Cani ed esseri umani: legame nato migliaia di anni prima

cani umani

Per lungo tempo quei resti emersi da grotte e ripari rocciosi sparsi per l’Eurasia hanno lasciato aperta una domanda scomoda. Lupo o cane? Ossa quasi identiche, margini d’errore analoghi, difficoltà oggettiva nello stabilire quando la vicinanza con i gruppi umani fosse diventata un legame duraturo. Oggi quel confine si è ridotto notevolmente. Due ricerche pubblicate su Nature spingono la prova genetica dei cani del Paleolitico fino a circa 15.800 anni fa, dimostrando che la loro presenza accanto alle comunità umane era già consolidata oltre 14.000 anni fa, in pieno periodo glaciale.

A rendere possibile questo balzo temporale è il DNA antico, che elimina finalmente l’incertezza legata alla sola osservazione scheletrica. Il team di ricerca ha esaminato 216 resti di canidi, perlopiù risalenti al Paleolitico e al Mesolitico, mettendo a punto un metodo capace di arricchire il materiale genetico e riconoscere con certezza cane o lupo in 141 esemplari. Si tratta di un progresso notevole rispetto alle tecniche precedenti, basate su frammenti genetici minuscoli o sulla sola morfologia ossea, un approccio poco affidabile quando gli animali agli albori della domesticazione presentano caratteristiche quasi sovrapponibili.

Il dna antico costringe a retrodatare la storia di migliaia di anni

Il ritrovamento che modifica davvero la cronologia proviene da Pınarbaşı, nell’Anatolia centrale, in Turchia: risale a circa 15.800 anni fa. Poco dopo si colloca la mandibola rinvenuta a Gough’s Cave, nel Somerset britannico, datata attorno a 14.300 anni fa. A questo punto il fenomeno non appare più isolato. Tracce riconducibili a cani spuntano anche in Svizzera, Germania e Italia, a testimonianza di una diffusione già estesa nell’Eurasia occidentale, ben prima della nascita dell’agricoltura, degli insediamenti stabili e di ogni altra forma di addomesticamento animale.

L’aspetto più sorprendente della ricerca riguarda l’omogeneità di questa antica popolazione canina. Gli esemplari di Pınarbaşı e di Gough’s Cave, seppur rinvenuti agli estremi opposti dell’area esaminata, risultano geneticamente molto affini. Secondo gli studiosi, appartenevano a una popolazione diffusasi tra circa 18.500 e 14.000 anni fa, e convivevano con gruppi umani profondamente diversi tra loro: dai Magdaleniani agli Epigravettiani, fino ai cacciatori-raccoglitori dell’Anatolia. Mentre gli esseri umani seguivano percorsi culturali e genetici separati, i cani si muovevano liberamente anche tra comunità distinte. Qualcuno li scambiava, li portava con sé nei propri spostamenti, li considerava una risorsa di valore.

Questo particolare ha un peso rilevante, perché delinea uno scenario più dinamico e tangibile rispetto a quanto ipotizzato in precedenza. Il cane non figura come elemento marginale sullo sfondo. Si inserisce nei movimenti delle persone, nelle reti di contatto, forse addirittura nei rapporti di fiducia tra gruppi che condividevano poco il proprio patrimonio genetico. In sostanza, il cane si spostava agevolmente anche laddove gli esseri umani mantenevano maggiore distanza reciproca.

Il cane aveva già un ruolo definito all’interno della comunità

mandibola scoperta in Anatolia
©Nature

La convivenza si manifesta anche attraverso l’alimentazione, spesso più eloquente delle parole stesse. A Pınarbaşı le analisi isotopiche rivelano nei cani una dieta ricca di pesce, molto simile a quella degli esseri umani vissuti nello stesso luogo. Gli studiosi lo interpretano con prudenza, ma il significato resta evidente: quegli animali ricevevano nutrimento direttamente dalle persone. A Gough’s Cave il profilo isotopico posiziona cani ed esseri umani su livelli alimentari confrontabili, con una dieta onnivora analoga. In questo caso la vicinanza non sembra più casuale, ma assume la forma di una quotidianità realmente condivisa. Convivevano davvero, e le prove lo confermano.

Ma non finisce qui. A Gough’s Cave i resti canini presentano alterazioni post mortem paragonabili a quelle riscontrate sui resti umani rinvenuti nel medesimo sito. A Pınarbaşı, invece, cuccioli e cani neonati risultano sepolti nella stessa zona riservata alle sepolture umane coeve. Ogni cautela scientifica resta doverosa, tuttavia il messaggio è comunque chiaro: il cane possedeva già un significato simbolico, affettivo o rituale all’interno di quelle società. Non rimaneva ai margini dell’accampamento. Faceva parte integrante del loro sistema di vita.

Prima della coltivazione dei campi esisteva già il cane

Esiste un ulteriore elemento che amplia la portata della scoperta. Il cane resta l’unico animale domesticato prima della nascita dell’agricoltura. Questa priorità temporale lo rende unico, poiché la sua vicenda si sviluppa parallelamente a quella dei cacciatori-raccoglitori, per poi attraversare l’importante svolta rappresentata dal Neolitico. Dal materiale genetico analizzato emerge anche questo aspetto: i cani mesolitici europei hanno fornito un contributo consistente ai cani del Neolitico e, molto probabilmente, a buona parte dei cani europei attuali. Sono arrivate nuove componenti genetiche dall’Asia sudoccidentale, ma con un’incidenza minore rispetto a quanto osservato nella popolazione umana.

Il fascino di questa scoperta risiede anche negli interrogativi ancora senza risposta. Il luogo esatto in cui avvenne la domesticazione continua a rimanere sconosciuto, e le modalità di diffusione dei cani rappresentano tuttora un campo di indagine attivo. Tuttavia un dato emerge con chiarezza: già 14.200 anni fa, con l’esemplare di Kesslerloch in Svizzera, la differenziazione genetica dei cani europei era già in atto. Il processo era iniziato in precedenza, aveva già acquisito slancio, aveva già generato linee genetiche profonde.

Per molto tempo il cane delle origini è rimasto una figura indistinta, quasi un’ombra intravista nel fumo di una caverna. Oggi quell’immagine assume contorni molto più definiti: ancora prima dei depositi di grano, qualcuno aveva già riservato uno spazio a un cane.

Fonte: Nature