Nel cuore del deserto, tra sabbia e polvere, emergono tesori inaspettati: non oro né gioielli, ma frammenti di ceramica che raccontano storie dimenticate. Ad Athribis, nell’Alto Egitto, gli studiosi hanno portato alla luce oltre 43mila ostraca, recuperati tra il 2005 e il 2026 grazie agli sforzi congiunti dell’Università di Tübingen e del ministero egiziano del Turismo e delle Antichità. Apparentemente insignificanti, questi reperti si trasformano in testimonianze preziose quando vengono decifrati.
I cosiddetti ostraca erano pezzi di ceramica rotta, talvolta frammenti litici, impiegati come superficie per annotazioni rapide: registrazioni contabili, quietanze, elenchi, memorandum, prove didattiche, appunti lavorativi. Funzionavano come moderni promemoria indistruttibili, realizzati con materiali di recupero sempre disponibili. Le ricerche evidenziano un dato significativo: circa un terzo della documentazione egizia giunta ai nostri giorni proviene proprio da questi supporti, e frequentemente i frammenti venivano preparati intenzionalmente per la scrittura. L’arte scrittoria, nell’antico Egitto, permeava anche gli aspetti più ordinari dell’esistenza.
Tra frammenti emergono ricevute fiscali, esercizi scolastici e previsioni astrologiche
Athribis, edificata nel IV secolo a.C. e collocata di fronte all’antica Akhmim, rappresentava un importante polo religioso dedicato alla divinità leonina Repit. Il complesso è dominato dal santuario di Tolomeo XII, sovrano ricordato principalmente come genitore di Cleopatra. Le campagne di scavo si concentravano da tempo su questo edificio sacro e sui suoi livelli abitativi; da questo terreno è emersa la più vasta raccolta di ostraca egizi mai documentata, superando persino Deir el-Medina, il noto insediamento operaio nella Valle dei Re.
Il valore di questa collezione risiede nella sua eterogeneità. I reperti più antichi sono documenti fiscali del III secolo a.C. redatti in demotico, la scrittura corsiva adoperata nell’amministrazione durante i periodi tolemaico e romano. I più recenti presentano iscrizioni arabe databili tra il IX e l’XI secolo d.C. Nel mezzo si alternano greco, ieratico, geroglifico, copto, certificazioni sacerdotali sulla purezza degli animali sacrificali, bollette di consegna e piccoli esercizi didattici. Leggendoli in sequenza, l’Egitto muta idioma, governo e costumi, lasciando tutto impresso sulla medesima argilla.
Compaiono anche illustrazioni, e qui il materiale acquisisce un carattere ancora più personale. Ad Athribis si trovano raffigurazioni di esseri umani, forme geometriche, divinità locali, creature come scorpioni, rondini e toporagni, animale consacrato al dio Haroeris. Un’anfora reca perfino un’annotazione che documenta la “prima consegna dal vigneto meridionale”. Tra i reperti emergono anche testi didattici ieratici, inclusa una versione del cosiddetto alfabeto degli uccelli. Inoltre sono stati individuati oltre 130 oroscopi demotico-ieratici, tanto da rendere Athribis il sito più rilevante al mondo anche per questa tipologia di documenti.
Scrivere, a questo punto, cessa di apparire un’attività esclusivamente palatina o templare. Qui assume la forma di un’esistenza amministrata, istruita, quantificata, corretta, offerta alle divinità, affidata a una superficie occasionale eppure straordinariamente resistente. Negli ostraca di Athribis confluiscono la tassazione, l’istruzione, l’attività lavorativa, il culto, l’astrologia, persino quel modo molto pratico di annotare una consegna di vino e proseguire con le occupazioni quotidiane. La storia sociale di un luogo emerge spesso da oggetti così, modesti e tenaci.

La reale portata del deposito si è compresa dal 2018, quando a occidente del santuario di Tolomeo XII è stata aperta una zona di scavo di 20 per 40 metri, successivamente ampliata. Tre anni fa l’espansione verso occidente ha portato la superficie a 40 per 40 metri e da lì sono emersi circa 40mila ostraca, con un ritmo giornaliero da 50 a 100 pezzi iscritti. Per individuare ciascuno, gli operatori hanno dovuto esaminare e controllare centinaia di frammenti. Insieme ai cocci sono apparsi edifici in mattoni crudi, spazi abitativi e strutture di stoccaggio: tracce molto tangibili di una città che torna a mostrare il proprio tessuto urbano, ambiente dopo ambiente.
Qui inizia un altro lavoro, molto meno appariscente e molto più prolungato. Ogni frammento va fotografato, esaminato, catalogato, e l’intero corpus necessita di una digitalizzazione tridimensionale completa. Servono strumenti specializzati, capacità di calcolo, personale qualificato. L’ipotesi di ricorrere anche a sistemi di intelligenza artificiale esiste e appare promettente, perché potrebbe accelerare catalogazione e digitalizzazione; il carico tecnico di addestramento e manutenzione, però, rimane elevato. Così la ricerca prosegue principalmente con mani, occhi, pazienza. Le stesse cose che hanno permesso a quelle iscrizioni di giungere fino a noi.
Il valore di questa scoperta supera ampiamente il primato numerico. Gli ostraca di Athribis portano dentro la vita quotidiana di un luogo per oltre un millennio e la restituiscono senza il filtro cerimoniale delle iscrizioni monumentali. Restano i conti, le lezioni, il vino, i nomi, i sacrifici, le previsioni celesti. Su un coccio, la storia abbassa il tono. E si percepisce perfettamente.
Fonte: Universität Tübingen
