Ritrovato centro urbano antico dove ricchezza e uguaglianza crescevano insieme

Mohenjo-daro

Normalmente, quando un centro urbano prospera, emergono disparità evidenti. Abitazioni più lussuose, zone residenziali esclusive, barriere invisibili tra classi sociali. A Mohenjo-daro, più di quattromila anni or sono, si verificò qualcosa di sorprendente: mentre l’insediamento fioriva e mostrava segni crescenti di attività economica, le differenze tra le dimensioni delle abitazioni si riducevano progressivamente.

Questo sito archeologico, situato nell’odierno Sindh in Pakistan, rappresentava uno dei principali nuclei della civiltà della valle dell’Indo. Per quell’epoca storica, le sue dimensioni erano notevoli, e la pianificazione urbana mostrava una precisione che farebbe vergognare molti sviluppi edilizi contemporanei. Vie rettilinee, laterizi uniformi, sistemi di scolo, cisterne, ambienti per l’igiene personale, strutture collettive.

Gli edifici residenziali come testimoni silenziosi

La ricerca ha esaminato 309 abitazioni portate alla luce durante gli scavi, utilizzando l’estensione degli spazi domestici come parametro per valutare la ripartizione delle risorse economiche. Certamente si tratta di un approccio non esaustivo: l’ampiezza di una dimora non rivela ogni aspetto di un’organizzazione sociale, esattamente come oggi un appartamento spazioso non garantisce automaticamente benessere autentico. Tuttavia, quando si dispone di centinaia di unità abitative comparabili, le metrature iniziano a fornire informazioni significative. Rivelano chi disponeva di maggiore spazio, chi poteva permettersi investimenti superiori, quanto un insediamento consentiva alle disparità di consolidarsi.

Per quantificare questa ripartizione, i ricercatori hanno applicato l’indice di Gini, lo stesso strumento utilizzato in economia per valutare le disuguaglianze. Quando il valore si approssima allo 0, la distribuzione risulta omogenea; avvicinandosi a 1, la concentrazione diventa estrema. Mohenjo-daro, considerando l’insieme delle abitazioni esaminate, registra 0,44. Già questo dato la rende notevolmente più equilibrata rispetto ad altri insediamenti antichi. Cnosso, celebre per i suoi complessi palaziali, raggiunge 0,86. Ur e Ugarit oltrepassano 0,60.

Ma il dato davvero significativo emerge dall’analisi diacronica. Nelle fasi più remote, attorno al 2500 a.C., l’indice di Mohenjo-daro si attestava intorno a 0,39. Negli strati stratigrafici successivi questo valore diminuisce. Nei periodi più recenti arriva a 0,23. Una cifra paragonabile a quella delle prime comunità agricole considerate estremamente paritarie.

Quindi non si tratta semplicemente di un insediamento antico “meno diseguale degli altri”. Ci troviamo di fronte a un centro urbano che, durante il proprio sviluppo, riduceva sistematicamente le disparità nell’accesso allo spazio abitativo. L’esatto contrario di quanto osserviamo in numerose metropoli attuali, dove l’incremento della ricchezza genera immediatamente speculazione, segregazione, prezzi inaccessibili e quartieri trasformati in vetrine per chi può permettersi di non abitarvi realmente.

Prosperità distribuita orizzontalmente

L’aspetto interessante di Mohenjo-daro è che non appare come un insediamento povero mascherato da comunità egualitaria. Non si tratta dell’uguaglianza piatta di chi possiede poco e quindi condivide poco. Le abitazioni presentavano frequentemente livelli superiori, piattaforme per l’igiene, pozzi privati, cortili interni. L’insediamento disponeva di un sistema fognario pubblico tra i più sofisticati dell’epoca. Erano presenti strumenti di misurazione, sigilli amministrativi, standard condivisi, produzioni artigianali, reti commerciali. La ricchezza esisteva. Semplicemente, la sua circolazione seguiva dinamiche meno gerarchiche.

In numerose civiltà antiche, quando pensiamo all’autorità, visualizziamo immediatamente il palazzo monumentale, la sepoltura principesca, il tempio inaccessibile, il sovrano raffigurato in dimensioni colossali per rammentare a tutti la gerarchia. A Mohenjo-daro questi elementi sono molto più attenuati. Mancano residenze regali immediatamente identificabili, tombe aristocratiche ostentate, monumenti edificati per glorificare un singolo individuo. L’autorità sembra meno spettacolare, meno concentrata in una figura, meno ossessionata dall’auto-celebrazione per le generazioni future.

Al loro posto troviamo un linguaggio differente: laterizi con proporzioni uniformi, arterie viarie che collegano i quartieri, sistemi di scarico al servizio delle abitazioni, strumenti per pesare e misurare, sigilli impiegati negli scambi commerciali. Oggetti modesti, implicazioni profonde. L’insediamento funzionava perché qualcuno aveva stabilito protocolli condivisi. Norme. Consuetudini collettive. Una sorta di contratto urbano incorporato nelle strutture, nei canali, nelle unità di misura.

E viene spontaneo pensare che proprio quelle norme abbiano impedito allo spazio residenziale di trasformarsi nell’ennesima arena dove pochi si appropriano delle zone migliori e gli altri si adattano.

Crescere senza opprimere

L’obiettivo non è idealizzare Mohenjo-daro come un’utopia scomparsa. Sarebbe ingenuo, oltre che una semplificazione romantica. Gli insediamenti antichi conoscevano fatiche, stratificazioni sociali, tensioni, esclusioni, mansioni estenuanti, esistenze che possiamo solo intuire attraverso rovine e reperti. Nessuno sostiene che lungo l’Indo avessero inventato la convivenza urbana perfetta con tanto di infrastrutture impeccabili e armonia condominiale.

Tuttavia il dato rimane inequivocabile: mentre la disuguaglianza abitativa diminuiva, le dimensioni mediane delle abitazioni aumentavano. Negli strati più recenti, alcune zone mostrano abitazioni mediane tra i 141-152 metri quadrati. Inoltre, gli archeologi rinvengono maggiori tracce di attività produttiva artigianale. Quindi l’insediamento non diventava più omogeneo perché si impoveriva. Sembrava, al contrario, capace di svilupparsi distribuendo meglio le risorse spaziali.

Questo è l’aspetto che disturba. Perché siamo abituati a sentirci ripetere che la disuguaglianza è il costo inevitabile dell’efficienza, dello sviluppo, della modernizzazione, della vitalità urbana, dell’economia dinamica. Mohenjo-daro non fornisce una formula replicabile, è ovvio. Nessuno può prendere un insediamento dell’età del Bronzo e trasformarlo in manifesto politico. Però ci priva di una giustificazione. Ci rammenta che la configurazione urbana non è inevitabile. Viene progettata, realizzata e normata.

Uno dei primi centri urbani del mondo riuscì dunque a realizzare qualcosa che oggi appare quasi scandaloso: diventare più prospero senza trasformare i già benestanti nei monopolisti dello spazio. Quattromila anni dopo, noi disponiamo di grattacieli, piattaforme immobiliari digitali, fondi speculativi, smart city, sensori, strumenti urbanistici, rendering pieni di vegetazione e monolocali commercializzati come “soluzioni abitative”. Loro disponevano di laterizi, fognature e norme condivise. E a quanto pare, su almeno un aspetto, ci avevano già preceduti.

Fonte: Antiquity