Degno di nota è anche l’aspetto del mantello dell’animale. Il corpo bianco è attraversato da striature rossastre e sinuose, un dettaglio che la studiosa non ha riscontrato in nessun’altra raffigurazione canina dell’Egitto antico. Curiosamente, quelle linee richiamano le pieghe della veste indossata dallo stesso User, ritratto sopra l’animale mentre regge un mazzo di fiori accanto al viso.
Potrebbe trattarsi di una scelta stilistica deliberata, anche se non è dato sapere se il cane possedesse realmente un manto di quel genere. Un’altra peculiarità emerge dall’analisi della scrittura. Gli Egizi facevano uso di particolari segni, detti determinativi, utili a precisare il senso delle parole. Quando questo simbolo accompagnava i nomi canini, raffigurava quasi sempre un animale in posizione eretta.
Nel caso di “Colui che appartiene all’aldilà”, però, il geroglifico mostra un cane seduto, esattamente come appare nella scena sotto la sedia di User. Tra tutti i nomi canini egizi finora catalogati, esiste un solo altro precedente simile, inciso su un sarcofago per cani risalente al Medio Regno.
Anche per gli altri due animali della tomba i geroglifici erano stati modificati per somigliare maggiormente alle loro sembianze, ma solo in questo caso la figura è rappresentata accucciata. L’artista sembra dunque aver dedicato una cura particolare all’identità di ciascuno dei tre animali. Resta tuttavia un enigma perché proprio al terzo cane sia stato riservato un trattamento tanto insolito.
Qual è il significato di scrivere il nome di un cane nelle tombe egizie?
Grazie a questa nuova scoperta, il numero complessivo di nomi canini egizi catalogati da Kaufman sale a 97, anche se l’identificazione di alcuni resta ancora oggetto di dibattito. Le testimonianze coprono un arco temporale vastissimo, dall’Antico Regno fino al periodo tolemaico. Alcuni nomi facevano riferimento al temperamento dell’animale, altri al suo aspetto, altri ancora erano dedicati a divinità. In certi casi si trattava degli stessi nomi utilizzati per gli esseri umani. Più della metà di questi appellativi proviene da sepolture private, e la loro presenza potrebbe nascondere un significato più profondo della semplice devozione verso un animale domestico.
Nella visione religiosa egizia, preservare nome e immagine di una persona era fondamentale per garantirle una continuità nell’aldilà. Una concezione simile potrebbe essere stata applicata anche ai cani ritratti accanto ai loro padroni. Secondo l’ipotesi di Kaufman, annotare il nome dell’animale all’interno della tomba poteva servire ad assicurarne la sopravvivenza simbolica oltre la morte, custodendone il ricordo insieme a quello del proprietario.
Questo non ci consente di comprendere appieno il legame affettivo tra User e i suoi cani, né di determinare se il nome “Colui che appartiene all’aldilà” rivestisse per lui un significato religioso specifico. Ciò che resta documentato, però, è una scelta precisa: tre animali raffigurati accanto al loro padrone, ognuno con un’identità propria. E uno di loro vantava persino un geroglifico modellato sulla sua immagine. Dopo circa 3.500 anni, il suo nome è tornato a essere pronunciabile.
