Negli scavi di Pompei, talvolta un piccolo contenitore può raccontare la storia di un’esistenza individuale dentro una catastrofe collettiva. Un cofanetto poco più grande di un palmo ha rivelato monete, resti tessili, utensili metallici e una tavoletta in pietra. Oggetti modesti ma sufficienti per ipotizzare che una delle persone travolte nell’Orto dei Fuggiaschi fosse un professionista della medicina, un medicus, colto nel 79 d.C. mentre tentava di abbandonare la città portando con sé gli attrezzi necessari alla sua professione, forse per ripartire altrove, forse per prestare soccorso. I ricercatori che hanno pubblicato lo studio nell’e-Journal degli Scavi di Pompei descrivono “un medico nell’Orto dei Fuggiaschi”, basandosi su analisi radiologiche e ricostruzione archeologica.
L’Orto dei Fuggiaschi rappresenta uno dei siti più eloquenti dell’antica Pompei. Nel 1961, durante le indagini nell’area del vecchio vigneto presso Porta Nocera, venne alla luce un insieme di persone sorprese durante il tentativo di allontanarsi. La documentazione parla di quattordici vittime, con dinamiche complesse legate anche a un primo scheletro registrato nei diari di scavo. Quelle figure, trasformate in calchi, incarnano uno dei volti più crudi della tragedia vesuviana: sagome curve, braccia contratte, atteggiamenti di difesa e abbandono.
Il contenitore sigillato
L’elemento cruciale appartiene al calco denominato vittima 46. Accanto a quest’uomo, immobilizzato in posizione raccolta, giaceva un piccolo contenitore rettangolare, probabilmente realizzato in legno, sughero o pelle, con residui carbonizzati che ancora ostacolano l’identificazione precisa del materiale. Nelle vicinanze si trovava anche una borsa con modeste quantità di denaro, monete di bronzo e argento, e un sacchetto in stoffa di cui il gesso conserva tracce deboli, quasi un’eco della tessitura. Il contenitore misura circa 12,5 x 5,2 x 2,6 centimetri: un oggetto compatto, rifinito con una sottile lamina bronzea, dalla lavorazione accurata.
Le ricerche hanno evidenziato qualcosa di più rilevante della semplice esistenza di una scatola. All’interno è stata identificata una coticula, una piccola lastra in pietra con cavità centrale, impiegata per diluire polveri medicinali o cosmetiche. Sono emersi anche piccoli arnesi in bronzo, interpretati come possibili lame chirurgiche o strumenti connessi alla pratica medico-estetica. Nel contesto romano, reperti analoghi compaiono frequentemente in dotazioni professionali legate alla cura fisica, con bisturi, pinze, aghi e sonde.
La svolta è giunta grazie a tecniche diagnostiche avanzate. Radiografie, tomografia computerizzata, ricostruzioni tridimensionali e scansioni assistite da intelligenza artificiale hanno consentito di esaminare l’interno del reperto senza aprirlo né danneggiarlo. Il rapporto tecnico descrive un vero “taglio” virtuale del gesso, capace di svelare elementi metallici e organici invisibili dall’esterno. Tra i dettagli più singolari emerge anche un meccanismo di chiusura con rotella dentata, indizio di un manufatto più elaborato di quanto apparisse inizialmente.
I ricercatori mantengono un approccio cauto, come si conviene davanti a una persona deceduta quasi duemila anni fa e rimasta anonima. Nessuna scritta dichiara “questo era un medico”. Nessun documento lo certifica. Tuttavia l’insieme è coerente: il contenitore, la coticula, gli arnesi metallici, il confronto con altri kit medici, la disposizione degli oggetti presso il corpo. Sono indizi che orientano verso una lettura precisa: quell’individuo potrebbe essere stato un professionista della salute in fuga con gli strumenti della sua attività. Le conclusioni diagnostiche sostengono con convinzione questa ipotesi, indicando la figura di un medicus associata al reperto.

Curare nell’antichità
Immaginare un medico romano richiede di abbandonare l’immagine rassicurante della medicina contemporanea. La chirurgia antica era un ambito difficile, spesso estremo. Esistevano strumenti, abilità manuali, conoscenze pratiche, esperienza tramandata; mancavano antibiotici, anestesia moderna, diagnostica, igiene nel senso attuale. Una lesione poteva aprire rapidamente la strada all’infezione. Un intervento poteva salvare o aggravare tutto in breve tempo. La cura esisteva in una zona intermedia, fatta di osservazione, ricette, pratiche empiriche, rimedi vegetali, vino, miele, aceto, polveri, unguenti, e insieme credenze sull’influsso dannoso dell’aria, sugli squilibri corporei, sulle forze invisibili che attraversavano la malattia.
Il medicus occupava una posizione particolare nella società romana. In età repubblicana e nei primi secoli imperiali, molti medici provenivano dal mondo greco, talvolta come schiavi o liberti istruiti. La professione, col tempo, acquisì prestigio e riconoscimento. Già nel 46 a.C. Giulio Cesare concesse la cittadinanza ai medici stranieri operanti a Roma, una decisione che rivela molto sul valore pratico attribuito a chi sapeva curare, assistere, intervenire sui corpi feriti.
In questo contesto, il contenitore dell’Orto dei Fuggiaschi assume maggiore significato. Diventa più di un accessorio recuperato tra le rovine. Può essere stato il lavoro di un’esistenza concentrato in pochi centimetri. Una persona che fugge porta con sé ciò che ritiene essenziale: monete, chiavi, gioielli, lucerne, oggetti di valore, piccole cose capaci di sostenere l’idea di un futuro. Lui avrebbe portato anche gli strumenti per curare. Forse perché valevano denaro. Forse perché erano la sua professione. Forse perché, fuori da Pompei, avrebbe potuto ancora essere utile a qualcuno.
Una professione nel disastro
L’interpretazione più umana è anche la più delicata. Viene naturale immaginare un medico che fugge mentre intorno tutto crolla, con la città coperta da cenere, gas, pomici, calore, rumore, panico. Viene naturale pensarlo pronto ad assistere feriti e dispersi. L’evidenza archeologica, però, richiede rigore. Gli oggetti indicano una professione probabile. I motivi per cui quell’individuo portò via il contenitore restano aperti. Tra il gesto pratico e il gesto di servizio passa uno spazio che nessuna TAC può colmare completamente.
Il direttore del Parco ha attribuito alla scoperta una lettura molto significativa: quell’individuo avrebbe portato con sé gli strumenti per ricostruirsi un’esistenza altrove grazie alla professione, forse anche per aiutare altre persone. La stessa scoperta è stata dedicata a chi oggi continua a svolgere il mestiere medico con responsabilità e servizio alla comunità. È una dedica comprensibile, perché davanti a quel contenitore viene quasi spontaneo accostare passato e presente, mani antiche e mani contemporanee, strumenti metallici e corsie d’ospedale.
Pompei, però, funziona proprio quando resiste alla tentazione di diventare una narrazione già definita. Conserva abitazioni, forni, graffiti, cucine, lucerne, botteghe, amuleti, resti umani. Conserva il gesto quotidiano, spesso più eloquente della grande scena. Dopo il 79 d.C. l’eruzione seppellì Pompei, Ercolano e l’area compresa tra le pendici meridionali e occidentali del Vesuvio e il mare, lasciando una frattura enorme nella Campania romana.
L’Orto dei Fuggiaschi appartiene agli ultimi movimenti di quella frattura. Quelle persone stavano cercando una via d’uscita. Erano famiglie, individui, corpi in movimento, vite colte in un punto senza ritorno. Alcuni portavano oggetti personali. Uno, probabilmente, portava medicina. Tutta la differenza sta lì: nella possibilità di riconoscere, tra tanti morti senza nome, un mestiere, una competenza, una forma di identità sociale rimasta chiusa dentro il gesso.
Fonte: pompeiisites
