Nelle terre attraversate dal Nilo, nell’odierno territorio sudanese, un team di studiosi ha fatto emergere una pratica straordinaria: infanti, alcuni appena nati, ricevevano tatuaggi già nel primo millennio della nostra era. Non si tratta di speculazioni, ma di evidenze scientifiche ottenute dall’analisi di resti umani recuperati decenni or sono e rimasti a lungo trascurati.
I reperti esaminati derivano da tre importanti località archeologiche della regione nubiana: Semna South, Qinifab e Kulubnarti, zone esplorate negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e poi custodite presso l’Arizona State University. Per molto tempo, numerosi tatuaggi erano rimasti invisibili per via del deterioramento della cute. La chiave di volta è stata l’applicazione della tecnologia a infrarossi, capace di penetrare leggermente gli strati superficiali della pelle e rivelare l’antico pigmento.
La ricerca, apparsa su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha esaminato 1.048 persone vissute tra il 350 a.C. e il 1400 d.C.. In ventisette situazioni sono emersi tatuaggi confermati o probabili, quasi il doppio rispetto alle conoscenze precedenti sull’intera area nilotana. Di questi, ben venticinque erano completamente ignoti alla comunità scientifica.
A coordinare l’indagine è stata la bioarcheologa Brenda Baker, che da tempo intuiva la presenza di decorazioni cutanee poco percettibili, supportata dall’archeologa Anne Austin e dalla studiosa Tatijana Jovanović. Attraverso l’imaging multispettrale, le tracce di pigmento hanno iniziato a manifestarsi, svelando una diffusione della pratica ben superiore alle aspettative.
Decorazioni cutanee nubiane tra fede, difesa e benessere

L’esempio più significativo proviene da Kulubnarti, un insediamento cristiano medievale fiorente tra il 650 e il 1000 d.C. In questo luogo almeno il 19% degli abitanti portava tatuaggi, una percentuale notevole. Ancora più straordinaria è la scoperta di decorazioni su bambini al di sotto dei tre anni, talvolta con disegni sovrapposti ad altri più antichi, indicando che il corpo veniva marcato ripetutamente nei primissimi anni di vita.
I motivi identificati consistono principalmente in punti e linee organizzate in schemi geometrici romboidali, interpretabili come possibili raffigurazioni della croce. In un ambiente fortemente cristiano, la pratica del tatuaggio potrebbe aver assunto una valenza simbolica simile a un rituale di inclusione, una sorta di sacramento indelebile impresso sulla cute. Secondo Anne Austin, marcare i più piccoli fin dalla nascita poteva rappresentare un modo per dichiarare visibilmente e spiritualmente l’appartenenza cristiana del gruppo.
Tuttavia, non si esclude che le decorazioni nubiane possedessero anche una funzione curativa. La presenza di tatuaggi multipli, anche su neonati, lascia pensare a una ripetizione deliberata dell’intervento. Brenda Baker ipotizza un legame con patologie ricorrenti come la malaria, storicamente presente nella valle del Nilo e caratterizzata da febbri periodiche e cefalee intense. In altre civiltà, il tatuaggio è documentato come strumento di protezione o terapia, e in due individui adulti i segni sono stati localizzati sulla schiena, una zona spesso associata a pratiche curative.
Dal punto di vista esecutivo, le decorazioni sembrano essere state effettuate con piccole lame anziché con aghi, generando disegni essenziali e veloci. Una consuetudine che, secondo gli studiosi, non va interpretata con la sensibilità odierna. Equiparare questi tatuaggi alla moderna concezione di sofferenza o aggressione sarebbe improprio: per le comunità nubiane, incidere la pelle di un infante poteva essere vissuto come un atto di protezione, non diverso dalla foratura dei lobi nei più piccoli.
Il tatuaggio è una consuetudine antichissima, documentata su corpi celebri come Ötzi e sulle mummie dell’antico Egitto. Ciò che distingue la Nubia è l’età precoce dei soggetti decorati, un elemento che stimola nuove considerazioni sul rapporto profondo tra corpo, spiritualità e salute sin dai primi istanti di vita.
