Scoperta città Inca dimenticata sulle Ande: 600 edifici riscrivono la storia

T’aqrachullo

Ancora prima delle antiche rovine, ciò che colpisce è l’altezza vertiginosa. L’ossigeno rarefatto, la pietra luminosa, il fiume Apurímac che scorre molto più in basso, il canyon che solca il territorio come una cicatrice millenaria e netta. T’aqrachullo sorge nella provincia di Espinar, regione di Cusco, nel Perù meridionale, su un altopiano sferzato dai venti: circa 4.038 metri di altitudine e una novantina di metri sopra l’alveo fluviale. Da Machu Picchu la separano approssimativamente 225 chilometri, una distanza sufficiente per restare fuori dal circuito turistico più battuto delle Ande e abbastanza ridotta per innescare subito paragoni che alimentano titoli, attese e qualche fraintendimento.

Il toponimo deriva dal quechua. T’acra indica la roccia nuda, chullo l’acqua ghiacciata o raccolta in bacini naturali. Già questo, senza bisogno di enfatizzazioni, comunica qualcosa di tangibile: pietra, acqua, gelo, altitudine. Nel periodo coloniale gli spagnoli lo ribattezzarono María Fortaleza, denominazione che ancora oggi convive con quella originaria. Nel mezzo ci sono secoli di utilizzo, abbandono, riutilizzo pastorale, greggi, animali, rovine considerate come parte silenziosa del paesaggio.

Il ritrovamento sopra il fiume Apurímac

Il sito si estende per circa 17,4 ettari, ovvero 43 acri, includendo anche la zona alla base dell’altopiano. Da qui nasce il confronto più eclatante con Machu Picchu. Funziona se si comparano determinate zone urbane delle rovine, diventa ingannevole quando si considera il Santuario Storico di Machu Picchu, che secondo l’ente peruviano delle aree naturali protette copre 32.592 ettari. T’aqrachullo rimane comunque imponente per concentrazione, complessità e sovrapposizione: quasi 600 strutture tra abitazioni, sepolture, spazi sacri e recinti cerimoniali, con una quantità di reperti che ha obbligato gli archeologi a rivalutarlo completamente.

Dal 2019 il complesso è stato oggetto di scavi e restauri con un intervento pubblico significativo. Nel dicembre 2024 sono stati completati i lavori di recupero del monumento archeologico preispanico María Fortaleza T’aqrachullo, nel distretto di Suyckutambo. La direzione culturale del Cusco riporta investimenti superiori a 11,5 milioni di soles, cifra equivalente a diversi milioni di euro, e oltre 300 costruzioni restaurate: recinti circolari, semicircolari e a forma di D, gradinate, fonti, kallankas, mura, chullpas e sepolture a cista affacciate sui Tres Cañones di Suyckutambo.

Per chiarire la terminologia: le kallankas erano grandi edifici rettangolari utilizzati nel mondo inca per funzioni comunitarie, amministrative o di ospitalità; le chullpas sono strutture funerarie andine; il Qhapaq Ñan era la rete stradale dell’Impero inca, un sistema di vie che collegava territori remotissimi, dai centri amministrativi alle aree sacre. A T’aqrachullo un segmento del Camino Inca attraversa il settore occidentale del complesso e lo connette ai Tres Cañones, in direzione di Arequipa e del Collasuyo, la vasta regione meridionale dell’organizzazione incaica.

Le lamine nel sottosuolo

L’episodio che ha trasformato l’importanza del sito risale al settembre 2022. Durante una campagna di scavo, l’archeologo Dante Huallpayunca stava operando all’interno di un recinto in pietra quando un assistente individuò qualcosa sotto il terreno. Da lì emerse un deposito quasi surreale: circa 3.000 piccole lamine metalliche in oro, argento e rame. Erano sottili, circolari, progettate per decorare abiti cerimoniali dell’élite incaica, databili agli inizi del XVI secolo, quindi agli anni in cui il mondo inca stava già entrando nella sua fase più tragica.

Il particolare materiale conta più dell’effetto “tesoro”. Quei piccoli dischi, insieme ad altri oggetti cerimoniali, rivelano un luogo frequentato da persone di rango, sacerdoti, autorità, gruppi capaci di concentrare ricchezza, ritualità e controllo territoriale. Gli scavi hanno restituito anche ceramiche, strumenti litici, ornamenti e reperti legati a fasi diverse. In altre parole, T’aqrachullo si distacca dall’idea del semplice avamposto isolato sulle montagne. Era un centro politico, economico e religioso di primaria importanza nel Tahuantinsuyo, il nome quechua dell’Impero inca.

La vicenda, tuttavia, inizia prima degli Inca. I materiali recuperati rimandano a una lunga occupazione preispanica, con tracce e influenze legate alle tradizioni Pukara, Wari e Qollao. Alcune evidenze indicano una frequentazione di secoli prima dell’ingresso pieno nel mondo inca, quando nel Quattrocento l’area venne assorbita nella grande espansione imperiale. La popolazione Cana, di lingua aymara, ebbe un ruolo importante nell’alleanza con Túpac Inca Yupanqui, sovrano associato all’allargamento dell’impero verso sud. In quel contesto T’aqrachullo, conosciuta anche come Ancocagua, appare legata alla dimensione degli adoratori, dei culti di quota, dell’acqua e del sole.

T'aqrachullo
©DDC Cusco

Il toponimo Ancocagua

Il passaggio più delicato riguarda proprio Ancocagua. Le cronache coloniali citano questo luogo come una cittadella sacra, uno dei grandi templi dell’Impero, teatro anche di uno scontro sanguinoso durante gli anni della conquista spagnola. Per decenni la sua localizzazione è rimasta incerta. T’aqrachullo, per posizione, architettura, stratificazione e forza rituale, viene oggi considerato da diversi studiosi un candidato molto serio. La cautela resta obbligatoria, perché le identificazioni archeologiche vivono di prove, confronti, sedimentazioni lente. La suggestione, però, ha una base concreta.

Le fondazioni di quello che gli archeologi interpretano come un grande tempio hanno aggiunto un elemento importante. La struttura sembra avere fasi costruttive molto antiche, con un uso precedente agli Inca e legato anche ai Wari e ai Qolla. In un’area cerimoniale sono stati individuati resti di una fontana rituale, un bacino in pietra destinato alle offerte, con frammenti preziosi incastonati nella muratura. Sono emersi anche elementi che parlano di conflitto: proiettili di pietra, punte in ossidiana e resti umani con segni di traumi violenti. Reperti crudi, poco romantici. Pietra contro pietra, corpo contro corpo.

La parte ancora più interessante riguarda ciò che manca. Finora gli scavi hanno trovato tracce consistenti di presenza inca e preincaica, oltre a indizi compatibili con un contesto rituale e difensivo. Le prove dirette di una presenza spagnola nel sito restano più sfuggenti. Questo lascia aperti diversi scenari: saccheggio rapido, abbandono, distruzione deliberata, tracce ancora sepolte nella metà del complesso che attende nuove indagini. Gli archeologi hanno esaminato poco più di metà dell’area; il resto rimane lì, sotto terra, con la pazienza irritante delle cose antiche.

Un complesso tornato alla luce

Dopo l’arrivo degli spagnoli, il sito perse progressivamente centralità. Alcune parti vennero usate come abitazioni contadine e recinti per animali. Tra XVII e XIX secolo, haciendas e miniere della regione assorbirono forza lavoro locale, dentro un’economia coloniale e poi postcoloniale che spostava persone, fatica e memoria dove servivano produzione e controllo. Le pietre restarono. Il racconto, molto meno.

La riscoperta moderna ha anche un valore politico e culturale preciso. Per molto tempo la storia inca è stata letta attraverso cronisti, conquistadores, viaggiatori stranieri, esploratori arrivati dopo. A T’aqrachullo, invece, una parte decisiva del lavoro è stata condotta da ricercatori peruviani, con il coinvolgimento delle comunità locali e con una restituzione graduale del significato del sito a chi vive intorno all’altopiano. Questo aspetto pesa quasi quanto l’oro, forse di più, perché cambia il punto da cui si guarda.

Oggi T’aqrachullo è stato valorizzato e aperto alla visita in forma ancora prudente. I turisti arrivano, soprattutto dalla regione di Cusco, ma siamo lontani dai flussi di Machu Picchu. Per ora il suo futuro dipende dalla conservazione, dalle infrastrutture, dalla capacità di evitare il riflesso automatico del turismo vorace: strada, foto, corsa, consumo. Un sito del genere chiede tempo. Chiede gambe, quota, fiato. Chiede anche di accettare che una scoperta archeologica importante possa restare parzialmente incompiuta per anni, perché scavare tutto subito sarebbe il modo più rapido per capirlo peggio.

Fonte: National Geographic/ DDC Cusco