Svelato il mistero dell’estinzione dei Neanderthal

Neanderthal

Immaginate una piccola comunità che attraversa un continente europeo gelido, mutevole e imprevedibile. Le risorse si spostano continuamente, gli animali cambiano rotta, le condizioni atmosferiche si capovolgono, alcune valli diventano inospitali mentre nuovi percorsi si rendono accessibili. In tale contesto, la sopravvivenza richiedeva certamente la padronanza del territorio e abilità nella caccia e nella fabbricazione di strumenti. Tuttavia, era altrettanto fondamentale avere una rete di supporto verso cui dirigersi quando le condizioni locali diventavano insostenibili.

La recente teoria sull’estinzione dei Neanderthal si concentra proprio su questo aspetto: i collegamenti tra gruppi. Sebbene le oscillazioni climatiche e la rivalità con l’Homo sapiens rimangano elementi della narrazione, da soli non forniscono una spiegazione esauriente. La ricerca pubblicata su Quaternary Science Reviews presenta un quadro più articolato: i Neanderthal disponevano di reti di scambio, contatti e movimenti di risorse tra gruppi, ma tali collegamenti appaiono meno solidi, più circoscritti territorialmente e meno capaci di resistere agli shock ambientali ripetuti rispetto a quelli sviluppati dai sapiens.

L’enigma della sparizione dei Neanderthal

La ricerca è stata coordinata da Ariane Burke, antropologa presso l’Université de Montréal, con un team che ha applicato alla preistoria metodologie tipicamente utilizzate nell’ecologia digitale. Sostanzialmente, modelli sviluppati per identificare gli habitat adatti a flora e fauna sono stati adattati alle popolazioni umane preistoriche. Invece di osservazioni contemporanee, i siti archeologici sono stati impiegati come indicatori di presenza, tracce concrete dei luoghi abitati o frequentati da Neanderthal e Homo sapiens.

L’intervallo temporale analizzato copre uno dei momenti più critici della storia europea: il periodo compreso tra 60.000 e 35.000 anni fa, durante l’ultima glaciazione. In questi millenni il clima alternava fasi rigide, denominate stadiali, a periodi più temperati, chiamati interstadiali. È anche l’epoca in cui i primi sapiens appaiono stabilmente nelle evidenze archeologiche europee mentre i Neanderthal scompaiono gradualmente dai reperti materiali.

Gli studiosi hanno elaborato quattro modelli di idoneità ambientale per entrambe le specie, integrando dati archeologici, informazioni geografiche e parametri relativi alla variabilità climatica. Successivamente hanno individuato le aree “core”: regioni sufficientemente estese, produttive e stabili da sostenere popolazioni nel lungo periodo, specialmente se interconnesse con altre zone analoghe. Qui emerge la differenza sostanziale tra i due gruppi. Le zone favorevoli ai sapiens risultavano mediamente più interconnesse. Quelle dei Neanderthal, benché presenti e talvolta persistenti, formavano network meno robusti, particolarmente nell’Europa centrale e orientale.

Per quantificare concretamente, il team ha utilizzato anche dati etnografici derivati da popolazioni di cacciatori-raccoglitori meglio documentate. Un gruppo locale di 25-50 individui, con spostamenti stagionali e relazioni con altri gruppi regionali, necessitava di un territorio annuale di circa 2.500 chilometri quadrati. Una superficie considerevole secondo parametri moderni, eppure appena adeguata in un ambiente dove la sopravvivenza dipendeva dalla mobilità, dalle stagioni, dalla fauna e dalla possibilità di appoggiarsi ad altri gruppi.

I collegamenti sociali come strategia di sopravvivenza

Il termine “rete” può apparire eccessivamente moderno, quasi digitale. In questo contesto assume un significato profondamente diverso. Una rete significava conoscere i movimenti delle mandrie, mantenere legami con gruppi limitrofi, condividere informazioni, formare unioni, creare alleanze, ottenere accesso temporaneo a territori altrui quando una crisi rendeva il proprio inadeguato. In un’Europa instabile, un collegamento poteva avere un valore pari a uno strumento ben realizzato.

I Neanderthal, va precisato, non erano affatto isolati. Le evidenze archeologiche sul trasferimento di materiali tra regioni dimostrano contatti e scambi. L’immagine obsoleta del gruppo chiuso, primitivo, confinato nella propria valle, risulta sempre meno credibile. La differenza evidenziata dai modelli riguarda la capacità di resistenza dei collegamenti: quelli dei sapiens appaiono più adattabili, più estesi, più capaci di offrire alternative quando il clima o la demografia esercitavano pressione.

Lo studio introduce anche un elemento significativo: più delle temperature medie o delle precipitazioni medie, a incidere sarebbe stata la variabilità climatica, ovvero la velocità e l’imprevedibilità dei mutamenti. I Neanderthal avevano già superato periodi glaciali estremamente rigidi, quindi il freddo di per sé spiega poco. Il problema sembra essere stato l’interazione tra instabilità ambientale, popolazioni vulnerabili, geografia e collegamenti sociali meno solidi in determinate aree.

La situazione variava inoltre da regione a regione. In Europa i Neanderthal sembrano suddividersi in due grandi gruppi, uno occidentale e uno orientale. A est, collegamenti più deboli tra aree idonee potrebbero aver favorito l’isolamento quando le condizioni peggioravano. Nella Penisola Iberica, all’estremo occidentale del loro areale, nuclei più collegati potrebbero invece aver sostenuto una persistenza più prolungata. Anche l’arrivo dei sapiens, nelle zone occidentali, potrebbe aver aggiunto pressione a popolazioni già fragili.

L’incontro tra Neanderthal e sapiens fu complesso. Le due specie si incontrarono, entrarono in competizione in alcuni contesti, condivisero territori e in alcuni casi ebbero discendenti comuni. La genetica lo ha dimostrato da tempo: una porzione dell’eredità neanderthaliana è ancora presente negli esseri umani contemporanei. In questo scenario, parlare di “sostituzione” come se fosse un evento singolo e netto rischia di semplificare eccessivamente una storia fatta di sovrapposizioni, contatti, pressioni locali, adattamenti e assorbimenti genetici.

Il particolare più rilevante di una vicenda vecchia di 40.000 anni

L’aspetto più significativo dello studio risiede nella sua cautela. I ricercatori non propongono una causa unica e definitiva. L’estinzione dei Neanderthal emerge come il risultato di molteplici fattori che si combinano in modo differenziato: clima instabile, distribuzione degli habitat, densità demografica, possibilità di mobilità, incontri con sapiens, fragilità demografica, reti sociali più o meno flessibili.

Questa interpretazione indebolisce anche un’altra idea diffusa: quella secondo cui i sapiens avrebbero prevalso semplicemente perché più intelligenti o tecnologicamente avanzati. Il vantaggio potrebbe essere stato più pratico, più relazionale, quasi più ordinario. Disporre di gruppi collegati. Sapere dove dirigersi. Poter raggiungere parenti, alleati, partner. Spostarsi verso aree migliori quando una zona smetteva di essere sufficiente. Trasferire informazioni da un territorio all’altro.

È un insegnamento antico, con un’eco molto contemporanea. Le migrazioni umane esistono da sempre anche per questo: cercare luoghi più favorevoli, ricongiungersi con persone care, entrare in reti di supporto. Oggi esistono confini, Stati, disuguaglianze, documenti, respingimenti, economie intere basate sulla mobilità concessa ad alcuni e negata ad altri. Quarantamila anni fa c’erano ghiaccio, steppe, animali, fame, legami. Cambia la burocrazia. Il movimento persiste.

I Neanderthal non scomparvero perché incapaci di adattarsi. Avevano resistito a climi estremi, sviluppato culture materiali, abitato l’Europa per centinaia di migliaia di anni. Forse, quando il mondo cominciò a mutare con eccessiva frequenza, alcune delle loro reti non offrirono più abbastanza alternative. E in un continente che si raffreddava, si riscaldava, si frammentava e si ricomponeva, un’alternativa in più poteva fare la differenza tra persistere e scomparire.

Fonte: Quaternary Science Reviews