Scienziato rimosso dopo ricerca su erbicida e tumori: la comunità chiede chiarezza

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Daniele Mandrioli è lo scienziato protagonista di un’indagine tra le più controverse e significative nel settore della tossicologia ambientale recente: il Global Glyphosate Study. Si tratta della più ampia ricerca indipendente mai condotta sugli impatti del glifosato, principio attivo del noto RoundUp prodotto da Bayer-Monsanto.

Oggi Mandrioli ha cessato il suo incarico di direttore presso il Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna. La collaborazione professionale si è interrotta il 31 dicembre 2025. Intorno a questa conclusione è scoppiata una controversia che vede coinvolti ricercatori, organizzazioni sindacali e osservatori della ricerca indipendente europea.

L’importanza cruciale di questa indagine

Il glifosato rappresenta l’erbicida più diffuso a livello globale. A dicembre 2023, nonostante le obiezioni di ambientalisti e studiosi, la Commissione europea ne ha prorogato l’autorizzazione fino al 2033. Tuttavia, i risultati diffusi dal gruppo del Ramazzini nel giugno 2025 hanno riattivato il meccanismo regolatorio: le principali agenzie europee per la sicurezza alimentare e chimica — EFSA ed ECHA — hanno recepito i dati dello studio con l’obiettivo di riconsiderare la classificazione di pericolosità dell’erbicida.

Qualora tale classificazione venisse modificata, il glifosato potrebbe essere vietato. Un settore economico da circa 2 miliardi di dollari annui è quindi nuovamente in discussione.

La vicenda di Mandrioli: cosa sappiamo

A gennaio è emersa l’informazione: Mandrioli ha lasciato il Ramazzini. La presidente della cooperativa, Loretta Masotti, ha chiarito che si è trattato di una ristrutturazione organizzativa. Secondo l’istituzione, questa è la conseguenza di un processo condiviso, motivato da esigenze di governance interna, senza alcun collegamento con l’attività di ricerca.

Nel comunicato ufficiale dell’Istituto Ramazzini, rilasciato dopo le critiche, si afferma:

Il rapporto con il Dott. Daniele Mandrioli si è concluso il 31 dicembre 2025 all’esito di un percorso concordato, con valutazioni che attengono agli assetti di governance e non presentano alcuna attinenza con l’attività scientifica o con i progetti di ricerca in corso.

La comunità scientifica (e non solo) appare tuttavia dubbiosa. Il professor Philip Landrigan, responsabile del Programma globale di salute pubblica del Boston College e presidente del Comitato scientifico internazionale del Ramazzini, ha redatto una missiva pubblica in cui denuncia che il Comitato non è stato interpellato e sollecita il reintegro di Mandrioli, manifestando il timore che la scelta possa essere stata condizionata da influenze esterne.

L’istituto risponde con fermezza: nessuna interferenza industriale, nessun nesso con lo studio sul glifosato. Il Global Glyphosate Study continua regolarmente, condotto dai gruppi di ricerca interni. Lo studio, precisano, era partito nel 2015 sotto la guida della dottoressa Fiorella Belpoggi, che lo ha supervisionato per sette anni prima di affidarlo a Mandrioli nel 2022: si configura dunque come un progetto collettivo, non come un’iniziativa individuale. È in atto la ricerca di un nuovo responsabile dell’area di ricerca, e l’ingresso nel CdA del dottor Alessandro Nanni Costa — figura di elevato profilo scientifico — viene presentato come un consolidamento dell’identità e della missione dell’ente.

Le inquietudini del mondo scientifico

Dall’altro versante, il Collegium Ramazzini — un’accademia indipendente formata da 180 medici e scienziati di 45 nazioni — ha sollecitato pubblicamente che l’istituto e LegaCoop rivelino le ragioni effettive della rimozione. Anche la FP CGIL di Bologna ha contestato la decisione, definendo la situazione preoccupante in relazione alle recenti trasformazioni dell’assetto gestionale. La tempistica in effetti risulta significativa: Mandrioli viene allontanato mentre EFSA ed ECHA stanno ancora esaminando i dati della sua ricerca.

Non emergono tuttavia evidenze concrete di un intervento dell’industria nelle scelte interne del Ramazzini. L’istituto lo respinge energicamente e la sua storia — oltre 50 anni di ricerca indipendente, sostenuta da circa 40.000 soci e non da finanziamenti pubblici o aziendali — depone a suo favore. Ma la tempistica e la comunicazione dell’Istituto Ramazzini in seguito al clamore generato dalla vicenda, lasciano comunque aperte alcune domande, almeno per una buona fetta di opinione pubblica.

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Fonte: Istituto Ramazzini