Nel sottosuolo di un tranquillo parco gallese, dove l’industria ha sempre prevalso sull’interesse archeologico, è tornata alla luce una testimonianza rimasta nascosta per oltre millecinquecento anni. Nel Margam Country Park, nelle vicinanze di Port Talbot, i ricercatori hanno portato alla luce una residenza romana di proporzioni straordinarie, pronta a rivelare dettagli inediti sulla vicenda storica del Galles.
Il ritrovamento è frutto dell’iniziativa ArchaeoMargam, un programma di studio e tutela del patrimonio culturale realizzato grazie all’impegno congiunto della Swansea University, dell’amministrazione locale di Neath Port Talbot e della Margam Abbey Church. L’intento originario era riportare l’attenzione sul passato pre-industriale di Margam. Nessuno, tuttavia, immaginava di scoprire un insediamento romano di tali dimensioni e in condizioni così eccellenti.
Un ritrovamento che colma un millennio di silenzio
Margam vanta testimonianze archeologiche dall’Età del Bronzo, dall’Età del Ferro, dal periodo medievale e post-medievale, ma l’epoca romana rimaneva inspiegabilmente oscura. Questa residenza costituisce, secondo gli esperti, il tassello fondamentale che mancava al quadro storico complessivo.
Alex Langlands, responsabile del programma e docente presso il Centre for Heritage Research and Training dell’università di Swansea, ha dichiarato che il gruppo di ricerca prevedeva di individuare tracce del periodo romano-britannico, ma non una struttura così definita e ricca di possibilità interpretative. Le analisi geofisiche consentono già di avanzare ipotesi sul ruolo che questo luogo potrebbe aver svolto nell’evoluzione sociale, culturale ed economica del Galles durante il primo millennio d.C., benché al momento non vengano proposte datazioni definitive o conclusioni assolute.
Un complesso monumentale preservato dal tempo
Il sito individuato occupa un’area recintata di circa 43 per 55 metri. Una delimitazione che potrebbe derivare da un precedente insediamento dell’Età del Ferro oppure indicare una fase tardo-romana caratterizzata da turbolenze e necessità difensive. Accanto all’edificio centrale, sul lato sud-est, si trova un’ampia costruzione a navata, verosimilmente adibita alla conservazione di prodotti agricoli o, in epoca successiva, utilizzata come luogo di riunione per i capi locali nel periodo post-romano.
Il grado di integrità rappresenta uno degli elementi più notevoli. Il merito spetta anche alla destinazione d’uso che il territorio ha mantenuto nei secoli, rimanendo sempre un parco e mai sottoposto a coltivazioni intensive. Questo ha salvaguardato murature, pavimentazioni e strutture sotterranee, permettendo oggi una comprensione eccezionalmente nitida dell’insediamento. Le indagini sono state eseguite dalla società Terradat, che ha impiegato magnetometria ad alta risoluzione e georadar, riuscendo a tracciare in tre dimensioni la residenza, i fossati perimetrali e l’assetto generale dell’area.
Un polo di influenza tra territorio, società e cultura
Secondo Langlands, un elemento emerge con chiarezza: Margam non occupava una posizione secondaria. La sua collocazione geografica, tra le alture del Galles occidentale e le pianure fertili orientali, la rendeva un punto nevralgico. Non si esclude che questo sito abbia rivestito un ruolo talmente rilevante da aver influenzato persino la denominazione della regione storica del Glamorgan.
Il programma ArchaeoMargam riceve finanziamenti pubblici destinati a cultura, turismo ed eventi, con l’obiettivo esplicito di trasformare il patrimonio in uno strumento di dialogo tra le comunità. Non a caso, sin dalle prime fasi sono stati coinvolti studenti, istituti scolastici, volontari, giovani archeologi e organizzazioni del territorio. In pochi mesi si sono registrate centinaia di partecipazioni, tra attività pratiche e iniziative didattiche.
Esiste anche un legame profondo con l’ambiente. Il fatto che la residenza sia giunta intatta fino a noi dipende proprio dalla vocazione “verde” del luogo: per secoli l’area è stata preservata come parco, mai compromessa da pratiche agricole intensive o edificazioni invasive. Un caso concreto di come la salvaguardia ambientale possa tradursi, nel lungo periodo, in una forma di custodia della memoria collettiva.
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Fonte: Swansea University
