Ritrovato l’antico acquedotto della Villa dei Casoni dopo 250 anni

Villa dei Casoni

Dopo più di duecento anni di congetture, annotazioni del Settecento e citazioni mai confermate attraverso verifiche dirette, l’antico sistema idrico della Villa dei Casoni è stato finalmente localizzato e documentato con precisione. Il ritrovamento, avvenuto nelle vicinanze di Montopoli di Sabina, nel Lazio, non solo chiude un mistero iniziato nel XVIII secolo, ma fa riemergere un’infrastruttura idraulica realizzata prima che Roma diffondesse definitivamente i propri standard costruttivi nel territorio sabino.

Sotto le terrazze della Villa dei Casoni, situata sulle alture della Sabina centrale, scorre un condotto sotterraneo che trasportava l’acqua dalle fonti fino all’abitazione. Percorrendo le pareti scavate nella roccia e le aperture naturali del suolo, la dottoressa Nadia Fagiani, su incarico dell’ente archeologico regionale, ha identificato con esattezza il punto in cui il canale confluiva nel sistema della villa.

Non si tratta di frammenti separati, come a lungo ipotizzato dalle fonti storiche, ma di un’installazione omogenea e coordinata. I passaggi scavati nella roccia naturale e la cisterna connessa dimostrano un flusso regolare e pianificato. Questa verifica consente finalmente di collegare le descrizioni settecentesche a una struttura tangibile, rilevata e registrata, fornendo una base solida per esaminare l’intera rete.

Già alla fine del XVIII secolo eruditi locali avevano menzionato tracce di un antico condotto e di una fonte successivamente denominata Fonte Varrone. Durante l’Ottocento tali indicazioni continuarono a essere riportate, ma nessuno riuscì mai a definire un tracciato preciso. Solo grazie a rilevamenti topografici accurati e a ricerche sul terreno è stato possibile collegare quelle note a gallerie effettivamente presenti, a punti di captazione e a un accesso sotterraneo rimasto celato per secoli.

A circa 300 metri dalla villa si estende una rete ramificata che segue la naturale inclinazione del terreno. Gli archeologi chiamano questi passaggi cunicoli, stretti corridoi scavati manualmente nella roccia per canalizzare l’acqua. Le canalizzazioni intercettavano diverse fonti, convogliandole in un’unica camera di raccolta. Un sistema tanto efficiente quanto delicato, che necessitava di manutenzione continua: bastava un’ostruzione o un cedimento per interrompere l’approvvigionamento.

Prima dell’impiego, l’acqua veniva fatta confluire in una cisterna dotata di piscina limaria, una vasca di sedimentazione progettata per consentire a sabbia e detriti di depositarsi sul fondo. Solo dopo questo processo l’acqua, più pulita, rientrava nei condotti per alimentare le terme e le fontane della villa. Anche così, tuttavia, le piene stagionali potevano compromettere la qualità della risorsa, rendendo essenziale la protezione delle fonti.

L’acqua plasmava l’intero complesso architettonico. La villa era organizzata su due terrazze degradanti: in basso un giardino scenografico con piscina circolare, in alto gli ambienti residenziali. Sulla terrazza inferiore un ninfeo, una sorta di santuario-giardino consacrato all’acqua, costituiva il fulcro scenografico accanto alla vasca. Senza un rifornimento costante, un simile assetto sarebbe stato impossibile da preservare.

La rilevazione 3d che preserverà il sistema idrico

Alcuni dettagli costruttivi suggeriscono che l’infrastruttura possa risalire a un’epoca anteriore alla completa romanizzazione della Sabina. Il sistema combina captazione e drenaggio in modo tipico dell’ingegneria rurale più antica, piuttosto che presentare un unico canale monumentale. È verosimile che un vicus, un piccolo insediamento agricolo, abbia realizzato le prime opere, successivamente adattate alla villa.

La datazione precisa dipenderà dall’esame dei sedimenti e degli eventuali reperti rinvenuti negli strati sigillati, poiché le strutture in pietra, da sole, difficilmente forniscono indicazioni cronologiche certe.

Per collegare in modo definitivo i tunnel sotterranei alle strutture visibili in superficie, il team prevede ora una rilevazione tridimensionale completa. Attraverso la tecnologia LiDAR, che utilizza impulsi laser per rilevare distanze in 3D senza contatto fisico, sarà possibile ottenere una rappresentazione dettagliata dell’intero sistema idraulico e integrarla con la planimetria della villa.

Questa procedura non ha solo finalità scientifiche. Riduce il margine di errore, limita gli interventi invasivi e consente di proteggere gallerie fragili, individuando con precisione le aree in cui eventuali scavi potranno avvenire in sicurezza.

Determinante è stato anche il contributo degli speleologi, che hanno attraversato corridoi bassissimi, documentando pareti e direzioni non raggiungibili dalle indagini di superficie. In collaborazione con il personale statale per la tutela del patrimonio, il Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio d’Italia ha fornito competenze tecniche e protocolli di sicurezza per operare in ambienti complessi. Anche la memoria dei residenti ha avuto un ruolo: alcuni proprietari ricordavano un vecchio abbeveratoio alimentato dalle sorgenti e hanno orientato le ricerche verso valle.

Oltre a restituire dignità storica alla Villa dei Casoni, l’acquedotto romano racconta come le comunità collinari della Sabina gestissero l’acqua molto prima che Roma imponesse standard uniformi nelle campagne. Dalla cresta a nord-est della Capitale, il sito domina la Valle del Tevere e il fiume Farfa, un corso d’acqua fondamentale per l’economia locale. Incrociando la nuova mappatura con studi su suoli e coltivazioni, i ricercatori potranno comprendere se il controllo idrico abbia contribuito a mantenere produttivo il territorio per secoli.

Le prove raccolte tra cunicoli, sorgenti e bacini di decantazione chiudono finalmente una questione aperta 250 anni fa. Ora saranno le analisi stratigrafiche, la mappatura 3D e regole di accesso rigorose a stabilire quanto di questo straordinario acquedotto potrà essere ulteriormente studiato o, un giorno, reso visitabile.

Fonte: Ministero della Cultura