Costruire un data center significa mettere sul piatto investimenti che spesso superano il miliardo di dollari, occupare ettari di terreno con file di server e richiedere una quantità di energia paragonabile a quella di un centro abitato di medie dimensioni. Ma cosa resta davvero, in termini economici, a chi abita nei dintorni? Negli Stati Uniti la risposta varia moltissimo in base alla località: nelle grandi aree urbane si registrano aumenti di occupazione, salari e attività imprenditoriali; nelle zone rurali questi vantaggi si riducono drasticamente. I consumi energetici, però, restano elevati ovunque.
A dirlo è uno studio firmato da Daniel Yue e Yiyang Zeng del Georgia Institute of Technology, diffuso ad aprile 2026 come working paper su SSRN. I due ricercatori hanno tracciato l’apertura di numerosi data center sul territorio statunitense, mettendo a confronto l’evoluzione economica delle contee che li hanno ospitati con quella di territori simili dove tali impianti non erano ancora operativi. Va precisato che si tratta di un preprint, non ancora sottoposto al consueto processo di revisione paritaria.
L’arrivo di un data center produce effetti concreti
Nei primi tre anni successivi all’apertura, l’occupazione nella contea cresce mediamente dello 0,9%, il monte salari sale dell’1,1% e le imprese attive aumentano dell’1%. Con il passare del tempo, questi effetti si amplificano: l’occupazione arriva a +3,5%, i salari totali a +5%, le attività commerciali a +4,7% e il reddito familiare medio a +1,9%. Anche i permessi edilizi registrano un balzo notevole, pari al 16,1%.
Se però si guarda alla mole degli investimenti iniziali, il risultato appare meno straordinario di quanto lascino intendere le cerimonie di apertura con tanto di taglio del nastro. I grandi impianti possono costare oltre un miliardo di dollari, ma una volta ultimati i lavori richiedono relativamente poco personale fisso, in alcuni casi meno di cento addetti.
Il dato più significativo emerge però quando si osserva la distribuzione geografica. Nelle metropoli, il nuovo impianto si inserisce in un tessuto già ricco di imprese edili, tecnici specializzati, ingegneri, fornitori e servizi professionali. Gran parte del capitale investito continua così a circolare localmente, raggiungendo altre aziende e altri lavoratori.
Al di fuori dei centri urbani, questo effetto moltiplicatore si riduce sensibilmente. Le professionalità mancanti vengono reperite altrove, i fornitori provengono da contee diverse e buona parte delle risorse economiche legate all’impianto se ne va insieme a loro. Nelle zone non metropolitane, lo studio non rileva incrementi statisticamente rilevanti dell’occupazione né delle attività economiche, sebbene emerga un lieve calo della disoccupazione.
In sintesi: la struttura può sorgere in campagna, ma il suo indotto tende a restare in città.
L’energia elettrica va comunque reperita in loco
È a questo punto che un’analisi prevalentemente economica assume inevitabilmente risvolti ambientali. I data center sono infrastrutture dal fabbisogno energetico elevatissimo, e l’espansione dell’intelligenza artificiale ne sta accelerando rapidamente dimensioni e potenza richiesta.
Secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 i data center a livello mondiale hanno consumato circa 485 TWh di elettricità. Entro il 2030 questa cifra potrebbe quasi raddoppiare, avvicinandosi a 950 TWh. Negli Stati Uniti, questi impianti rappresenteranno una porzione consistente della nuova domanda elettrica attesa nel prossimo decennio.
La loro caratteristica principale è la concentrazione territoriale. A livello planetario incidono ancora relativamente poco sui consumi complessivi, ma un data center non si distribuisce uniformemente sul territorio nazionale: si collega a una rete specifica, in un’area precisa, spesso accanto ad altri impianti analoghi. Per questo motivo l’IEA evidenzia come le ripercussioni locali sulla rete elettrica possano risultare molto più intense rispetto alla loro incidenza sui consumi globali.
La ricerca del Georgia Tech conferma questa dinamica: nelle aree dove è possibile misurare con maggiore precisione il legame tra impianto e territorio servito dallo stesso gestore, le tariffe elettriche aumentano di circa il 5% dopo l’insediamento del data center. Gli autori stessi invitano alla cautela su questo dato, poiché le compagnie elettriche spesso servono più contee contemporaneamente e le normative sulla ripartizione dei costi variano da uno Stato all’altro.
La questione centrale resta comunque molto concreta: chi si fa carico dei costi per nuove linee elettriche, sottostazioni, capacità produttiva aggiuntiva e tutti gli adeguamenti necessari per servire il nuovo impianto?
La crescita della domanda elettrica pone interrogativi sulle fonti
Il costo in bolletta rappresenta solo una parte del problema. L’altra riguarda quali fonti energetiche verranno impiegate per soddisfare questa domanda crescente.
Secondo le previsioni dell’IEA, le energie rinnovabili dovrebbero coprire circa la metà dell’aumento della domanda mondiale dei data center fino al 2030. Il resto non sarà automaticamente a zero emissioni: gas naturale e carbone manterranno un ruolo rilevante almeno nel breve termine, mentre reti elettriche e sistemi di accumulo dovranno espandersi con rapidità sufficiente a tenere il passo.
Negli Stati Uniti esiste già un indicatore piuttosto chiaro in tal senso. Un working paper della Federal Reserve Bank di Dallas stima che i data center già operativi abbiano fatto salire mediamente del 3-5% i prezzi dell’elettricità all’ingrosso, con impatti più marcati nei principali corridoi dove questi impianti si concentrano maggiormente. Gli scenari futuri dipenderanno molto dal numero effettivo di progetti che verranno realizzati, dal loro livello di attività e dalla velocità con cui nuove fonti energetiche entreranno in funzione.
Gli stessi ricercatori hanno elaborato modelli sulle emissioni aggiuntive necessarie per produrre l’elettricità richiesta: negli scenari di crescita più intensa dei data center, queste emissioni aumentano in modo significativo. Non si tratta di previsioni definitive, ma di proiezioni che mostrano quanto sia complesso discutere di questa infrastruttura senza collegare economia, rete elettrica e clima.
Gli annunci miliardari dicono poco su cosa resterà davvero alla comunità
La ricerca riguarda specificamente gli Stati Uniti, e le percentuali non sono direttamente applicabili al contesto italiano, dove rete elettrica, sistema fiscale, mercato del lavoro e procedure autorizzative funzionano in modo differente. Il meccanismo osservato, tuttavia, mette in discussione uno degli slogan più ricorrenti legati a questi progetti: se arrivano investimenti, arriverà automaticamente anche sviluppo.
Tutto dipende da chi realizza i lavori, chi viene effettivamente assunto, dove hanno sede i fornitori, quali agevolazioni pubbliche vengono concesse e soprattutto chi si farà carico dei costi energetici e infrastrutturali. Secondo Yue e Zeng, il contesto territoriale conta persino più delle dimensioni del data center stesso.
Nelle città con economie già solide e diversificate, il nuovo impianto può effettivamente potenziare ciò che già esiste. Nelle aree rurali, invece, lo scenario può risultare molto meno favorevole: i server restano sul posto, l’elettricità viene consumata localmente, mentre gran parte del lavoro e delle risorse economiche finisce per spostarsi verso un’altra contea. Per un’infrastruttura che promette di portare miliardi di dollari sul territorio, capire cosa rimane realmente dopo il passaggio dei mezzi da cantiere è forse la domanda più importante da porsi.
