Deserto di Atacama: fermato il progetto che minacciava il cielo stellato più puro

Via Lattea

Finalmente giungono notizie positive dal Cile che riguardano uno dei tesori naturali e scientifici di maggior valore sul nostro pianeta: la volta celeste più oscura e nitida esistente, quella che si estende sopra il deserto di Atacama. Dopo numerosi mesi caratterizzati da dibattiti accesi, analisi tecniche approfondite e dichiarazioni sempre più decise da parte degli esperti di astronomia a livello mondiale, il piano industriale denominato Inna, previsto nelle vicinanze dell’Osservatorio di Paranal, sembra ormai avviato verso la sua cancellazione.

Via Lattea
©A. Ghizzi Panizza/ESO

L’azienda AES Andes ha infatti comunicato la volontà di abbandonare in modo permanente il piano, un grande complesso destinato alla realizzazione di idrogeno verde e ammoniaca che avrebbe potuto danneggiare in maniera definitiva una delle distese stellate più incontaminate del globo. Una svolta che ha ricevuto il plauso dell’European Southern Observatory, sebbene rimanga necessaria la massima cautela fino alla ratifica ufficiale del ritiro da parte del Servizio di valutazione ambientale cileno.

Proteggere la volta stellata più oscura: un tesoro che ci appartiene

Non parliamo di una contrapposizione ideologica né di un’opposizione alle fonti energetiche pulite. Il cuore della problematica riguarda la localizzazione prescelta per il piano Inna, eccessivamente prossima a una zona ritenuta irripetibile a livello planetario per l’osservazione degli astri. Secondo uno studio tecnico condotto dall’ESO e diffuso nei mesi precedenti, le conseguenze del polo industriale sarebbero state ben lontane dall’essere trascurabili.

L’incremento dell’illuminazione artificiale, valutato in alcune proiezioni superiore al 30%, avrebbe modificato la naturale oscurità della sfera celeste notturna. A ciò si sarebbero sommate vibrazioni impercettibili, maggiore diffusione di particolato fine e un aumento della instabilità dell’aria, tutti elementi capaci di danneggiare il funzionamento di apparecchiature scientifiche tra le più sofisticate esistenti.

In discussione c’è il destino di installazioni come il Very Large Telescope, il VLT Interferometer, l’Extremely Large Telescope, tuttora in costruzione, e il CTAO-South, consacrato all’analisi dei raggi gamma. Impianti che operano proprio grazie a un equilibrio ecologico estremamente fragile, che un vasto polo industriale avrebbe potuto distruggere definitivamente.

Atacama, firmamento stellato e un insegnamento valido anche per il Vecchio Continente

La vicenda Inna ha portato all’attenzione una problematica di respiro maggiore: l’assenza di normative precise e obbligatorie per salvaguardare le zone circostanti gli osservatori astronomici. Come ha evidenziato ripetutamente l’ESO, il settentrione cileno viene considerato la località più favorevole al mondo per l’astronomia ottica, grazie a firmamenti eccezionalmente bui, atmosfera arida e parametri climatici costanti.

Tuttavia, in mancanza di protezioni appropriate, persino questi territori possono risultare esposti. La reazione internazionale che ha caratterizzato la vicenda Inna – ricercatori, organizzazioni, persone comuni – testimonia quanto il tema della salvaguardia dei firmamenti notturni sia avvertito ben al di là dei confini cileni. Perché quella volta sopra il Deserto di Atacama non rappresenta solamente uno strumento per la scienza: costituisce un patrimonio collettivo, un frammento di natura che narra il nostro rapporto con il cosmo.

La scelta di AES Andes di ritirarsi, giustificata ufficialmente dall’intenzione di focalizzare i capitali su altri piani di energia sostenibile, potrebbe costituire un caso esemplare rilevante. Un messaggio inequivocabile: transizione verde e salvaguardia ambientale non possono avanzare in modo separato, ma devono integrarsi, specialmente quando è in gioco qualcosa che non può essere recuperato.

Fonte: ESO