Osservare una città attraverso una mappa paleogeografica genera un senso di straniamento profondo. Ogni luogo che consideriamo fisso – Roma, Milano, New York, qualsiasi indirizzo stampato su documenti ufficiali – appare immobile solo nella nostra percezione limitata. Edifici, vie, confini nazionali: tutto sembra ancorato permanentemente al suolo. Ma quando utilizziamo uno strumento digitale che permette di viaggiare nel tempo geologico, inserendo una località e spostando il cursore temporale, scopriamo che il terreno sotto di noi non è mai stato così stabile come pensavamo. Quel preciso punto, centinaia di milioni di anni fa, occupava una latitudine differente, godeva di condizioni climatiche completamente diverse e faceva parte di un pianeta che stava assemblando Pangea, il celebre supercontinente che nei libri di scuola appare come una massa uniforme ma che in realtà era un ecosistema dinamico e frammentato.
Il portale accessibile a tutti si chiama Paleolatitude.org 3.0 e si fonda sull’Utrecht Paleogeography Model, un sistema progettato per tracciare gli spostamenti delle placche litosferiche e ricollocare formazioni rocciose, resti fossili e porzioni di crosta nella posizione originaria al momento della loro formazione. La ricerca, resa pubblica il 29 aprile 2026, vede tra i principali autori Douwe J. J. van Hinsbergen, Bram Vaes ed Emilia B. Jarochowska, insieme a un team internazionale di geoscienziati affiliati all’Università di Utrecht e al centro CEREGE di Aix-en-Provence, Francia. Il sistema utilizza file compatibili con GPlates, copre un arco temporale che raggiunge i 320 milioni di anni e incorpora anche unità geologiche attualmente compresse e deformate all’interno delle catene montuose.
Quando le città avevano un altro orizzonte

La latitudine appare come un semplice dato geografico, una linea tracciata sugli atlanti. In realtà determina l’intensità della radiazione solare ricevuta, l’angolazione dei raggi luminosi e il tipo di clima che può svilupparsi in un territorio. Per chi indaga i climi del passato, la biodiversità antica e le grandi crisi di estinzione, sapere dove oggi giace una formazione rocciosa ha un valore limitato. Ciò che conta davvero è ricostruire dove quella roccia si collocava quando si è depositata, quando ha intrappolato un organismo fossile, quando i suoi minerali hanno registrato l’orientamento del campo magnetico del pianeta.
Il caso di Winterswijk, località olandese, illustra perfettamente questa dinamica. Qui sono stati analizzati resti fossili di flora e fauna risalenti a circa 245 milioni di anni fa, provenienti da un ambiente simile all’odierno Golfo Persico: desertico, torrido, con acque marine tropicali. Confrontando con le coordinate attuali, l’analogia sembra forzata. Applicando il modello paleogeografico, invece, emerge che quel frammento d’Europa occupava latitudini meridionali comparabili a quelle dell’Arabia contemporanea. La spiegazione acquisisce coerenza: quel clima antico derivava anche dalla posizione geografica, dal lento spostamento della placca, dal fatto che l’Europa settentrionale di oggi aveva un volto completamente diverso sotto un sole differente.
Lo stesso principio si applica a qualunque luogo inserito nella piattaforma. Si seleziona un punto sulla mappa, oppure si digitano le coordinate, e il sistema genera una curva di paleolatitudine. Il portale permette anche di scaricare grafici e informazioni, e per chi gestisce archivi scientifici estesi offre elaborazioni automatiche su grandi quantità di dati. Può sembrare un passatempo, e per il pubblico generico in effetti lo è: visualizzare dove si trovava la propria città quando i continenti erano distribuiti diversamente ha un fascino quasi magico. Per geologi e paleontologi, tuttavia, quel passatempo si trasforma in uno strumento professionale essenziale.
I frammenti perduti della crosta
L’aspetto più complesso del modello riguarda ciò che nelle carte geografiche convenzionali risulta invisibile. Le grandi placche tettoniche forniscono molte informazioni, ma la storia geologica del pianeta passa anche attraverso frammenti minori, microcontinenti, bacini oceanici ormai chiusi, porzioni di crosta ingoiate, compresse e deformate all’interno di montagne nate da collisioni durate ere geologiche. Il nuovo sistema tenta di includere anche queste aree problematiche, ovvero i territori geologicamente complessi del Mediterraneo, dell’Iran, dell’Himalaya, del Tibet, del Sud-est asiatico e dei Caraibi, oltre a frammenti continentali che oggi costituiscono parti di Mongolia, Cina e Indocina.
In questa geografia scomparsa compaiono nomi poco noti al di fuori della comunità scientifica, come Greater Adria, le Tethys Himalayas e Argoland. Greater Adria era un continente frammentato i cui residui sono stati incorporati nelle montagne dell’area mediterranea; le Tethys Himalayas indicano le sezioni himalayane connesse all’antico oceano Tetide; Argoland si riferisce a blocchi separatisi dal margine occidentale dell’Australia e poi dispersi nel complesso mosaico del Sud-est asiatico. Su una carta politica attuale sembrano entità fantasma. Nelle rocce deformate delle catene montuose, invece, lasciano tracce ancora leggibili.
Per ricostruire questi movimenti, i ricercatori hanno riassemblato frammenti di catene montuose, margini continentali e placche scomparse, collocando tutto in un quadro paleomagnetico aggiornato. Numerose rocce contengono minerali magnetici che, durante la loro formazione, si allineano al campo magnetico terrestre. Questa piccola memoria fisica consente di stimare la latitudine antica, con margini di incertezza che il nuovo modello rende più espliciti. La banca dati paleomagnetica che sostiene il riferimento globale è stata rinnovata e il sistema integra procedure statistiche più raffinate rispetto alle versioni precedenti.
Fossili con coordinate rinnovate
L’utilità della mappa paleogeografica aumenta quando si passa dalla semplice curiosità all’analisi biologica. Un fossile scoperto oggi in una determinata nazione racconta l’esistenza di un organismo vissuto in un luogo che, milioni di anni fa, poteva trovarsi a migliaia di chilometri di distanza in termini di condizioni climatiche. Analizzare una specie solo attraverso la dimensione temporale esclude una porzione fondamentale della storia. Serve anche la dimensione spaziale: dove abitava, sotto quale illuminazione, vicino a quali masse d’acqua, in quale fascia climatica.
Per dimostrare questo salto concettuale, gli autori hanno applicato il nuovo strumento anche a dati di biodiversità del Giurassico superiore, calcolando un gradiente latitudinale per organismi marini e considerando l’incertezza legata sia alla datazione dei fossili sia al quadro paleomagnetico. In sostanza, il modello aiuta a formulare con maggiore precisione domande su quali latitudini abbiano funzionato da rifugio durante cambiamenti estremi, quali aree siano diventate inospitali prima di altre, quali gruppi abbiano migrato, resistito o soccombuto quando il clima terrestre cambiava ritmo.
Il progetto guarda già più indietro nel tempo. L’obiettivo dichiarato è estendere il modello fino a circa 550 milioni di anni fa, verso l’esplosione cambriana, la fase in cui molte forme di vita complessa appaiono con una ricchezza inedita nella documentazione fossile. Raggiungere questo traguardo significherebbe applicare la stessa logica ancora più a fondo: seguire la vita mentre la crosta si sposta, mentre gli oceani si aprono e si chiudono, mentre i continenti cambiano latitudine come se il pianeta fosse un’immensa sala senza arredi permanenti.
C’è qualcosa di salutare in questo ridimensionamento prospettico. Le città appaiono definitive solo perché le nostre esistenze sono troppo brevi per osservarle muoversi. La Terra, con i suoi tempi smisurati, fa tutt’altro. Sposta i continenti, cancella oceani, piega fondali marini dentro le montagne, porta un frammento d’Europa verso un clima arabico e poi lo lascia migrare a nord, sotto piogge e costruzioni umane. Noi ci sovrapponiamo con targhe, confini, mappe catastali. Lei continua a trascinare il pavimento.
Fonte: PLOS
