È sufficiente uscire di casa in una qualsiasi giornata feriale per rendersi conto di quanto profondo sia il legame tra italiani e automobili. Spazi pedonali occupati, vetture in doppia fila con le frecce d’emergenza come se fossero un lasciapassare morale, box auto riconvertiti in magazzini, ricerca di parcheggi che richiede la stessa determinazione necessaria per trovare un alloggio accessibile. Poi emergono i dati statistici che confermano questa percezione: il nostro Paese detiene il primato europeo per tasso di motorizzazione. Nel corso del 2024, le vetture registrate presso il PRA, Pubblico Registro Automobilistico, hanno raggiunto la soglia di 700 unità per ogni 1.000 abitanti. La media nell’Unione europea si attesta invece a 578, mentre nazioni come Francia, Germania e Spagna oscillano tra 550 e 600.
Presentata in questi termini, la situazione appare lineare: possediamo più vetture rispetto agli altri Paesi europei. Ma la questione diventa più articolata quando si analizzano i dettagli. Quelle oltre 700 automobili ogni 1.000 abitanti rappresentano i veicoli registrati, intestati, ufficialmente presenti nel sistema. Descrivono una nazione che per decenni ha fondato il proprio concetto di indipendenza sulle quattro ruote. Descrivono nuclei familiari con più veicoli, zone dove i mezzi pubblici sono carenti, consuetudini consolidate, piccole località dove rinunciare all’auto significa complicare anche le commissioni più semplici. Tuttavia, non tutte queste vetture percorrono effettivamente le strade ogni giorno.
La realtà sulle strade
Poi emerge il dato che modifica l’intera prospettiva. Considerando esclusivamente gli autoveicoli che si stima abbiano realmente circolato, il tasso italiano si riduce a 564 veicoli ogni 1.000 abitanti, cifra relativa al 2021. A questo punto il primato perde consistenza: l’Italia rientra nella media europea. La differenza è sostanziale: da un lato c’è il veicolo iscritto negli archivi, dall’altro quello che effettivamente si sposta.
Non appena si passa dagli archivi amministrativi alla circolazione effettiva, il primato si ridimensiona notevolmente. Un’automobile può rimanere ferma per numerose ragioni: è obsoleta, viene utilizzata sporadicamente, appartiene a un parente che guida raramente, serve come riserva, oppure nessuno vuole affrontare burocrazia, spese e procedure di rottamazione. I numeri non spiegano il motivo specifico per cui ogni singolo veicolo resta immobile. Mostrano però chiaramente la discrepanza: in Italia abbiamo moltissime vetture intestate, ma molte meno effettivamente operative. Una porzione consistente del parco veicolare rimane nei box, nei cortili e negli spazi condominiali piuttosto che nel traffico giornaliero.
Anche sotto il profilo ambientale la distinzione è rilevante. Un veicolo fermo occupa superficie, un veicolo in movimento genera congestione, inquinamento atmosorico, inquinamento acustico, consumo di combustibile. Sono problematiche differenti. Una cosa è il parco auto che satura rimesse, cortili e marciapiedi; altra cosa è quello che quotidianamente entra nel flusso veicolare, si ferma ai semafori e incide sulla qualità dell’aria urbana.
Un percorso storico
L’automobile, nel nostro Paese, è diventata rapidamente molto più di un semplice mezzo di trasporto. I dati Istat lo dimostrano chiaramente: durante il miracolo economico, tra il 1961 e il 1971, le autovetture registrate al PRA aumentano da meno di 50 a oltre 200 ogni 1.000 abitanti. In un decennio si trasforma il paesaggio fisico della nazione, cambiano le gite fuori porta, i weekend, le modalità di raggiungere il posto di lavoro, il concetto stesso di libertà all’interno di un nucleo familiare. Nel 1991 raggiungiamo già 500 vetture ogni 1.000 residenti. Nel 2024 superiamo le 700 unità.
Attorno a questa espansione si sviluppa anche l’infrastruttura stradale. Alla fine degli anni Cinquanta la rete di strade statali e provinciali raddoppia in poco più di dieci anni. Tra il 1956 e il 1964, gli anni dell’Autostrada del Sole, la rete autostradale triplica raggiungendo oltre 1.600 chilometri. Oggi supera i 7.500 chilometri. L’automobile entra nell’immaginario collettivo prima ancora che nei box auto. Se il territorio nazionale si espande, si connette, si attraversa, lo si fa sempre più frequentemente con un volante tra le mani.
Questo retaggio storico, tuttavia, continua a condizionare il presente. In numerose aree italiane l’automobile rimane l’unica soluzione concreta per recarsi al lavoro, accompagnare i figli, effettuare visite mediche, raggiungere una stazione ferroviaria. Dove treni, autobus e collegamenti locali sono insufficienti, parlare di abbandono dell’auto risulta semplice solo in teoria. In altri contesti, invece, il veicolo persiste per consuetudine, comodità, timore di rimanere senza alternative. Accomunarle serve alla retorica, molto meno alla realtà quotidiana. Altrimenti si cade nel solito dibattito sterile: chi difende l’auto come fosse un diritto inalienabile, chi la presenta come una responsabilità individuale. Nel mezzo, la vita di tutti i giorni.
Gli altri trasporti evolvono, l’auto persiste
Nel frattempo, le altre forme di mobilità si sono evolute notevolmente. La rete ferroviaria italiana, nata frammentata all’epoca dell’Unità, oggi trasporta oltre 55 miliardi di passeggeri-km, rispetto ai 7 miliardi del 1924. Sulla tratta Roma-Milano, nel 1926, esistevano tre collegamenti diretti giornalieri che richiedevano tra 13 e 14 ore; nel 2025 i collegamenti sono circa 130 e quelli senza fermate intermedie coprono il tragitto in meno di tre ore. L’alta velocità rappresenta ormai una componente sostanziale della mobilità ferroviaria complessiva, con un contributo stimato intorno al 40% dei passeggeri-km totali.
Anche il trasporto aereo ha cambiato dimensione: i passeggeri in partenza o in arrivo negli aeroporti italiani sono passati da 800mila nel 1954 a oltre 218 milioni nel 2024. Il Paese si è spostato sempre di più, attraverso modalità differenti, con infrastrutture sempre più efficienti. Nonostante ciò, l’automobile rimane presente, come elemento centrale della quotidianità. A volte necessaria, a volte conveniente, a volte semplicemente ereditata da un modello organizzativo che continua a occupare spazio davanti all’ingresso.
Tra questi due valori statistici emerge un interrogativo concreto, meno rumoroso dei clacson e più utile di molte discussioni ideologiche: quante automobili sono realmente necessarie, e quante rimangono ferme perché abbiamo strutturato tutto come se dovessero esserci indispensabili? Intanto il risultato è visibile ogni sera, quando si gira ripetutamente nello stesso isolato cercando un posto libero. Il primato europeo, a quel punto, ha un suono molto riconoscibile: indicatore di direzione, pedale del freno, retromarcia. E un’altra vettura immobile sotto il portone.
Fonte: ISTAT
