Nel momento in cui il prezzo del greggio oltrepassa i cento dollari e lo Stretto di Hormuz resta paralizzato da tensioni belliche dall’esito incerto, accade qualcosa di particolare: l’umanità abbandona il realismo e abbraccia la fantasia. Un professionista saudita condivide su X la rappresentazione grafica di un’opera idraulica artificiale che si snoda per 800 chilometri attraverso una delle zone desertiche più inospitali del globo, raccogliendo in meno di un giorno 7,8 milioni di visualizzazioni.
Non perché rappresenti una via d’uscita concreta (come vedremo tra poco), ma perché internet, posto di fronte a un’emergenza energetica planetaria, reagisce precisamente come farebbe un gruppo di persone alle tre del mattino davanti a un enigma senza soluzione: con una fantasia che cresce proporzionalmente all’impossibilità delle ipotesi avanzate.
هذا الممكن pic.twitter.com/IhbD13Q14G
— dayanoof (@EDayanoof) March 17, 2026
Così sono comparsi, in successione: una nave cisterna colossale montata su pneumatici da deserto che corre tra le dune sollevando tempeste di sabbia degne di una scena post-apocalittica, un complesso acquatico delle dimensioni dell’intera penisola arabica con la struttura degli scivoli collocata sopra Dubai e la vasca finale sul Mar Arabico.
C’è pure Modi che rema su una barca carica di fusti di greggio indiano mentre un leader religioso iraniano lo saluta cordialmente dalla sponda, e – apice assoluto dell’ingegno collettivo – una mappa infografica che mostra uccelli migratori africani trasportare gusci di cocco riempiti di petrolio per evitare Hormuz, completa di frecce indicative, punti di raccolta e consegna illustrati con la professionalità visiva di un dossier dell’IEA. Il riferimento ai Monty Python era sottinteso. Qualcuno lo ha reso palese. E fondamentalmente aveva senso.
عندي فكرة أفضل ليه ما نركب تواير للسفن pic.twitter.com/nbLV8dEr8p
— 44 (@44lll8) March 17, 2026
L’ipotesi del passaggio artificiale attraverso il Rub’ al Khali
Abdulaziz Al-Suhaibani, professionista dell’ingegneria civile e componente dell’ordine degli ingegneri sauditi, ha presentato la sua visione tramite immagini create con intelligenza artificiale, ormai strumento prediletto dai sognatori privi di finanziamenti. Il percorso ipotizzato prenderebbe avvio dalle zone industriali di Dammam e Al Jubail, affacciate sul Golfo Persico, per poi penetrare nel deserto del Rub’ al Khali fino a raggiungere il Mar Arabico, nei pressi del confine omanita. Ottocento chilometri di escavazione in un territorio che rappresenta una sfida anche solo da attraversare in automobile climatizzata, con temperature estive che superano i cinquanta gradi e sabbia come unica risorsa disponibile in abbondanza.
La proposta però non si limita a offrire una via alternativa per il trasporto petrolifero. Secondo Al-Suhaibani, l’opera consentirebbe “importanti sviluppi di allevamento ittico”, “iniziative turistiche innovative sulla sabbia” e “coltivazioni agricole basate sulla dissalazione tramite energia solare”. Allevamenti ittici nel deserto, turismo sabbioso, agricoltura alimentata dal sole.
Praticamente Vision 2030 in versione balneare. Il parco acquatico che gli utenti hanno sovrapposto alla cartina dell’Arabia Saudita – con “Complesso scivoli del Rub’ al Khali”, torre di partenza sopra Dubai e bacino di arrivo sul Mar Arabico – non risulta poi così distante dallo spirito iniziale del progetto, a rifletterci bene. Alcuni hanno interpretato le intenzioni meglio dell’autore originario.
— IranArmy (@Iranarmy001) March 17, 2026
L’ipotesi comunque non emerge dal vuoto. Il cosiddetto Salman Canal figura già come proposta inclusa nella strategia saudita di differenziazione economica, con un percorso che può estendersi fino a 950 chilometri e stime di spesa comprese tra 80 e 100 miliardi di dollari nella configurazione base, capaci di lievitare fino a 250 miliardi includendo porti, strutture e corridoi logistici. Per dare un riferimento: The Line, la megalopoli lineare saudita lunga 170 chilometri, è stata sospesa nel settembre 2025 dopo aver già consumato circa 50 miliardi di dollari. Il canale sarebbe lungo quasi sei volte. Sicuramente stavolta andrà meglio.
Il contesto che ha riportato tutto questo sotto i riflettori in pochi giorni è quello che si percepisce anche alla pompa di benzina. Quotidianamente circa 20 milioni di barili di petrolio, equivalenti a un quinto dei consumi planetari, transitano per lo Stretto di Hormuz, e con le ostilità in corso quella via è diventata improvvisamente molto meno sicura di quanto il sistema energetico globale avesse calcolato. Le vie terrestri già operative coprono circa 4,7 milioni di barili giornalieri, una quantità ragguardevole, che però assomiglia a trasportare acqua con un cucchiaino quando la fonte principale è interrotta.
Non risultano attualmente comunicazioni ufficiali di bandi, appalti per zone operative o calendari governativi vincolanti relativi al Salman Canal. Realizzare un’infrastruttura di questa portata necessita di decenni, non mesi, e di una stabilità politica regionale che il Medio Oriente non ha in programma nel prossimo periodo. Le problematiche ambientali sono tangibili: conseguenze sugli ecosistemi marini e costieri, volumi di scavo paragonabili o superiori a quelli di The Line, emissioni connesse ai materiali, rischi dello smaltimento della salamoia dalla dissalazione.
Senza dimenticare che il deserto del Rub’ al Khali è inospitale esattamente quanto appare sulla carta, e che l’acqua marina dissalata con energia solare è una meraviglia tecnica che richiede comunque energia, strutture, tempo e risorse, nell’ordine preciso in cui è complicato disporne tutte simultaneamente.
— ☭ (@sappho2000) March 18, 2026
La cisterna su ruote da deserto che sfreccia tra le dune rimane probabilmente la soluzione più veloce da realizzare. Gli uccelli migratori africani con i gusci di cocco hanno il vantaggio di non necessitare autorizzazioni edilizie, né studi di impatto ambientale.
Modi che rema dimostra almeno che la richiesta petrolifera asiatica non si arresta per questioni logistiche. E il complesso acquatico grande quanto l’Arabia Saudita ha il merito di portare turismo, acqua e svago in un’unica soluzione, risolvendo pure il problema della dissalazione con una certa eleganza inventiva.
Internet, nel suo modo disordinato e talvolta brillante, ha espresso quello che i comunicati formali non dichiarano: che dipendere da un unico stretto per un quinto del petrolio planetario è una scommessa che prima o poi presenta il conto, e che quando arriva il momento le opzioni sul tavolo vanno dalla cisterna su ruote al canale da 250 miliardi, con poca sostanza concreta in mezzo. Gli uccelli migratori almeno strappano un sorriso. Il costo del carburante, molto meno. E nel 2026, mentre si ironizza sugli scivoli di Dubai e sui fusti a remi, da qualche parte un professionista sta progettando la prossima infrastruttura impossibile che diventerà virale alla prossima emergenza.
