Malaria o veleno? Il DNA nelle ossa di Francesco de’ Medici svela la verità

Francesco De' Medici

Tre frammenti di costola appartenuti a Francesco I de’ Medici custodivano da oltre quattro secoli una traccia genetica ben più prosaica dell’arsenico: il materiale genetico dei parassiti responsabili della malaria. Un team di scienziati delle Università di Pisa e Yale ha individuato nei resti del granduca toscano segni di Plasmodium falciparum e Plasmodium malariae, confermando attraverso l’analisi genetica una diagnosi che i medici dell’epoca avevano già ipotizzato nel lontano 1587.

Il granduca si spense nell’ottobre di quell’anno, dopo giorni segnati da febbri altalenanti. Poco tempo dopo si spense anche sua moglie, Bianca Cappello, colpita da sintomi molto simili. Tuttavia, una spiegazione naturale come la malaria risultava decisamente meno affascinante rispetto all’ipotesi di un fratello cardinale con solide ragioni dinastiche per desiderare la sua morte: Ferdinando de’ Medici, infatti, successe a Francesco nel ruolo di granduca e divenne presto bersaglio di sospetti e dicerie legate a un presunto avvelenamento.

Oggi, a distanza di più di quattrocento anni, la ricerca pubblicata sulla rivista iScience introduce un nuovo elemento genetico in una vicenda che da tempo divide medicina, documenti storici e perizie scientifiche.

Un indiziato perfetto: il fratello cardinale

Francesco I e Bianca Cappello caddero malati mentre soggiornavano nella villa medicea di Poggio a Caiano, territorio toscano dove la malaria rappresentava un problema sanitario diffuso. I documenti medici dell’epoca riportano febbri intermittenti e un andamento della malattia compatibile con questa patologia. Francesco venne persino sottoposto a salassi, pratica terapeutica che certamente non giovò a un fisico già provato dalla malattia.

Entra in scena Ferdinando: cardinale, fratello del granduca e suo diretto successore, aveva tutto l’interesse possibile nella questione ereditaria per trasformarsi nel protagonista ideale di un mistero tipicamente rinascimentale. Le voci su un possibile avvelenamento presero piede quasi immediatamente e si sono tramandate nel tempo molto più a lungo dei loro stessi protagonisti.

Nel 2006 arrivò quella che sembrava una conferma scientifica definitiva. Una ricerca apparsa sul British Medical Journal esaminò tessuti attribuiti a Francesco insieme ad altri campioni riconducibili a Bianca, riscontrando livelli di arsenico che i ricercatori interpretarono come indicativi di avvelenamento acuto. La conclusione fu netta e pesante: entrambi sarebbero deceduti per intossicazione volontaria.

Quattro anni più tardi, però, nelle ossa di Francesco emersero anche due proteine riconducibili a Plasmodium falciparum. Nello studio pubblicato nel 2010 su The American Journal of Medicine, gli autori Gino Fornaciari e Valentina Giuffra, insieme ai colleghi, le definirono come la prima evidenza biologica che attestava la presenza della malattia nel granduca al momento del decesso. Da quel momento, l’ipotesi del veleno cominciò a perdere terreno.

Stavolta è il DNA a parlare dalle costole

La nuova indagine ha puntato direttamente alla ricerca del materiale genetico del parassita. Gli scienziati hanno esaminato quattro campioni ossei: tre provenienti da Francesco e uno dal fratello Giovanni de’ Medici, cardinale scomparso nel 1562 dopo una malattia caratterizzata da febbre.

Dai resti di Francesco sono stati isolati 185 paia di basi di DNA mitocondriale appartenenti a Plasmodium falciparum e ulteriori 43 paia riconducibili a Plasmodium malariae. Si tratta di frammenti estremamente piccoli, com’era prevedibile considerando che il materiale è rimasto conservato nelle ossa per oltre quattrocento anni, ma sufficienti per identificare geneticamente entrambi i parassiti.

La presenza simultanea di due specie differenti risulta coerente con casi di infezione multipla già documentati in altri reperti europei risalenti alla stessa epoca storica. I ricercatori, tuttavia, mantengono un approccio cauto: saranno necessari ulteriori campioni per comprendere quanto fosse realmente diffusa questa coesistenza nella Toscana del Cinquecento.

Nel caso di Giovanni, il materiale genetico si è preservato in modo nettamente migliore. Gli scienziati sono riusciti a recuperare 1.865 paia di basi di P. falciparum, identificando anche un aplogruppo mai descritto prima d’ora, caratterizzato da due mutazioni particolari. In questo caso, la scoperta travalica il semplice mistero mediceo: quei resti ossei forniscono informazioni preziose sulla malaria che circolava nell’Europa del Rinascimento, non solo su chi abitava Palazzo Pitti.

Lo studio condotto da Università di Pisa e Yale ha messo a confronto questa sequenza genetica anche con altri campioni antichi, risalenti dall’Età del Ferro fino al secolo scorso. Il ceppo individuato in Giovanni mostra affinità con sequenze provenienti da Europa, Taiwan e area caraibica e, secondo l’interpretazione dei ricercatori, potrebbe derivare da una fase di espansione demografica del parassita verificatasi proprio nel continente europeo.

Per quanto riguarda Francesco, il nuovo dato genetico va ad aggiungersi alle proteine malariche già identificate nel 2010 e, soprattutto, alle testimonianze lasciate dai medici che assistettero alla sua malattia e alla sua morte. Tre elementi distinti che compongono la medesima narrazione: fonti documentali, tracce proteiche e ora anche DNA.

E Bianca Cappello cosa c’entra?

A questo punto è bene fermare le indagini prima di trarre conclusioni affrettate. Lo studio recente non ha preso in esame i resti di Bianca Cappello. I campioni analizzati appartengono esclusivamente a Francesco I e a Giovanni de’ Medici.

Bianca si ammalò nello stesso luogo e in un periodo quasi coincidente con quello del marito, manifestando sintomi analoghi e spirando poco tempo dopo di lui. La malaria rimane dunque un’ipotesi plausibile anche per la sua morte e figura già nelle ricostruzioni storiche dell’episodio. Il nuovo DNA ritrovato, però, appartiene unicamente a Francesco. Estendere automaticamente questo risultato genetico anche a Bianca significherebbe spingersi oltre quanto le prove scientifiche attualmente permettono di affermare.

Ferdinando resta quindi il fratello con un chiaro movente dinastico, colui che divenne granduca dopo la scomparsa di Francesco e che per secoli ha portato con sé il peso del sospetto di omicidio. Nelle costole del granduca, tuttavia, gli scienziati hanno individuato Plasmodium falciparum e Plasmodium malariae. A distanza di 439 anni, il veleno continua a funzionare perfettamente come elemento narrativo. Molto meno, invece, come spiegazione medica reale.